27.11.2025 – 10.35 – PREMESSA – Mentre, in mezzo a pile di documenti, cercavo di leggere, comprendere e tentare di analizzare gli avvenimenti che stanno caratterizzando la cronaca internazionale di questi giorni, ecco irrompere sulla scena improvvisi articoli al veleno dei media americani, accompagnati da dichiarazioni inconsuete rese da Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino. Tutti, da Washington a Mosca, parlano di divulgazioni indebite, di conversazioni riservate, date alla stampa americana! Tutti cercano di sdrammatizzare, ma il problema all’interno dello Stato profondo americano, come un magma incandescente, ha rischiato di tracimare! Un fulmine a ciel sereno! Allora ho deciso di mettere da parte i copiosi dossier sui compromessi non svelati in vista della possibile pace in Ucraina, i rumors cinesi su Taiwan, la fragile tregua di Gaza, gli attacchi israeliani in Libano, i flebili ruggiti dei leoni di Bruxelles, le schermaglie pericolose tra Washington e Caracas e le guerre dimenticate in Africa, per focalizzarmi sul nuovo scandalo, dal sapore amaro.
Cerchiamo di capire, inserendo dedicati spunti di analisi!
LE DICHIARAZIONI DA MOSCA – Il 26 novembre, la Tass ha lanciato un inedito articolo dal titolo eloquente: “Le richieste di licenziamento di Witkoff dopo le fughe di notizie mirano a far deragliare il processo di pace”. Le richieste provenienti dagli Stati Uniti di licenziare l’inviato presidenziale statunitense Steve Witkoff, ha dichiarato la Tass, a seguito della pubblicazione delle presunte trascrizioni riservate delle sue conversazioni con l’assistente presidenziale russo Yury Ushakov, sono state, secondo il portavoce presidenziale russo Dmitry Peskov, “un tentativo di ostacolare i fragili progressi verso un accordo di pace in Ucraina”. Inoltre, Peskov ha aggiunto: “Lo stesso presidente Trump, tra l’altro, ha parlato indirettamente in difesa di Witkoff: questo è il solito compito di un negoziatore. Probabilmente, gli appelli a favore del licenziamento di Witkoff mirano principalmente a sabotare gli sforzi in corso per una risoluzione di pace. Naturalmente, molti non si fermeranno davanti a nulla nel tentativo di interrompere questo processo”.
Quasi contemporaneamente, sempre la Tass ha riportato anche le dichiarazioni, decisamente non diplomatiche, espresse dal vice ministro degli Esteri russo Sergey Ryabkov, il quale, senza mezzi termini, ha affermato che: “L’idea di raggiungere un accordo sulla risoluzione del conflitto ucraino basato sull’eliminazione delle sue cause profonde viene dipinta negativamente dai media occidentali. Negli ultimi giorni abbiamo assistito a numerose fughe di notizie, attacchi e aggressioni attraverso i media britannici e i social media, proprio sull’idea di raggiungere un accordo, accordi che implicherebbero di affrontare, tra le altre cose, le cause profonde di questo conflitto. Non intendo commentare alcuna fuga di notizie. Questo è il momento in cui non bisogna soccombere alle provocazioni. I nostri avversari sono grandi maestri e amanti delle provocazioni, soprattutto i madrelingua inglesi in diverse parti del mondo. Hanno perfezionato la capacità di danneggiare e interferire con i processi costruttivi, ovunque si sviluppino, se per qualche motivo queste persone ritengono che lo sviluppo di questi processi non risponda ai loro ristretti interessi egoistici e personali.”
CHI STA SABOTANDO LA PACE IN UCRAINA? – Clara Statello, nota giornalista, ci ricorda le seguenti dichiarazioni espresse dal ministro degli Esteri della Federazione Russa Sergey Lavrov, in merito alla divulgazione del piano americano in 28 punti:
“I diplomatici seri, come ci si aspetta che facciano, discutono di tali questioni in modo confidenziale fino al raggiungimento di un accordo finale. I documenti sono stati deliberatamente divulgati per alimentare questa frenesia mediatica. Chi orchestra questo clamore non fa mistero del suo desiderio di indebolire gli sforzi di Donald Trump e rielaborare il piano a modo suo”. Solo poche ore dopo la divulgazione di queste dichiarazioni di Lavrov, il già menzionato Bloomberg aveva deciso di pubblicare le presunte trascrizioni dei colloqui telefonici tra i diplomatici russi e americani, riguardanti le trattative sulla bozza del piano di pace di Trump. Certamente è una coincidenza, ma forse vale la pena ricordarla! In tale cornice, merita rilevare che appare evidente l’intendimento del “manovratore ignoto” di indebolire l’autorevolezza sia russa che statunitense, forse allo scopo di minare sul nascere ogni possibile avvio di una negoziazione di pace per l’Ucraina. Tuttavia, questo incidente, che senza dubbio non sarà dimenticato né da Mosca né da Washington, non sembra aver oltremodo ostacolato lo sforzo diplomatico americano nel porre fine in tempi rapidi al conflitto.
BREVI SPUNTI DI ANALISI E RIFLESSIONI IN MERITO ALLE PROPOSTE DI PACE IN UCRAINA – Tralasciando il contesto mediatico e provando a esprimere un primo apprezzamento valutativo sui reali contenuti ed effetti politico-globali dei possibili piani per la pace in Ucraina, emergono alcune considerazioni che afferiscono alla sfera geostrategica. L’unica sfera, quella dell’analisi geostrategica, che merita di essere osservata quando si affrontano tematiche di simile rilevanza. Questo conflitto, sotto il profilo tattico-militare, è stato vinto da Mosca, non ci sono dubbi, ma sotto il profilo strategico, per Mosca, si tratta di una sconfitta. In altri termini, per Mosca, non essere riuscita a “riportare” Kiev sotto la propria influenza rappresenta, senza dubbio, una sconfitta forte. Molti autorevoli analisti concordano nell’affermare, infatti, che se Mosca avesse avuto la possibilità di conoscere l’esito del conflitto dopo questi anni di guerra, avrebbe sicuramente deciso di non iniziarla. Ricordiamo che circa l’80% dell’Ucraina sarà posta di fatto sotto l’influenza occidentale, non solo perché entrerà ben presto nella UE, ma perché sarà posta (in realtà già lo è) sotto il controllo indiretto di Washington e godrà di solide garanzie da parte della NATO.
In merito, ricordiamo che appare presumibile ritenere che Mosca abbia deciso di intervenire in Ucraina, sicuramente a difesa della popolazione russofona del Donbas e in relazione all’allargamento della NATO a Est, ma anche per tentare di rovesciare il governo di Kiev, nel tentativo di allontanare l’Ucraina dalla sfera occidentale. Questi obiettivi strategici russi sono falliti. In sintesi, stiamo parlando di una vittoria militare tattica della Russia e di una vittoria strategica degli Stati Uniti d’America. L’Europa, assente. Gravemente assente, secondo la maggioranza dei maggiori analisti occidentali. Tuttavia, dobbiamo anche onestamente domandarci cosa avrebbe potuto fare, nelle condizioni in cui è stata costretta ad operare! Soffermandoci, invece, sull’Ucraina. Sotto il profilo geostrategico, Kiev ha perso sotto il profilo tattico, sia politico che militare, in quanto non solo ha visto dimezzare la popolazione, ma ha anche subito distruzioni immani in tutti i settori nevralgici del Paese, malgrado il continuo supporto in termini di armamento, addestramento, intelligence e finanziario fornito sia dalla UE che dalla NATO. Tuttavia, sotto il profilo strategico, avendo avuto come scopo primario, secondo alcuni eterodiretto, sganciarsi da Mosca e cercare di entrare sotto la sfera occidentale, tale obiettivo è stato raggiunto pienamente e sine die.
Se invece parliamo di Zelensky, il discorso appare totalmente diverso.
Questo discusso personaggio, ricordiamolo, un guitto di straordinarie capacità comunicative, sta finalmente comprendendo che non potrà guidare l’Ucraina all’indomani della pace. I suoi recenti tentativi di riconquistare il consenso interno, parlando alla sua gente con toni sacrali e drammatici, sono destinati a un fallimento. Washington sta cercando di farglielo capire in tutti i modi, scaraventando i numerosi e copiosi dossier sugli scandali di corruzione compiuti dal suo governo su tutti i tavoli diplomatici internazionali. In merito, ritenere che la corruzione in Ucraina sia esplosa con Zelensky appare decisamente falso, atteso che questo fenomeno è parte endemica della storia recente della giovane Repubblica di Kiev. Tutti i capi di Stato e di governo occidentali lo sanno e sono perfettamente consapevoli che questa piaga avvolge da molti anni ogni ganglio vitale della realtà ucraina. Qualora Zelensky decidesse di non accettare il piano proposto dagli Stati Uniti, cosa potrebbe accadere? A questa domanda frequente sono solito rispondere che Washington ne prenderebbe atto e si limiterebbe a interrompere il proprio supporto militare e intelligence a Kiev. Tale decisione costringerebbe in pochi giorni Zelensky ad accettare un nuovo piano americano, sicuramente meno favorevole di quello attuale. Desidero chiudere queste brevi riflessioni evidenziando che Washington vuole normalizzare e possibilmente implementare da subito i rapporti politici e diplomatici con Mosca, avendo come obiettivo strategico primario evitare che Mosca possa cadere nella sfera di influenza di Pechino, quest’ultimo, non dimentichiamolo mai, vero antagonista e forse anche più che antagonista di Washington.
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
[s.d]


