Un Natale vecchio cent’anni. Come la Trieste del 1925 trascorreva le feste VIDEO

25.12.2025 – 07.00 – Come fu il Natale di Trieste, cent’anni fa? Il 1925 dopotutto non fu certo un anno tranquillo: il fascismo irrigidì la sua morsa, con l’annuncio della presa dei poteri dittatoriali da parte di Mussolini, il lancio del Manifesto degli intellettuali fascisti di Giovanni Gentile, la formazione dell’Istituto LUCE e l’avvio della ‘battaglia del grano’.
Ma non solo, perché gli anni Venti furono anche caratterizzati da importanti novità tecnologiche come, nel 1925, la prima televisione, inventata dall’ingegnere scozzese John Logie Baird, la prima registrazione elettronica di un’orchestra sinfonica e, con meno serietà, la prima corsa di sci nautico, entrambi negli Stati Uniti del jazz e dei Roaring Twenties.
Eppure, dopo qualche anno che il Natale veniva accantonato (troppo vecchio, troppo tradizionale, troppo poco ‘romano’), Il Piccolo del 1925 dedicò ampi stralci al Natale, seppure con lo stile dolciastro e paternalista proprio del periodo.

La frenesia della Vigilia
La Vigilia assistette, un po’ come oggigiorno, ad un furore di compere natalizie: se l’abitudine dei regali all’ultimo minuto, informa il giornalista, era ormai scomparsa, le ‘mule’ triestine affollavano le macellerie e le bancarelle delle ‘venderigole’.
Infatti “Millecinquecento, uno più uno meno, tra galline, tacchini ed altri pennuti, sono stati venduti in piazza del Ponterosso, che continua a chiamarsi così anche se il ponte verde è una colata di cemento grigio” annota l’anonimo cronista.
Inoltre “Affari ottimi hanno fatto i pescivendoli che hanno avuto la Pescheria sempre affollata di massaie”. Anche Santa Maria del Guato era pertanto ben frequentata, specie nei giorni precedenti: “Di queste, le più previdenti, hanno comprato il pesce l’antivigilia, ben sapendo che la vigilia il prezzo sarebbe stato aumentato e, per certe specialità, anche raddoppiato”.
Usanza che ancora sopravvive, ma solo perché la appuntiamo sui pacchi di Natale era quella delle cartoline, all’epoca inviate davvero via posta nel numero di centinaia di migliaia: “Altra consuetudine, che è rimasta viva, è quella dell’augurio del buon Natale a parenti, amici e conoscenti; ed a migliaia e migliaia sono state le cartoline vendute nelle cartolerie e dai venditori ambulanti; in più d’una rivendita di tabacchi, francobolli iersera non se ne trovavano più”.

Il Natale dei ragazzi
Nei giorni precedenti si erano tenuti nelle principali società e organizzazioni triestine le feste natalizie rivolte ai bambini indigenti, il cosiddetto ‘Natale dei ragazzi‘, spesso affiancato alla ‘festa dell’albero di natale‘.
Nei ricreatori, va da sé; ma numerosissime anche le scuole dove spesso la consegna dei doni avveniva dopo lunghe cerimonie e discorsi obbligati dei bambini che ringraziavano balbettando i propri benefattori: è il caso della scuola di via Ferriera dove si affollavano duecento ragazzini poveri; e della Guardiella dove i filantropi erano tutte industrie ed enti locali e cioè “La Direzione del Frenocomio, quella della Prima Spremitura di Olii Vegetali e quella della Fabbrica di birra Dreher”.
Presso la scuola del rione di Chiadino era invece possibile ammirare “un albero ricco di doni cospicui, grazie soprattutto ai frutti del lascito della baronessa Nina de Morpurgo”.

Il Natale al Cinema
I  giornali triestini del periodo erano all’epoca affollati di pubblicità di “films” presso i principali “cinematografi”: e proprio qui, nel 1925, venne proiettato all’Excelsior, per la prima volta, il grande Buster Keaton con “Accidenti… che ospitalità!”, definito “Saltarello, l’uomo senza sorriso, colui che senza rider mai fa rider sempre”.
La cornice natalizia offriva l’occasione per film molto leggeri e per le famiglie, tra cui l’esempio maggiore era al Nazionale “Piccolo saltimbanco” interpretato “dal piccolo grande artista Jackie Cogan”.

Il Natale del 1925 e un augurio di cent’anni fa 
Il giorno di Natale, ed è un altro dato involontariamente moderno, faceva caldo: “Il cielo di Natale, quest’anno, è bello. Non una nuvola; un tepore primaverile; un sole che riscalda e inargenta le vie cittadine piene di gente rallegrata di vedere nel cielo e nell’aria il colore dei suoi pensieri”.

L’anonimo cronista rifletteva sulla contrapposizione tra Natale reale e immaginario, con una lunga sequenza di opposti: “Lo sappiamo bene: il tripudio infantile dell’albero costellato di chicche e di lumi non è la stessa cosa della mensa natalizia grassamente imbandita, la messa di mezzanotte nel misterioso plenilunio dei paesi della neve non è la stessa cosa della Babilonia di compere nei negozi di una città affaccendata, la leggenda del bambino che, cinto d’aureola, si stacca dal presepio e scende dalla cappa del camino a recare i doni ai bimbi buoni non è la stessa cosa dello spettacolo pantagruelico dei mercato di vigilia rigurgitanti di grasce, il canto degli angeli in lunghe vesti botticelliane sopra un fondo di stelle non è la stessa cosa del riunire dei calici di vino spumante in chiusa alla cena… di magro che ha fatto sbottonare gli ospiti ventri potenti. Ma tutt’insieme è Natale. È quella composizione fantastica della vita che si chiama Natale”.

E in conclusione, ‘chiudeva’ il pezzo con un augurio che appare tutt’oggi valido: “Pertanto buon Natale quest’anno, ma anche sempre; l’augurio non è per un giorno, è per la lunga serie dei giorni venturi che s’inanelleranno ancora alla catena delle tradizioni natalizi”.

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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