25.04.25 – 11:00 – “Togli il sangue dalle vene e versaci dell’acqua, allora sì che non ci saranno più guerre”. Le parole di Lev Tolstoj, ad oggi, non possono purtroppo più trovare posto. Se è vero che i conflitti bellici causano ancora adesso un alto numero di vittime, tra soldati, civili e anche bambini (un ultimo esempio, l’attentato in Kashmir) è anche vero che il modo di ‘fare guerra‘ ha assunto così tante forme che il corpo umano a volte non viene neppure scalfito. Ciò che viene trafitto, è ben altro. Non sangue, ma sicurezze. Non ci spade né pistole, ma armi tecnologiche e psicologiche. È la guerra ibrida.
Una forma bellica sfuggente, complessa, insidiosa, tanto silenziosa quanto impattante, capace di generare conseguenze altrettanto disastrose. Una guerra che diventa visibile solamente dopo aver causato danni.
Nel panorama geopolitico contemporaneo, da un lato stiamo assistendo al conflitto propriamente armato tra Russia ed Ucraina – ma anche in Medio Oriente e in molti stati africani – mentre d’altro si stanno facendo sempre più strada i cosiddetti cyber attacchi, con mosse di disinformazione, pressioni economiche e manipolazione delle società.
Una strategia che sfida le definizioni convenzionali di guerra e pone inevitabilmente nuove minacce alla sicurezza globale.
Ma cos’è, nello specifico, la guerra ibrida?
Tale dinamica, a differenza di due eserciti che si scontrano, si basa su una combinazione di elementi convenzionali e non. In particolare, punta a generare attacchi hacker ad infrastrutture critiche, con furti di dati sensibili e blocco di sistemi informatici strategici al fine di danneggiare le istituzioni o le infrastrutture primarie di un Paese. In questo caso, la guerra si trasforma in cibernetica e viene definita cyberwarfare. Un altro mezzo d’attacco digitale si concretizza tramite la disinformazione e la propaganda che sfrutta i social media diffondendo fake news, e che può dunque colpire potenzialmente chiunque, dalle istituzioni alle vite private dei cittadini.
Difendersi dalla guerra ibrida è una sfida per nulla semplice, poiché essa sembra irradiarsi ovunque e senza limiti, essendo la tecnologia un elemento ormai indispensabile per chiunque e in qualsiasi ambito. In tal senso, gli strumenti tecnologici rappresentano dei ponti attraverso cui si inserire la minaccia senza che i bersagli abbiano il tempo di accorgersene.
Per contrastare questa nuova forma di conflitto, i governi e le organizzazioni internazionali stanno adottando diverse contromisure, come il rafforzamento della
cybersecurity tramite la protezione di reti elettriche, banche, sistemi portuali ed infrastrutturali, sviluppando una
intelligence avanzata per identificare operazioni di influenza straniera. Inoltre, si stanno consolidando
percorsi normativi contro la disinformazione e collaborazioni con i social media per limitare le fake news, nonché atti di
cooperazione tra NATO e UE per risposte coordinate a minacce ibride. Ad esempio, nel 2023 l’Alleanza Atlantica e l’Unione Europea hanno aperto in Finlandia l’
European Centre of Excellence for Countering Hybrid Threats, il Centro europeo d’eccellenza per contrastare le minacce ibride.
Non più confinata ai campi di battaglia, la guerra del XXI secolo si percepisce nella paura, nella sfiducia, nella confusione. Solo sviluppando una nuova consapevolezza collettiva, fatta di educazione digitale, spirito critico e cooperazione internazionale, si potrà rispondere con efficacia a un nemico che non indossa più uniformi bensì maschere digitali.
[e.s.]