12.08.2025 – 09:15 – Nelle ore convulse di inizio agosto, il fragile equilibrio tra Israele e Gaza si è incrinato ulteriormente, aprendo scenari che vanno ben oltre la mera dimensione militare. A confermarlo, con un’analisi che intreccia fonti ufficiali, dinamiche interne e implicazioni geopolitiche, è Stefano Silvio Dragani, già generale dei Carabinieri, che da anni osserva con sguardo lucido i teatri di crisi globali. Tutto prende avvio nella notte tra il 7 e l’8 agosto, quando – come riportato da Shalom, il portale della comunità ebraica di Roma – il gabinetto politico-di-sicurezza israeliano approva a larga maggioranza la proposta del primo ministro Benjamin Netanyahu: una vasta operazione dell’IDF per “prendere il controllo” della città di Gaza e sconfiggere Hamas. Una formula, questa, che evita deliberatamente il termine “occupazione”, sostituito da una terminologia giuridicamente più sfumata, ma che non ne attenua il significato strategico.
Secondo Dragani, questa decisione, maturata dopo il fallimento dei negoziati per il rilascio degli ostaggi, rappresenta «il punto di non ritorno in un conflitto già segnato da una catena di scelte politiche e militari destinate a lasciare cicatrici profonde». Il generale rileva come, già il 5 agosto, i media israeliani avessero anticipato l’intenzione di Gerusalemme di estendere l’offensiva, nonostante le resistenze interne.
Il Capo di Stato Maggiore, generale Eyal Zamir, aveva messo in guardia contro i rischi di un’operazione estesa nelle aree centrali della Striscia, segnalando la presenza di ostaggi e civili e proponendo, in alternativa, raid mirati e azioni di logoramento. Una linea prudente che non ha trovato sponda politica: persino figure dell’opposizione, come Yair Lapid, hanno tentato invano di frenare l’avanzata, denunciando il costo umano e militare di una campagna casa per casa contro 20mila miliziani di Hamas in un territorio densamente popolato.
La decisione ha spaccato la società israeliana. Proteste di piazza, guidate dai familiari degli ostaggi, hanno infiammato Tel Aviv. Episodi come l’arresto forzato di Michel Illouz, padre di un ostaggio, durante una manifestazione, hanno acceso ulteriori polemiche. Persino all’interno del Consiglio di Sicurezza si sono registrate voci contrarie: dal ministro degli Esteri Gideon Sa’ar al capo del Mossad, David Barnea.
Sul fronte internazionale, Dragani sottolinea il silenzio europeo e la reazione misurata di Washington. Donald Trump ha definito la decisione “una scelta interamente israeliana”, mentre il suo ambasciatore a Tel Aviv, Mike Huckabee, ha polemizzato apertamente con il premier britannico Keir Starmer, evocando i bombardamenti di Dresda per contestarne la richiesta di cessate il fuoco.
L’ISPI, in un’analisi dell’8 agosto, ha parlato senza mezzi termini di “complicità silente” da parte dell’Europa, incapace di andare oltre un generico invito alla cautela.
Un contributo particolarmente critico è arrivato dal professor Mohamad Elmasry, del Doha Institute for Graduate Studies, che su Middle East Eye ha accusato l’Occidente di usare la destra israeliana come “foglia di fico” per non mettere in discussione le radici sistemiche della violenza. Pur contestandone molte affermazioni, Dragani riconosce che queste posizioni riflettono percezioni diffuse in ampie aree del mondo arabo – percezioni che «non possono essere ignorate se si vuole aprire uno spiraglio di pace».
L’analisi si arricchisce con il richiamo di Dragani a un celebre articolo di Thomas Friedman del 2023 sul New York Times, in cui il giornalista metteva in guardia Israele dal cadere nella “trappola” preparata da Hamas e Iran: reagire con un’invasione massiccia di Gaza, con inevitabili vittime civili, minando il sostegno internazionale e compromettendo la normalizzazione con l’Arabia Saudita.
Per Dragani, la vera sfida non è soltanto militare. Riguarda il ritorno a un’Israele «democratica e liberale, capace di presentarsi non come attore di una guerra di religione, ma come frontiera della democrazia contro la teocrazia». E in questo, osserva amaramente, la composizione attuale del governo Netanyahu – legato a figure dell’ultradestra per ragioni anche personali – rischia di essere parte del problema più che della soluzione.
Il generale chiude la sua riflessione con una citazione di Giuseppe Ungaretti: «La guerra non libera mai l’uomo dalla guerra… la guerra era e rimarrà sempre l’atto più bestiale dell’uomo». Un monito che, applicato al presente, lascia aperta la domanda più difficile: Israele sta davvero scegliendo la strada della sicurezza, o si sta avviando verso un vicolo cieco strategico e morale?
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Stefano Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole” (2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
[f.v.]


