17.09.2025 – 09:58 – Ogni epoca ha il suo lessico. Ci sono parole che nascono e tramontano con le mode, che segnano un gruppo o un tempo e che altrove non significano nulla. Ma mai come oggi il linguaggio cambia con tanta rapidità, e mai come oggi il vocabolario è diventato il segno più evidente della distanza tra generazioni. La domenica a pranzo, tra un piatto di pasta e una battuta di uno zio, arriva la frase che spiazza tutti: “È stato cringe“. I ragazzi la dicono senza esitazione, come fosse la cosa più normale del mondo. I nonni sorridono, gli adulti fanno finta di capire. Nessuno chiede spiegazioni, eppure intorno al tavolo si apre un divario silenzioso: la stessa scena, due vocabolari diversi. Succede spesso: nelle chat, per strada, sui social. Un ragazzo dice “flexare” o “main character” con la stessa naturalezza con cui un tempo avrebbe detto “vantarsi” o “sentirsi protagonista”. Le parole cambiano, e cambiano così in fretta che a volte sembra impossibile star loro dietro. Dove un tempo lo slang impiegava anni per diffobndersi, nelle canzoni, nelle piazze, nei giornali di costume, oggi basta un video virale per trasformare un neologismo in linguaggio comune.
Non è un dettaglio da linguisti. È un fenomeno culturale che racconta la società. Le parole nuove non servono solo a dire qualcosa, ma a dire da dove si parla. Sono marcatori di appartenenza, piccoli “badge” generazionali. Chi capisce è dentro, chi resta indietro è escluso. È un linguaggio che crea comunità ma al tempo stesso traccia confini.
Gli inglesismi, ad esempio, non sono più prestiti occasionali. Sono diventati un linguaggio parallelo, che attraversa tutto: “spoilerare”, “shippare”, “crush”. Sono vocaboli che non sostituiscono termini italiani, ma creano un universo condiviso. Non è l’efficacia che conta, ma la condivisione: usare quella parola significa dire “io faccio parte di questo mondo”.
Eppure la differenza con il passato è evidente. Negli anni Sessanta i ragazzi parlavano il linguaggio della musica e dei movimenti, negli Ottanta quello televisivo, nei Novanta il gergo delle discoteche. Ma erano lingue che duravano anni, a volte decenni. Oggi invece il lessico si consuma con la stessa velocità con cui si accende una tendenza digitale: tre mesi, sei al massimo. Poi sparisce, sostituito da un nuovo codice. Non è più il linguaggio di una generazione: è il linguaggio di una stagione.
Mentre i più giovani inventano parole nuove, gli adulti continuano a usare le stesse di sempre: “resilienza”, “innovazione”, “competitività”. Termini che riempiono convegni e documenti, ma che hanno perso forza tra i ragazzi. Così, mentre i più giovani creano vocabolari effimeri e brillanti, il mondo adulto resta ancorato a un lessico “burocratico” o meglio, ancorato alla più pura lingua italiana. Due mondi che non si incontrano: uno che rinnova di continuo, l’altro che ricicla senza inventare.
La scena si ripete ogni giorno, spesso in silenzio. Ragazzi che parlano in autobus con parole che un adulto non afferra. Nonni che ascoltano i nipoti con la stessa distanza con cui si ascolta un dialetto straniero. E non è che non ci si capisca più: è che nessuno ci pensa. I ragazzi usano i loro termini in automatico, senza percepire la barriera che innalzano. Ed è proprio questa inconsapevolezza a segnare lo scarto.
Il linguaggio non è mai neutro. È appartenenza, è segnale, è potere. Ogni parola nuova dice chi siamo e chi non siamo, chi è dentro e chi resta ai margini. La velocità con cui i termini nascono e muoiono racconta la rapidità del nostro tempo. La fatica degli adulti a star dietro mostra il peso della distanza generazionale. E la naturalezza con cui i giovani parlano in un codice che non tutti capiscono è il segno più chiaro di un’epoca che vive di mondi paralleli.
[c.v.]


