Russia e Ucraina, il disastro che Kissinger voleva evitare

27.10.2025 – 17.00 – Mentre si rafforzano le sanzioni di Stati Uniti e Unione Europea contro le società energetiche russe, assistiamo ogni notte a continue “tempeste” di centinaia di droni e missili russi che si abbattono sulle principali città e infrastrutture energetiche ucraine, creando devastazione e terrore diffuso, mentre nella popolazione incombe lo spettro dell’inverno. Le notizie dal fronte delineano non solo un’avanzata lenta ma inesorabile delle forze militari russe, ma anche l’estrema difficoltà ucraina nel tentativo di evitare il tracollo delle linee di difesa. In particolare, vengono segnalate gravi criticità a Kupyansk e Pokrovsk, città ucraine sulla linea del fronte, situate rispettivamente nelle regioni di Charkiv e del Donetsk. Secondo Mosca, unità militari ucraine – non meno di cinquemila uomini – sarebbero rimaste intrappolate dalle forze russe, mentre Kiev, pur ammettendo la difficoltà estrema, nega l’imminente capitolazione di questi due importanti centri urbani e snodi logistici strategici.

In questo scenario drammatico, centinaia di droni ucraini vengono ogni notte lanciati contro territori russi: molti, secondo i media di Mosca, sarebbero stati intercettati, mentre altri – secondo fonti ucraine – stanno causando gravi danni a infrastrutture civili. Inoltre, i media ucraini hanno riportato con grande sorpresa le dichiarazioni del capo di stato maggiore russo, Valery Gerasimov, secondo cui la Russia avrebbe testato il suo nuovo missile da crociera Burevestnik, di concezione recente, a propulsione e con armamento nucleare. Una situazione estremamente grave. Mentre tutto ciò accade, si registrano anche strani incidenti – forse sarebbe più corretto definirli atti terroristici – ai danni di infrastrutture energetiche non in Russia, ma nell’Europa orientale, con particolare riferimento ai vasti incendi scoppiati in raffinerie di Romania, Ungheria e Slovacchia. Cosa accomuna queste raffinerie, dovremmo chiederci? Secondo Analisi Difesa, le tre infrastrutture raffinano petrolio di provenienza russa e hanno subito incidenti in un momento in cui i droni ucraini stanno colpendo raffinerie in territorio russo. Questi “incidenti” si sono verificati in rapida successione proprio nei giorni in cui l’Unione Europea ha deciso la rinuncia totale e definitiva all’energia di fonte russa, imponendo nuove sanzioni alle società energetiche di Mosca. Certamente, saranno solo coincidenze casuali.

Riflessioni

Mentre seguo quotidianamente l’evolversi della situazione, sempre più critica per la martoriata Ucraina e, indirettamente, anche per l’economia dell’Eurozona, guardando i miei libri dedicati alla storia recente del continente, continuo a chiedermi: perché nessuno ha voluto leggere – o almeno riflettere anche solo un attimo – su quanto Henry Kissinger, scomparso nel 2023, cercò inutilmente di gridare al mondo già nel lontano 2014? Come tutti i grandi personaggi, Kissinger è una figura controversa. Niall Ferguson gli ha dedicato due volumi elogiativi, mentre Christopher Hitchens, duramente critico, ha scritto Il processo a Henry Kissinger. Ricordo che Kissinger era cresciuto in Germania, di famiglia ebrea, e venne rifiutato al ginnasio. A quindici anni, dopo il 1938, fuggì con la famiglia prima a Londra, poi a New York.

Ho sempre pensato che, forse, da quella tragica esperienza Kissinger imparò l’arte del realismo politico, accompagnato da un cinismo diplomatico non celato e da una marcata autoironia. Nel maggio del 2023, pochi mesi prima della sua morte, numerosi media statunitensi – tra cui il Washington Post – ripresero un articolo scritto da Kissinger otto anni prima, esattamente il 15 marzo 2014. In quel testo, l’abile diplomatico americano descriveva le relazioni tra Russia e Ucraina. In estrema sintesi, Kissinger ci fece comprendere che il dramma odierno sarebbe stato evitabile, se solo le sue conclusioni di allora fossero state ascoltate. L’articolo, intitolato To settle the Ukraine crisis, start at the end, era ispirato dagli eventi della rivoluzione di Euromaidan, esplosa tra il 2014 e il 2015 dopo che il presidente ucraino Viktor Yanukovich aveva rifiutato di firmare l’accordo di associazione con l’Unione Europea per siglarne uno con la Russia, finendo costretto alla fuga di fronte alla “reazione popolare”. Propongo qui alcuni passaggi significativi di quel testo, che rendono bene il pensiero di questo cinico e brillante diplomatico, tanto ascoltato quanto spesso ignorato.

Kissinger scrisse:

“Troppo spesso la questione ucraina viene presentata come una resa dei conti: se l’Ucraina debba unirsi all’Est o all’Ovest. Ma se l’Ucraina vuole sopravvivere e prosperare, non deve essere l’avamposto di nessuna delle due parti contro l’altra: dovrebbe fungere da ponte tra di loro. La Russia deve riconoscere che tentare di costringere l’Ucraina a diventare un satellite, e quindi spostare di nuovo i confini della Russia, condannerebbe Mosca a ripetere la sua storia di tensioni reciproche con Europa e Stati Uniti, in cicli destinati ad autoriprodursi senza fine. L’Occidente deve capire che, per la Russia, l’Ucraina non potrà mai essere un semplice Paese straniero. La storia russa ebbe inizio in quella che fu chiamata la Rus’ di Kiev. Da lì si diffuse la religione ortodossa. L’Ucraina è stata parte della Russia per secoli e le loro storie si sono intrecciate ancor prima di allora. La flotta del Mar Nero, strumento della Russia per proiettare potere nel Mediterraneo, ha sede a Sebastopoli, in Crimea, con un contratto di affitto a lungo termine. L’Unione Europea deve riconoscere che la sua dilatorietà burocratica e la subordinazione dell’elemento strategico alla politica interna nel negoziare le relazioni con l’Ucraina hanno contribuito a trasformare un negoziato in una crisi. La politica estera è l’arte di stabilire le priorità.”

E ancora:

“Trattare l’Ucraina come parte di un confronto Est-Ovest farebbe affondare per decenni ogni prospettiva di costruire un sistema internazionale cooperativo tra Russia e Occidente. La demonizzazione di Vladimir Putin non è una politica: è un alibi per l’assenza di una politica.”

Nessuno ha voluto comprendere. Nessuno ha voluto agire per la pace.

In questa cornice, voglio proporre anche uno stralcio di una delle ultime interviste concesse da Kissinger, quasi centenario, nel maggio 2022 a Bernhard Zand, autorevole analista del settimanale Der Spiegel.

In quell’occasione, l’anziano diplomatico affermò:

“Putin mi ricorda Krusciov, perché anche Krusciov voleva il riconoscimento. Voleva affermare l’importanza del suo Paese ed essere invitato in America. Il concetto di uguaglianza era molto importante per lui. Nel caso di Putin, questo è ancora più acuto, perché considera il crollo della posizione russa in Europa dopo il 1989 un disastro strategico. È la sua ossessione. Non credo voglia riconquistare ogni frammento di territorio perduto, ma non può sopportare che l’intero territorio tra Berlino e il confine russo sia caduto sotto la NATO. È questo che rende l’Ucraina un punto cruciale per lui.”

E aggiunse:

“La guerra in Ucraina è, da un lato, una guerra per l’equilibrio di potere; dall’altro, ha aspetti di guerra civile. Combina un problema europeo con una dimensione globale. Quando questa guerra sarà finita, la vera questione sarà se la Russia riuscirà a instaurare un rapporto coerente con l’Europa – cosa che ha sempre cercato – o se diventerà un avamposto dell’Asia al confine con l’Europa. Il rapporto della Russia con l’Europa dovrà essere affrontato, indipendentemente da come finirà la guerra in Ucraina.”

Mentre i combattimenti proseguono, le diplomazie russa e americana continuano a dialogare. Mosca e Washington hanno precisato di non aver annullato l’incontro di vertice previsto a Budapest, ma solo di averlo rinviato. L’inviato del Cremlino, l’ex manager di Goldman Sachs Kirill Dmitriev, si è recentemente recato a Miami per discutere della crisi ucraina e dei rapporti tra Stati Uniti e Russia, compreso l’ipotetico progetto di un tunnel sotto il Mare di Bering che collegherebbe i due Paesi. Non appare certo casuale, in questo contesto, la recente dichiarazione di Donald Trump, che ha affermato di non voler partecipare alle discussioni sul possibile utilizzo dei beni russi congelati nell’UE per concedere prestiti all’Ucraina.

Testualmente, Trump – incalzato dai giornalisti – ha dichiarato:

“Dovreste chiedere all’UE informazioni al riguardo. Io non sono coinvolto.”

In tale scenario, secondo diversi analisti, il rischio per l’Europa di rimanere marginale e ininfluente appare evidente. Bruxelles continua a mostrarsi come un attore irrilevante, incapace di esercitare un ruolo diplomatico o di mediazione nella crisi ucraina, preferendo schierarsi per la prosecuzione sine die del conflitto. Nel frattempo, Mosca e Washington sembrano intenzionate a perseguire altri obiettivi: risolvere una crisi divenuta un “fastidio” e avviare nuove relazioni politiche, economiche, strategiche e globali.

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita” (2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole” (2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

[s.d.] [immagine da IA generativa]

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