Un problema tutto italiano, dove i prezzi salgono e i salari si abbassano

31.03.2025 – 12:07 – ‘I dati Istat relativi al terzo trimestre 2024 confermano il buon andamento del mercato del lavoro. Cresce ancora il tasso di occupazione, che sale al 62,4%, e prosegue la riduzione del tasso di disoccupazione, che si attesta al 6,1%, con una diminuzione di 0,6% rispetto al trimestre precedente.’ Così la Premier Meloni dichiara fieramente una ripresa italiana nel lavoro, ma non è così semplice, e la situazione, guardata nel suo complesso, non è così positiva. È un approccio che funziona solo se si guarda la quantità, ma come prendere in considerazione la qualità occupazionale? Si deve buttare sul piatto il lavoro povero, le diseguaglianze salariali, la precarietà, la fragilità del potere d’acquisto, e l’impossibilità del Bel Paese di tener duro di fronte all’inflazione.

Per questo ci viene in aiuto il recente rapporto mondiale sui salari 2024-2025, pubblicato dall’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) che applica un confronto i salari tra l’Italia e il resto del mondo. È un’agenzia dell’ONU, inserita nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile il cui obiettivo è ‘promuovere un futuro del lavoro incentrato sulla persona attraverso la creazione di lavoro produttivo e liberamente scelto, la garanzia dei diritti del lavoro, l’accesso alla protezione sociale e il ricorso al dialogo sociale.’ Il dato più impattante è il crollo del potere d’acquisto dei salari italiani a partire dal 2008: -8,7 % tra il 2022 e il 2023, posizionandosi all’ultimo posto tra i paesi ad economia avanzata del G20.

In Italia l’andamento del PIL negli ultimi anni ha seguito alti e bassi: dopo il minimo storico del -8,9% nel 2020, tra il 2021 e il 2022 ha raggiunto la vetta positiva, addirittura sopra la media dell’UE e mondiale, ma solo per stagnarsi al 0,7% nel 2023 e 2024, mantenendosi invece sotto la media europea (1,1%) e dei paesi a economia avanzata (1,8%).

Ora parliamo dei salari, e stiamo arrivando al punto critico, perché, sempre controtendenza, la produttività dei lavoratori e delle lavoratrici a partire dal 2022 è aumentata, anche più dei salari reali; sembra che gli italiani lavorino di più, ma guadagnino uguale, se non di meno. Infatti, le misure di adeguamento salariale degli ultimi due anni non sono state sufficienti a compensare l’aumento del costo della vita.

Il 60% della spesa delle famiglie a basso reddito è costituita dagli alimenti e dall’alloggio, ovvero beni e servizi maggiormente colpiti dalla crisi inflazionistica. Per contrastare questa situazione in Italia, essendo i salari fissati con contrattazione collettiva, si è registrato un aumento nelle retribuzioni del 15%, ma, in termini reali, hanno subito una perdita del 5% e prodotto un calo del potere d’acquisto dei lavoratori. Tra la metà del 2021 e la fine 2022 i salari reali sono diminuiti, ma, nonostante la leggera crescita negli ultimi anni, continuano a mantenersi sotto la media del 2015.

E il lavoro povero? Tutti gli italiani rientranti nell’area di ‘disagio sociale’ negli ultimi due anni sono circa 8 milioni e 550 mila: questo significa che il 15% della popolazione è a rischio povertà, indigenza o esclusione sociale. I working poors, in una condizione fragile, in cui vince la precarietà, la sottoccupazione, e un reddito insufficiente, dove il contratto è ‘a scadenza’ e senza tutele, sono 6 milioni e 886 mila, +4,1% rispetto al 2023.

Commenta così Paolo Longobardi, presidente onorario di Unimpresa, ente che ha rielaborato gli ultimi dati Istat in materia: ‘È una fragilità strutturale. Il rischio è che le riforme del lavoro e gli incentivi all’occupazione non bastino, se non si affronta con decisione il nodo dei salari bassi – da migliorare con un aumento della produttività delle imprese e una forte riduzione della pressione fiscale – della precarietà e della mancanza di protezione per milioni di lavoratori invisibili.’

Ma ricordiamo che non si tratta di una realtà distante e sconosciuta, ma bensì palese e sempre davanti ai nostri occhi. Sempre Longobardi: ‘Situazioni drammatiche di cui mi accorgo quotidianamente, passeggiando per strada, frequentando le parrocchie e i centri di aiuto: ci sono persone che si nascondono, che non hanno nemmeno il coraggio di chiedere aiuto e questo è un aspetto da considerare a fondo, che deve imporre ragionamenti e riflessioni da parte delle istituzioni.

Forse tutto questo non è sentito a Trieste, riconosciuta come una delle città con migliore qualità della vita, secondo i parametri sociali ed economici di ReportAziende. Tra le 100 aziende italiane per fatturato, segnaliamo le triestine Hera Trading, OMV supply & trading Italia e Fincantieri. Secondo i dati raccolti dal Sole 24 Ore, nonostante la Provincia giuliana sia una realtà particolare, piccola e con poche industrie rispetto alla laboriosa Emilia-Romagna, il valore aggiunto pro capite sale di circa il 10,6%, come sono in crescita le start up innovative (+1,7%). Trieste cerca di abbattere anche le diseguaglianze lavorative dettate da problemi di genere: aumentano l’occupazione delle donne e le imprese al femminile.

Leggendo invece il report di CGIA Mestre, pubblicato nel dicembre 2024, la provincia di Trieste nel 2023 contava 73.050 lavoratori, con una retribuzione media mensile di 1.994 euro, che rispetto all’anno precedente ha guadagnato 3 punti di percentuale. Si tratta di un grado di retribuzione medio-alta, che batte le altre province del FVG e si posiziona al 12esimo posto a livello nazionale.

[a.c.]

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