30.12.2024 – 08.37 – Il fascino della tradizione, il culto del rinnovamento e quel tocco museale per diversificare il percorso. Il Calzaturificio Donda ha rivestito in tal modo la sua storia centenaria, un cammino iniziato nel 1887 ad opera di Giuseppe Donda, artigiano, all’epoca trentenne, ma ben convinto dei termini di una avventura da cullare in una Trieste all’epoca in primo piano nell’Impero Austro – Ungarico, e non solo per l’assetto portuale. Il negozio troneggia in Largo Barriera 5, in un pieno fermento urbano dipinto da autobus e cemento, dove prodotti e vetrine non solo vendono ma ricordano e narrano. Calzature, pelletteria, valigie, borse e abbigliamento. Dal fondatore Giuseppe a Romeo, sino a Fabio Donda, artefici di un primo scorcio di storia caratterizzato da capitoli imprenditoriali, svolte in campo tecnologico ed espansioni commerciali all’estero.
Le nuove generazioni al timone di Donda Calzaturificio propongono attualmente Massimo Donda e la figlia Beatrice, la quarta e la quinta stagione se vogliamo, lui Presidente Nazionale della Federcalzature e Presidente della CEDDEC, la federazione europea del ramo, lei rampante Vicepresidente Confcommercio Giovani: “Sin dai primordi della azienda abbiamo puntato ad una clientela prevalentemente triestina – spiega Massimo Donda – una scelta per altro “rischiosa” a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, quando arrivavano acquirenti di massa dalla Jugoslavia. Il triestino permane il “nostro” cliente”.
Una scelta che ha pagato. L’altra peculiarità di Donda Calzaturificio risiede nella veste museale e in una tavolozza di aneddoti e colori. Andy Warhol sosteneva che: “Tutti i negozi diventeranno musei, tutti i musei in negozi”. Forse sarà così ma di certo ad attingere parte del piano è stato Massimo Donda, artefice del consolidamento del museo storico incastonato nella sede di Largo Barriera: “Ci tenevamo a raccontare la nostra storia e le nostre radici – afferma la guida del calzaturificio – ma volevamo nel contempo anche diversificare l’immagine dell’azienda proponendo un percorso museale al suo interno”.
Desueto, certo, ma efficace. Il Museo della Scarpa Donda annesso al punto vendita non lesina infatti delle chicche, corredato da circa 4000 documenti, reperti, foto, pubblicità e memorie dal respiro vintage. Qui possiamo trovare calzature originali dell’Ottocento, quando la struttura era unica e compatta, dove la differenza tra piede destro e sinistro era indicata (solo) dalle fibbie.
Oppure le calzature in vera pelle di serpente degli anni Trenta, senza contare il modello “Elvis Presley” (costosissimo all’epoca) o le meno frivole scarpe da fabbrica commissionate per la Stock liquori, realizzate in vacchetta senza tintura, con suola in legno e fissaggio di chiodi zincati. Insomma, la storia si racconta anche a colpi di tacco, profumo di colle e modelli di tomaia.
A proposito di storia, magari intrisa di leggenda. Si racconta che uno dei clienti abituali fosse stato lo scrittore James Joyce, vissuto a Trieste dal 1904 al 1915 e residente nella zona, precisamente nell’attuale via Oriani, solito a frequentare Donda magari dopo una puntata al Caffè Pirona, altro lembo storico di Largo Barriera. Di certo il Calzaturificio Donda rappresenta il terzo negozio di calzature più antico in Italia, un podio colto su 9000 locali certificati: “Abbiamo una filosofia ben precisa nella gestione – chiosa Massimo Donda – quella di rinnovarci ogni 3 o 4 anni sul piano dei prodotti, ambiente, dei rifornitori, della immagine stessa. E’ la strada che riteniamo giusta anche per il futuro”.
Il locale rinnova dunque i colori, il museo invece permane. Lo stesso James Joyce forse approverebbe.
[f.c]


