Il tempo, l’arma segreta della politica. A Trieste l’attesa pesa più delle alleanze

22.12.2025 – 8.10 – Arrivati a questo punto, dopo il toto nomi e il controcanto dei cardinali, resta da affrontare il tema che la politica triestina evita con maggiore cura: il tempo. Perché non è vero che la partita sia ancora tutta da giocare. È vero il contrario: si sta giocando adesso, nel silenzio, mentre all’esterno si continua a recitare la liturgia dell’attesa. Trieste non è una città che ama le accelerazioni. Preferisce l’erosione lenta, l’usura progressiva, il logoramento per stanchezza. Qui i candidati non vengono bruciati dal troppo esporsi, ma dal restare troppo a lungo sospesi. L’indecisione non è neutralità: è un messaggio politico preciso, e spesso è quello peggiore. Perché dice una cosa sola: nessuno vuole davvero assumersi la responsabilità della scelta. In queste ore, mentre i nomi circolano e ricircolano, il vero confronto non riguarda i programmi – che nessuno legge – né le visioni di città – che tutti dichiarano simili. Riguarda il perimetro del potere. Chi decide? Dove si decide? E, soprattutto, chi resta fuori dalla stanza quando si decide? Domande che contano molto più di qualsiasi conferenza stampa.

Chi guiderà Trieste? I dieci papabili per Palazzo Cheba più il jolly che può sparigliare tutto

Il paradosso triestino è sempre lo stesso: una città politicamente sofisticata, dove però le scelte continuano a essere governate come se fosse una città fragile. Si invoca la prudenza, la mediazione, il profilo rassicurante. Poi ci si stupisce se il risultato è una politica timida, difensiva, incapace di imprimere una direzione chiara. Il sindaco ideale, in questo schema, non è chi guida, ma chi galleggia. Non chi sceglie, ma chi non scontenta. Eppure, ogni volta che Trieste ha davvero cambiato passo, lo ha fatto rompendo questo schema. Scegliendo figure che non erano il punto di equilibrio, ma il punto di rottura. Non sempre è andata bene, certo. Ma almeno la città ha avuto la sensazione di decidere qualcosa di vero, non di ratificare un compromesso già scritto. Il terzo articolo, allora, non può che essere questo: un avvertimento. A forza di affidare tutto ai cardinali, si rischia di arrivare al conclave senza fede. A forza di trattare, si finisce per produrre un candidato che non entusiasma nessuno e che tutti difendono per inerzia. È una dinamica comoda per gli apparati, molto meno per una città che ha bisogno di visione, non solo di gestione.

Il sindaco non si elegge, si negozia. E a Trieste il negoziato è già cominciato

Il tempo, intanto, scorre. E non è neutrale. Ogni giorno senza una scelta chiara rafforza l’idea che il sindaco che verrà non sarà il frutto di una volontà politica forte, ma di una necessità aritmetica. E i sindaci nati così governano con lo stesso spirito: contano i voti in Consiglio prima ancora di prendere una decisione. Trieste osserva, come sempre. Con distacco, con ironia, con quella lucidità un po’ crudele che riserva ai suoi amministratori. Sa riconoscere quando la politica gioca per sé stessa e quando, raramente, prova a giocare per la città. Sa anche punire, con freddezza, chi confonde la cautela con il coraggio. Il rischio, oggi, non è perdere un’elezione. È perdere un’occasione. E Trieste, città abituata a convivere con le occasioni mancate, difficilmente ne concede un’altra a chi dimostra di non saperle riconoscere.

[f.v.] [Immagine da IA generativa]

Ultime notizie

Dello stesso autore