25.11.2025 – 11.00 – “Ogni famiglia felice si assomiglia; quelle infelici sono tutte diverse” – recita Lev Tolstoj in Anna Karenina. Come si configura questo nel panorama sociale delle famiglie triestine? Negli ultimi anni sta subendo una trasformazione profonda. La plasma la crescita delle famiglie monogenitoriali e delle nuove strutture familiari che, nella loro unicità, riflettono mutamenti demografici, culturali e istituzionali più ampi. La città, come molte altre in Italia, vede un aumento sensibile dei nuclei guidati da un solo genitore: a livello nazionale, secondo l’Istat, le famiglie monogenitoriali hanno raggiunto quota 3,8 milioni nel 2021.
La prevalenza è nettamente di madri sole (77,6 %) che hanno registrato un incremento del 35,5 %. E’ evidente un declino delle coppie con figli, la cui presenza tra i nuclei familiari italiani è diminuita di oltre un milione in un decennio. A Trieste e nella regione Friuli-Venezia Giulia la complessità familiare cresce anche per la diffusione di nuclei ricomposti, convivenze non registrate e famiglie miste, comprese quelle che intrecciano legami tra Italia e Slovenia. Le famiglie ricomposte, per esempio, comprendono coppie in cui almeno uno dei genitori ha figli da precedenti unioni o rapporti, mentre le convivenze non formalizzate aumentano in risposta a nuove modalità di relazione che sfuggono ai vincoli tradizionali del matrimonio.
Sebbene dati puntuali per Trieste non siano sempre disaggregati per queste categorie, il trend complessivo riflette un’evoluzione emersa anche nei report regionali. Secondo essi la struttura familiare negli ultimi anni “è diventata sempre più complessa e ha subito un processo di diversificazione”.
Questi nuovi mosaici familiari sono psicosociali, prima che caratterizzanti la demografia. Le famiglie monogenitoriali spesso affrontano una doppia sfida: da un lato il rischio economico, dall’altro il peso emotivo e relazionale della genitorialità solitaria. Le madri sole, in particolare, sono tra i soggetti più vulnerabili: come documentato da Lente Pubblica, dopo la pandemia molte di queste famiglie hanno sperimentato un aumento del rischio di povertà e di conseguente esclusione sociale, con percentuali di deprivazione materiale significativamente più alte rispetto alla media nazionale.
Per rispondere a queste esigenze, esiste un “Regolamento degli Interventi di Sostegno Economico” che prevede contributi diretti per i nuclei familiari in difficoltà. Inoltre, per le madri inoccupate, le neomamme o chi affronta affidamenti e adozioni, il Comune offre l’assegno di maternità di base. Per le famiglie con figli minori, c’è anche la “Dote Famiglia”. Trattasi di un contributo regionale, gestito in collaborazione con il Comune, che aiuta a coprire i costi di servizi educativi, doposcuola, baby-sitting e attività ricreative.
Sul versante della genitorialità e del benessere emotivo, Trieste mette a disposizione un sistema di servizi integrati. Vanno ad includere sostegno domiciliare, affido leggero, semi-residenzialità per minori, incontri di mediazione familiare e consulenza psicologica. Al centro di questo sistema vi sono i consultori familiari dell’ASUGI. Strutture aperte a tutti per ascolto, orientamento, supporto psicologico e mediazione in caso di separazioni o riorganizzazioni familiari.
Un’importante testimonianza che emerge da questi servizi riguarda il percorso di mediazione offerto durante la separazione. Il consultorio propone 6–8 incontri psicoeducativi con un mediatore familiare per aiutare i genitori a elaborare un progetto di genitorialità condivisa, gestendo i vissuti dei figli e riducendo il conflitto.
Da una prospettiva più ampia, questi mutamenti sociali a Trieste si inseriscono in una trasformazione più vasta del welfare familiare in Italia. Il modello predominante nel nostro Paese, come evidenziato da studi di politiche familiari, è quello “mediterraneo” o “italo-mediterraneo”: un sistema in cui la famiglia resta il primo ammortizzatore sociale, ma il welfare pubblico offre trasferimenti monetari piuttosto che un’estesa rete di servizi di cura. È un modello che si confronta con altri regimi europei, come quelli socialdemocratici o nordici, nei quali i servizi sono più sviluppati e i trasferimenti meno selettivi.
Nel contesto triestino, dunque, le istituzioni locali si sforzano di adattare il welfare a una realtà familiare in rapida evoluzione. Lo fanno offrendo strumenti di sostegno economico, educativo e psicologico. Tuttavia, la crescente varietà delle strutture familiari richiama la necessità di una riflessione più strutturale.
Il welfare non deve smettere di evolvere come inclusivo e flessibile, capace di rispondere non solo al nucleo “tradizionale”. Deve pensare anche alle nuove forme di genitorialità, relazioni e appartenenza culturale.
[e.c.]


