Boom dei resi dopo Natale, il prezzo nascosto dello shopping festivo

28.12.2025 – 8.30 – Quest’anno, la spesa natalizia nel nostro Paese ha superato i 17 miliardi: tra cibo, bevande, regali, viaggi e ristoranti ogni famiglia italiana ha speso in media 665 euro. In particolare, la spesa per i doni ammonta a 9,6 miliardi di euro, in linea con la tendenza dello scorso anno. Non mancano naturalmente le strategie di risparmio, adottate da una fetta consistente della popolazione per alleggerire, una volta finite le feste, il bilancio economico complessivo: oggi si punta soprattutto sul riciclo dei regali, abitudine sempre più diffusa che ormai riguarda un italiano su due. Generi alimentari, indumenti, pelletteria e cosmetici sono i doni protagonisti della pratica del regifting. Tra coloro che scelgono di riciclare i regali meno graditi, la metà sceglie di donarli a qualcun altro: tre su dieci preferiscono rivenderli sulle piattaforme online e sui social network, mentre altri chiedono ai negozi di sostituirli con buoni acquisto o altri articoli da regalare. Eppure, non tutti sanno fino a che punto il fenomeno dei resi possa rivelarsi dannoso per l’economia: restituire un prodotto, scelta apparentemente priva di conseguenze, può infatti generare costi elevati per i negozi, oltre a provocare sprechi e danni ambientali. I dati non sono rassicuranti: la percentuale dei regali fisici che vengono restituiti oscilla tra il 20% e il 30%, salendo al 35-40% nel contesto delle piattaforme di e-commerce. Nel periodo festivo, ogni anno, il valore dei resi si aggira tra i 7 e i 9 miliardi di euro: non a caso, proprio tra il 27 dicembre e il 15 gennaio il traffico dei resi quadruplica rispetto alla media mensile.

Lo sappiamo tutti: quando il prodotto non corrisponde alle aspettative, la taglia di un capo si rivela sbagliata, o l’articolo acquistato risulta difettoso o non funzionante, il reso pare la soluzione più intuitiva. Addirittura, in molti ammettono di ricorrere al reso ogni qualvolta cambiano idea a seguito di un acquisto compulsivo. E poi ci sono coloro che effettuano acquisti multipli (ordinando più taglie, colori e modelli dello stesso prodotto), specialmente sotto Natale, in modo da scegliere quello più conforme alle aspettative e rimandare indietro tutti gli altri. Le categorie merceologiche maggiormente interessate dal fenomeno sono abbigliamento e calzature, che corrispondono al 40-50% di tutti i resi online, e l’elettronica di consumo, stimata all’8-15%. Seguono poi cosmetica e profumeria, giocattoli e articoli per la casa. Purtroppo, tutta questa merce restituita costerà al negozio tra il 20% e il 65% del suo valore. Innanzitutto, l’articolo deve tornare indietro, secondo la cosiddetta “logistica inversa”, per poi essere ricondizionato: a questo punto, il prodotto non potrà più essere venduto al prezzo originario, in quanto non più completamente nuovo. Fino ad un quarto dei prodotti resi non torna più sugli scaffali, bensì viene svenduto, smaltito o venduto come stock. Questo processo genera diseconomie assai temute dai retailer, poiché queste comprimono ulteriormente margini già ridotti a causa dei saldi festivi.

Una volta restituito, il prodotto deve compiere il tragitto inverso dal negozio al magazzino: in questo modo i costi di trasporto aumentano, il traffico sulle strade si intensifica e il danno ambientale si fa ingente. Migliaia di chilometri percorsi inutilmente, con un incremento delle emissioni di CO2 pari a milioni di tonnellate all’anno. È per questo che diverse catene rimborsano il cliente senza farsi restituire la merce: il gioco non vale la candela, poiché i costi (economici ed ambientali) supererebbero i benefici. Altre catene forniscono invece al cliente la possibilità di effettuare il cambio o la restituzione nel negozio più vicino, abbattendo così i costi di trasporto. Naturalmente, anche i piccoli negozi adottano strategie volte a ridurre il rischio di reso: alcuni concedono tempi molto stretti entro cui restituire gli articoli precedentemente acquistati, mentre altri shop accettano solamente il cambio merce, offrendo al cliente insoddisfatto un buono equivalente per un acquisto futuro, piuttosto che il classico rimborso monetario. Quest’ultimo espediente è particolarmente efficace, poiché offre al consumatore un margine di tempo maggiore per sostituire il prodotto: inoltre, il 60% dei clienti che si serve di questo metodo finisce per spendere una cifra superiore rispetto al prezzo dell’articolo sostituito. Insomma, dalle grandi catene ai piccoli negozi ci si ingegna per ovviare al potenziale danno economico e ambientale provocato dal flusso incontrollabile di resi: eppure, solo le scelte consapevoli dei consumatori possono davvero invertire la tendenza. Evitare gli acquisti compulsivi, prendendosi almeno un giorno di riflessione prima di effettuare un ordine online, può essere un primo passo verso uno shopping più lento e calcolato. Inoltre, preferire i negozi fisici alle piattaforme online risulta sicuramente una scelta più sostenibile. Infine, “riciclare” diversamente gli articoli non graditi, donandoli o dando loro nuova vita, può contribuire significativamente ad alleggerire l’impatto ambientale dei nostri acquisti insoddisfacenti e impulsivi.

[b.m.]

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