Black Friday a Beirut, eliminato il numero due di Hezbollah. Quale futuro per Gaza e il piano di pace?

28.11.2025 – 11.30 – PREMESSA – Mentre i media sono concentrati sul conflitto in Ucraina, Gaza e i suoi innumerevoli problemi non risolti escono di scena, unitamente all’intera problematica medio-orientale. Cosa sta succedendo del piano americano, ci chiediamo? Hamas è stata disarmata? Le forze israeliane si stanno ritirando Cerchiamo di capire! – UNA STORICA DECISIONE AMERICANA E IL RAPPORTO DELL’INSTITUTE FOR THE STUDY OF GLOBAL ANTISEMITISM AND POLICY (ISGAP) – Il 24 novembre u.s. il presidente Trump ha firmato un decreto esecutivo con l’obiettivo di iniziare la procedura per classificare alcune sedi della Fratellanza Musulmana (Muslim Brotherhood) come “organizzazioni terroristiche straniere” e “terroristi globali designati”.

Dal sito della Casa Bianca leggiamo testualmente: «In virtù dell’autorità conferitami in qualità di Presidente dalla Costituzione e dalle leggi degli Stati Uniti d’America, tra cui l’Immigration and Nationality Act (8 USC 1101 e seguenti) (INA) e l’International Emergency Economic Powers Act (50 USC 1701 e seguenti) (IEEPA), si ordina con la presente: Sezione 1. Scopo. Il presente ordine avvia un processo mediante il quale determinati capitoli o altre suddivisioni della Fratellanza Musulmana saranno presi in considerazione per la designazione come organizzazioni terroristiche straniere, in conformità con la sezione 219 dell’INA (8 USC 1189), e come terroristi globali specificamente designati, in conformità con l’IEEPA (50 USC 1702) e l’Ordine esecutivo 13224 del 23 settembre 2001 (…).»

I Fratelli Musulmani, fondati in Egitto nel 1928, si sono sviluppati in una rete transnazionale con sezioni in tutto il Medio Oriente e oltre. È rilevante, in questo contesto, il fatto che le sue sezioni in Libano, Giordania ed Egitto siano coinvolte, facilitino e sostengano o svolgano campagne di violenza e destabilizzazione che danneggiano le proprie regioni, i cittadini statunitensi e gli interessi degli Stati Uniti.
Ad esempio, in seguito all’attacco del 7 ottobre 2023 in Israele, l’ala militare della sezione libanese dei Fratelli Musulmani si è unita ad Hamas, Hezbollah e alle fazioni palestinesi per lanciare molteplici attacchi missilistici contro obiettivi civili e militari all’interno di Israele. Un alto dirigente della sezione egiziana dei Fratelli Musulmani, il 7 ottobre 2023, ha invocato attacchi violenti contro i partner e gli interessi degli Stati Uniti, e i leader giordani dei Fratelli Musulmani forniscono da tempo supporto materiale all’ala militante di Hamas. Tali attività minacciano la sicurezza dei civili americani nel Levante e in altre parti del Medio Oriente, nonché la sicurezza e la stabilità dei nostri partner regionali.

Art. 2. Politica. È politica degli Stati Uniti cooperare con i propri partner regionali per eliminare le capacità e le operazioni delle sezioni della Fratellanza Musulmana designate come organizzazioni terroristiche straniere ai sensi della sezione 3 del presente ordine, privare tali sezioni delle risorse e porre così fine a qualsiasi minaccia che tali sezioni rappresentino per i cittadini statunitensi o per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

Sec. 3. Attuazione.
(a) Entro 30 giorni dalla data del presente ordine, il Segretario di Stato e il Segretario del Tesoro, dopo aver consultato il Procuratore generale e il Direttore dell’intelligence nazionale, presenteranno un rapporto congiunto al Presidente, tramite l’Assistente del Presidente per gli affari di sicurezza nazionale, in merito alla designazione di qualsiasi sezione o altra suddivisione della Fratellanza Musulmana, comprese quelle in Libano, Giordania ed Egitto, come organizzazioni terroristiche straniere in conformità con 8 USC 1189 e terroristi globali appositamente designati in conformità con 50 USC 1702 e Ordine esecutivo 13224. (b) Entro 45 giorni dalla presentazione del rapporto richiesto dal comma (a) della presente sezione, il Segretario di Stato o il Segretario del Tesoro, a seconda dei casi, adotterà tutte le misure appropriate in conformità con l’8 USC 1189 o il 50 USC 1702 e l’Ordine esecutivo 13224, in merito alla designazione di qualsiasi capitolo o altra suddivisione della Fratellanza Musulmana descritta nella sezione 1 del presente ordine come organizzazioni terroristiche straniere e terroristi globali appositamente designati.

In merito, Dalia Ziada, coordinatrice a Washington dell’Institute for the Study of Global Antisemitism and Policy (ISGAP), ha affermato che la decisione assunta dalla presidenza americana potrebbe determinare effetti importanti nell’intera regione medio-orientale. In particolare, Ziada, in una recente intervista al Jerusalem Post, ha affermato che: «Se bandisci l’ideologia, è come soffocarla, è come tagliare l’ossigeno a tutte le fazioni che si allineano con questa ideologia o che operano all’interno del suo ecosistema». In tale cornice, il 19 novembre u.s. il già menzionato ISGAP ha pubblicato il rapporto The Muslim Brotherhood’s Strategic Entryism into Western Society: A Systematic Analysis, decisamente meritevole di attenzione. In merito, Charles Asher Small, Direttore Fondatore dell’ISGAP e coautore del rapporto, ha dichiarato: «Siamo ormai al cinquantesimo anno del piano centenario della Fratellanza per radicarsi in istituzioni chiave negli Stati Uniti e in altre società occidentali per minare e distruggere la nostra democrazia. Non si tratta semplicemente di un movimento politico, ma di un progetto ideologico transnazionale che si adatta ai sistemi occidentali pur lavorando per indebolirli. La Fratellanza ha imparato a usare le stesse libertà della democrazia come strumenti per eroderla dall’interno, sfruttando la tolleranza e l’apertura delle società liberali come vulnerabilità strategiche. Questo rapporto illustra come e cosa si deve fare ora per difendere la nostra democrazia. La designazione come organizzazione terroristica è essenziale per salvaguardare la nostra libertà e il nostro stile di vita e dobbiamo affrontare il danno entrista che è già stato fatto».

Il rapporto, afferma ISGAP, documenta come le organizzazioni legate alla Fratellanza abbiano ottenuto accesso ad agenzie governative, fornito consulenza sulle politiche per i diritti civili e influenzato le istituzioni educative, coltivando al contempo ampie reti mediatiche e digitali che plasmano il discorso pubblico. Lo studio, inoltre, denuncia la strategia della “jihad di civiltà” della Fratellanza, una campagna a lungo termine per sovvertire le società democratiche sfruttando la libertà di religione e di parola e stringendo alleanze tattiche con gruppi progressisti e minoritari. Il rapporto traccia anche i collegamenti diretti tra l’infrastruttura ideologica della Fratellanza e le entità terroristiche designate, tra cui Hamas, e presenta documenti interni verificati come The Project (1982) e The Explanatory Memorandum (1991), che delineano il piano secolare del movimento per l’Occidente. Infine, Dalia Ziada, coordinatrice dell’ISGAP a Washington, ricercatrice e coautrice del rapporto, ha dichiarato: «Come persona che ha studiato e assistito in prima persona alle operazioni della Fratellanza, posso affermare con sicurezza che questa non è una minaccia teorica. Si tratta di un progetto organizzato e multigenerazionale per manipolare le democrazie occidentali e mettere a tacere le voci musulmane moderate, spesso alimentato dal sostegno ideologico e finanziario del Qatar. Le reti della Fratellanza non sono autosufficienti; sono alimentate da uno Stato che esporta la propria visione del mondo attraverso finanziamenti, istruzione e influenza mediatica. Gli Stati Uniti devono agire ora, con chiarezza e coraggio, per proteggere sia i propri valori che i propri cittadini musulmani da questo dirottamento ideologico. La designazione è un passo fondamentale, ma non è sufficiente. Deve essere l’inizio di un processo».

IL CONSIGLIO DI SICUREZZA DELL’ONU AUTORIZZA L’INVIO TEMPORANEO DI UNA FORZA INTERNAZIONALE A GAZA – Come ampiamente noto, il 17 novembre u.s. il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione che approva il piano di pace per Gaza presentato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump e una forza internazionale temporanea nell’enclave dopo due anni di guerra.

Dal sito delle Nazioni Unite leggiamo che: «La risoluzione 2803 (2025) ha ricevuto 13 voti a favore e nessuno contrario, con l’astensione dei membri permanenti Cina e Russia. Il testo accoglie con favore il Piano globale annunciato dal presidente Trump il 29 settembre. La prima fase del piano in 20 punti ha portato al cessate il fuoco tra Hamas e Israele pochi giorni dopo. La risoluzione accoglie inoltre con favore l’istituzione di un Consiglio per la Pace (BoP) come amministrazione transitoria a Gaza che coordinerà gli sforzi di ricostruzione. Autorizza il BoP a istituire una Forza di stabilizzazione internazionale (ISF) temporanea a Gaza “da schierare sotto un comando unificato accettabile per il BoP”. I paesi contribuiranno con personale alla forza in stretta **consultazione e cooperazione con Egitto e Israele».

Tutto molto incoraggiante ma, ad oggi, quali paesi sono disposti a inviare propri contingenti militari nella Striscia di Gaza e, cosa ancora più rilevante, di quale tipo di missione ONU stiamo parlando? Come molti lettori conoscono perfettamente, le missioni ONU sono di diversa tipologia e, in teoria, dovrebbero essere aderenti alla situazione dell’area di crisi in cui le forze internazionali designate sono chiamate ad operare. Ho volutamente scritto “in teoria”, in quanto spesso la scelta della tipologia delle operazioni risulta strettamente legata a valutazioni diverse, che investono sia il quadro politico e diplomatico dei singoli paesi partecipanti, sia il particolare contesto geopolitico in cui queste missioni vengono realizzate e condotte. In una zona di guerra come la Striscia di Gaza, ci chiediamo, e dovendo procedere al disarmo totale delle innumerevoli milizie di Hamas, è possibile pensare a una missione di peacekeeping (mantenimento della pace) o, piuttosto, a una decisamente più impegnativa e rischiosa di peace enforcing (imposizione della pace)?

In tale ambito le Nazioni Unite, abilmente, ci ricordano che: «I confini tra prevenzione dei conflitti, peacemaking, peacekeeping, peacebuilding e peace enforcement sono diventati sempre più sfumati. Le operazioni di pace raramente si limitano a un solo tipo di attività. Sebbene le operazioni di mantenimento della pace delle Nazioni Unite siano, in linea di principio, dispiegate per supportare l’attuazione di un cessate il fuoco o di un accordo di pace, spesso è loro richiesto di svolgere un ruolo attivo negli sforzi di pacificazione e possono anche essere coinvolte nelle prime attività di costruzione della pace. Le attuali operazioni multidimensionali di mantenimento della pace facilitano il processo politico, proteggono i civili, assistono nel disarmo, nella smobilitazione e nella reintegrazione degli ex combattenti; sostengono l’organizzazione delle elezioni, proteggono e promuovono i diritti umani e contribuiscono al ripristino dello stato di diritto. Le operazioni di mantenimento della pace delle Nazioni Unite possono ricorrere alla forza per difendere se stesse, il proprio mandato e i civili, in particolare in situazioni in cui lo Stato non è in grado di garantire la sicurezza e mantenere l’ordine pubblico

Appare chiaro che il linguaggio diplomatico delle Nazioni Unite ci consente perfettamente di comprendere che ogni missione ONU è frutto di eleganti e faticosi compromessi, investendo equilibri fragili, con possibili ricadute politiche e di sicurezza anche all’interno dei singoli paesi partecipanti. In un tale così farraginoso contesto, chi dovrà far parte del contingente ISF? In realtà sappiamo davvero poco: aperture e chiusure alla possibile partecipazione si alternano in un ottovolante pericoloso, veti incrociati e confusione sulla tipologia di missione si susseguono con un ritmo costante! Sappiamo, ad esempio, che il Re di Giordania ha recentemente dichiarato che, qualora dovesse prevalere l’ipotesi di avvio di una missione di peace enforcing (imposizione della pace), potrebbe decidere di non partecipare a causa dell’alto rischio per le proprie unità militari. L’Indonesia, Paese con la maggiore comunità islamica al mondo (230 milioni), che sembrava disposta a partecipare con un importante contingente, incomincia, secondo alcuni media israeliani, a manifestare seri dubbi. L’Azerbaigian, che secondo diverse fonti autorevoli potrebbe prendere parte all’operazione, sarebbe gradito a Israele, anche alla luce della lunga partnership condivisa anche in funzione anti-iraniana.

In relazione al cosiddetto fattore Ankara, il giornalista israeliano Itamar Eichner, senza mezzi termini, ci informa che Israele sta rifiutando categoricamente le truppe turche e qatariote dentro la Striscia, ma sarebbe disposto ad accettare soldati azeri o indonesiani. Tuttavia, dopo che Hamas ha annunciato che non coopererà con l’ISF, è chiaro che qualsiasi partecipazione comporterebbe inevitabilmente scontri a fuoco e rischi considerevoli. Non è chiaro, inoltre, ha affermato sempre Eichner, quando potrebbero arrivare i primi soldati, che avrebbero comunque bisogno di un addestramento completo prima di entrare in azione. Per Israele è chiaro: se l’ISF non disarma Hamas, Israele dovrà farlo da solo. Hamas, invece, è disposto a consegnare solo le armi pesanti, cosa che per Israele è fuori discussione. Dietro le quinte si stanno valutando modelli alternativi, come l’integrazione di membri di Hamas nelle strutture di sicurezza palestinesi. In un tale scenario, il futuro dell’ISF rimane estremamente incerto. Washington dichiara che gli Stati possono impegnarsi anche senza partecipare con le truppe, ad esempio nella logistica, nel finanziamento o nei quartier generali.

Inoltre, merita evidenziare che in Israele sta crescendo la preoccupazione che, a causa dei blocchi, gli Stati Uniti possano alla fine puntare sulle truppe turche, uno scenario che a Gerusalemme è considerato estremamente problematico.
Infine, come ha affermato Giuseppe Gagliano in un recente editoriale, per Israele consentire alla Turchia, Paese estremamente critico verso Tel Aviv, vicino ad Hamas e alle monarchie del Golfo, di operare nella Striscia significherebbe accettare un serio indebolimento della propria influenza nella gestione del futuro della stessa Gaza. Gli Stati Uniti, ovviamente, stanno cercando una mediazione tra le parti: da un lato sanno che la Turchia è un partner strategico nella NATO, dall’altro sono consapevoli che Israele non accetterà mai una presenza turca senza garanzie.
L’obiettivo di Washington appare chiaro: evitare che la ricostruzione di Gaza diventi un terreno di scontro frontale tra alleati.

OPERAZIONE “BLACK FRIDAY” – Samuel Capelluto, giornalista di Shalom, sito della comunità ebraica di Roma, il 24 novembre u.s. ha informato che l’aviazione israeliana aveva eliminato a Beirut il capo di stato maggiore di Hezbollah, Haitham Ali Tabatabai, considerato il numero due dell’organizzazione e capo dell’ala militare. L’operazione, denominata “Black Friday”, è la prima condotta nel cuore del quartiere Dahiya da cinque mesi ed è stata autorizzata dopo l’arrivo di “intelligence immediata” che indicava la presenza del dirigente nella sua casa-rifugio. In merito, Israele ha confermato l’eliminazione pubblicando le immagini dell’operazione. Anche Hezbollah ne ha riconosciuto la morte, definendola “aggressione traditrice”, ma senza annunciare una ritorsione immediata. A Gerusalemme si preparano comunque a ogni possibilità. Ricordiamo che Tabatabai era classificato dagli Stati Uniti come terrorista internazionale dal 2016, con una taglia di 5 milioni di dollari. Aveva comandato forze speciali del movimento in Siria e Yemen, ed era tornato in Libano assumendo il ruolo di capo della struttura militare dopo le eliminazioni di diversi comandanti del gruppo. Con la sua esperienza, era diventato l’architetto principale del tentativo di ricostruire le capacità operative di Hezbollah, violando gli accordi con Israele e rafforzando il dispiegamento nel sud e nella valle della Beqaa.

Il governo libanese e diversi rappresentanti politici hanno condannato l’azione, parlando di “linea rossa” superata e accusando Israele di voler far deragliare gli sforzi diplomatici. Secondo fonti israeliane, gli Stati Uniti erano a conoscenza dell’intenzione di intensificare la pressione su Hezbollah, e l’operazione non avrebbe incontrato opposizioni, segno di una convergenza di interessi: indebolire progressivamente l’influenza iraniana in Libano e spingere Beirut verso negoziati diretti con Israele.

CONCLUSIONE – Desidero concludere questo lavoro riportando alcune delle domande che recentemente Giampiero Sandionigi, noto giornalista e scrittore cattolico, si è posto in relazione alla risoluzione ONU e al piano di pace americano.
Domande che al momento non trovano risposte! Per quanto tempo la Striscia sarà amministrata da un comitato di tecnocrati palestinesi che dovrebbero rispondere ai bisogni più immediati e quotidiani della popolazione? Gli indirizzi di fondo e i piani regolatori della ricostruzione fanno invece capo a Trump e al suo Consiglio. Ma quali progetti verranno realizzati? Dove finiranno le montagne di scorie e macerie prodotte dai bombardamenti? Chi finanzierà la ricostruzione? Chi indennizzerà? Che interessi entreranno in gioco? Quale Gaza rinascerà e in quali fasi? Che fisionomia assumerà il territorio? Potranno economicamente permettersi di viverci i suoi attuali abitanti? Quali attori internazionali affiancheranno gli Stati Uniti nel Consiglio per la pace? E quali Paesi manderanno truppe per formare la Forza internazionale di stabilizzazione, autorizzata dalla risoluzione 2803 a restare sul campo almeno fino al 31 dicembre 2027? Hamas cederà veramente le armi e rinuncerà al controllo della Striscia? Chi arginerà la spinta degli estremisti ebrei che vorrebbero annettere la Cisgiordania, ricolonizzare la Striscia di Gaza e cacciare quanti più palestinesi possibile e per questo si sentono traditi da Trump? Sul cammino impervio della pace, riforme e cambiamenti suonano necessari non solo in casa palestinese. Chi ama la Terra Santa non può lasciare soli i suoi due popoli.

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

[s.d]

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