27.04.2025 – 08.30 – Ne sono sparse a migliaia lungo tutto lo Stivale. E anche oltre. Perché basta recarsi fuori l’attuale confine del Friuli Venezia Giulia per trovarne, abbandonate o solo in parte recuperate ad altra destinazione, anche lungo le strade cedute alla Jugoslavia al termine della seconda guerra mondiale. Parliamo delle case cantoniere, peculiarità tutta italiana, un tempo dimora dei “cantonieri” ovvero degli addetti preposti al mantenimento, ognuno di un determinato settore di strada statale. Le case cantoniere, infatti, erano distribuite lungo tutte le strade statali italiane, all’interno delle quali vi venivano custoditi i mezzi e le attrezzature utilizzate per espletare le operazioni di manutenzione delle stesse. Erano adibite a residenza della famiglia del cantoniere addetto alla manutenzione del “cantone”, cioè un tratto di strada lungo in media 5 chilometri ed erano spesso affiancate da autorimesse o depositi.
La loro operatività fu ufficializzata poco dopo l’Unità d’Italia: un regio decreto del 1874 stabiliva la presenza quotidiana dei cantonieri lungo il tratto assegnato, anche in caso di maltempo. Ma fu con la fondazione dell’Azienda Autonoma Statale della Strada (A.A.S.S.) nel 1928, che la rete delle case cantoniere divenne ancora più capillare. Al loro interno, oltre agli spazi per depositi di attrezzi e di stalle per gli animali, erano presenti anche delle camere da offrire eventualmente ai viandanti in emergenza. Durante il ventennio fascista, le case cantoniere vennero ulteriormente diffuse e censite. Nel 1938 se ne contavano oltre 1.300, con più di 2.300 alloggi. Il caratteristico colore rosso pompeiano, deciso per uniformare l’immagine pubblica, divenne una sorta di marchio visivo nazionale.
Dopo la seconda guerra mondiale, la gestione delle strade passò all’Anas (azienda istituita nel 1946), che mantenne le case cantoniere come alloggi di servizio. A partire dagli anni Ottanta, però, il sistema della manutenzione fu centralizzato, riducendo il numero dei cantonieri residenti. Molti edifici furono così dismessi o lasciati in stato di abbandono. Solo una parte continua oggi a essere utilizzata per fini operativi, come magazzini o sedi logistiche, mentre altre sono state date in concessione a enti locali, associazioni o trasformate in attività ricettive.
Nel 2015 è stato avviato un progetto congiunto tra MiBACT, MIT, Anas e Agenzia del Demanio per recuperare e valorizzare le case cantoniere in disuso. L’obiettivo è trasformarle in ostelli, ristoranti, centri informativi e culturali. Un primo bando del 2016 coinvolgeva 30 immobili, mentre uno successivo del 2021 ha messo a disposizione altre 100 case su tutto il territorio nazionale. Tuttavia, i risultati sono ancora limitati: solo poche case sono state effettivamente ristrutturate e riassegnate, mentre molte altre sono ancora in attesa di un futuro. A cominciare dalla decina presenti in provincia di Trieste, una delle quali (quella di Grignano) nel 2021 è stata posta sotto tutela dalla Commissione Regionale Patrimonio Culturale del Fvg che ne lodò “la sagoma dal colore rosso pompeiano”.


