Hamas tratta, Israele diffida. Dragani avverte, “questa non è pace, è solo una pausa di guerra”

07.10.2025 – 15.23 – Nel suo più recente studio geopolitico, il Generale Stefano Silvio Dragani analizza con rigore la complessa evoluzione del conflitto israelo-palestinese, a partire dall’annuncio diffuso il 3 ottobre dall’emittente Al Jazeera, secondo cui Hamas avrebbe accettato parzialmente il piano proposto dagli Stati Uniti per Gaza, chiedendo tuttavia “ulteriori negoziati su alcuni punti sensibili”.

Dragani evidenzia che la proposta americana, articolata in 20 punti, comprendeva cessate il fuoco immediato, scambio di tutti i 48 prigionieri israeliani rimasti (di cui circa 20 presumibilmente in vita) con detenuti palestinesi, formazione di un governo di transizione internazionale e disarmo progressivo di Hamas.

Nella risposta ufficiale del gruppo, sottolinea Dragani, non vi è alcun riferimento al disarmo: Hamas ha invece ribadito la disponibilità a liberare “tutti i prigionieri dell’occupazione, vivi o morti”, e ad avviare “immediatamente trattative tramite mediatori” per lo scambio. Parallelamente, il movimento islamista si dice pronto a cedere l’amministrazione della Striscia a un organismo palestinese indipendente sostenuto da consenso nazionale e legittimazione araba e islamica.

Il consigliere per i media di Hamas, Tahir al-Nounou, ha dichiarato alla BBC: “Le dichiarazioni del presidente Trump sono incoraggianti e il movimento è pronto ad avviare immediatamente i negoziati per ottenere uno scambio di prigionieri, porre fine alla guerra e garantire il ritiro dell’occupazione.”

Per Dragani, queste parole rappresentano “un primo spiraglio di luce”, ma — precisa — “non ancora una vera apertura politica”. L’analista militare invita infatti alla cautela: “La storia recente di Hamas insegna che le aperture tattiche non sempre coincidono con un reale mutamento strategico”.

Il ruolo politico di Hamas
Contestualmente, i media arabi e turchi hanno rilanciato l’intervista di Mousa Abu Marzouk, uno dei principali leader politici di Hamas. Dragani riporta testualmente le tre condizioni cardine delineate da Abu Marzouk:
1. uno scambio di prigionieri su larga scala, comprendente anche donne, minori e leader politici di rilievo;
2. un cessate il fuoco duraturo, mediato da potenze regionali e internazionali;
3. garanzie internazionali sul rispetto degli impegni da parte israeliana.
In una delle sue affermazioni più significative, Abu Marzouk ha dichiarato: “È fondamentale che anche le potenze occidentali smettano di considerarci un mero attore militare e inizino a riconoscerci come parte della soluzione politica”.

Dragani sottolinea come questa frase sia di grande rilievo politico, ma al tempo stesso potenzialmente esplosiva: “Il riconoscimento politico di Hamas” scrive “rappresenta una soglia critica che nessuna grande potenza occidentale, a partire dagli Stati Uniti, sembra oggi disposta ad attraversare”. In altre parole, si tratterebbe di una richiesta inaccettabile per Washington e Bruxelles, che continuano a classificare Hamas come organizzazione terroristica.

La frattura interna 
Un altro aspetto messo in luce dal Generale Dragani riguarda la spaccatura interna a Hamas tra l’ala politica e quella militare, le Brigate Izz ad-Din al-Qassam. L’analista osserva che la prima mostra una certa disponibilità ad accettare, almeno in linea di principio, il piano americano, mentre la seconda resta “ferma su posizioni di intransigenza armata”.

“Le figure politiche di Hamas” nota Dragani “vivono da tempo fuori da Gaza, e la loro capacità di incidere sulle decisioni operative dell’ala armata è oggi estremamente ridotta”. È dunque una dicotomia strutturale, che potrebbe ostacolare la stessa tenuta di qualsiasi eventuale accordo.

La reazione israeliana 
Il sito ufficiale del governo israeliano ha riportato le parole del premier Benjamin Netanyahu, che nella serata del 4 ottobre ha ribadito l’intenzione di “disarmare Hamas” con ogni mezzo: “Spero che nei prossimi giorni saremo in grado di riportare indietro tutti i nostri ostaggi… Hamas verrà disarmato, o diplomaticamente tramite il piano di Trump, o militarmente da parte nostra.”

Dragani commenta: “Le dichiarazioni di Netanyahu – pur comprensibili dal punto di vista della sicurezza nazionale – non lasciano spazio immediato a una soluzione politica condivisa. È il linguaggio della forza, non ancora quello della diplomazia.”

I negoziati in Egitto
Secondo l’emittente Channel 12, il 6 ottobre dovrebbe aprirsi al Cairo un primo round di colloqui indiretti tra Israele e Hamas, alla presenza di mediatori egiziani e qatarioti. Dragani riporta che l’inviato americano Steve Witkoff, delegato dell’amministrazione Trump, si unirà al tavolo nei prossimi giorni.

Il generale osserva come “la sede egiziana non sia casuale”: “L’Egitto rappresenta da sempre la cerniera geopolitica del mondo arabo moderato e conserva credibilità tanto a Tel Aviv quanto a Gaza. Ma i margini di manovra restano estremamente stretti”.

Speranza e realismo
Nel suo commento finale, Dragani cita le parole del Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, che in un recente messaggio ha parlato di “un primo passo importante, ma ancora fragile”, aggiungendo: “Molto resta da fare, ma come Chiesa siamo chiamati a dire una parola di speranza, ad avere il coraggio di una narrativa che apra orizzonti”.

Il Generale conclude con un’osservazione di grande lucidità geopolitica: “Potremo cominciare a parlare di pace soltanto quando si accetterà di aprire un dialogo con tutti gli interlocutori, nessuno escluso. Fino ad allora, ogni tregua sarà effimera e l’odio continuerà a trovare nuova linfa.”

Contestualizzando l’analisi del Generale Dragani, emerge con chiarezza che la questione palestinese resta una ferita geopolitica aperta, in cui ogni minima apertura diplomatica convive con nuovi veti, interessi contrapposti e fragilità strutturali. Hamas tenta di riaccreditarsi come soggetto politico; Israele risponde con determinazione militare; gli Stati Uniti cercano una soluzione di equilibrio che al momento non esiste.

Dragani chiude la sua analisi con parole che riflettono una lezione universale: “La guerra non libera mai l’uomo dalla guerra. Finché prevarrà la logica dell’annientamento, non quella del riconoscimento, il conflitto continuerà a ripetersi in forme sempre diverse, ma sempre uguali nella tragedia.”

Stefano Dragani, già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: Frammenti di vita (2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; La Cavalleria: uno stile di vita (2023), un affresco storico-militare; Conflitti e parole (2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e Un altro mondo (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

[f.v.]

Ultime notizie

Dello stesso autore