OGS di Trieste esplora la Patagonia cilena, sotto la lente il vulcano Chaitén

12.11.2024 – 07.01 – Quali sono le conseguenze di un’eruzione vulcanica sugli ambienti marini? Si tratta di un evento che, a causa del progressivo aumento di fenomeni atmosferici estremi, potrebbe diventare notevolmente più frequente. L’esempio maggiore in quest’ambito è stata l’eruzione, avvenuta il 2 maggio 2008, dopo 9mila anni di quiescenza, del vulcano Chaitén in Cile. Proprio una ricercatrice dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS di Trieste, Giulia Matilde Ferrante, ha guidato il team di geofisica volto a studiare il vulcano in questione e il suo impatto sulla costa cilena a vent’anni dal disastro. La ricerca – di natura internazionale, perchè vi lavoravano Gran Bretagna, Cile, Italia, Stati Uniti, Nuova Zelanda e Malta – ha visto una collaborazione essenziale con l’OGS, nella cornice del progetto Fire&IceVolcanic and glacial interactions’.
Si è trattata naturalmente di una campagna oceanografica, capitanata dalla nave di ricerca Falkor di proprietà dello Schmidt Ocean Institute in un ampio settore dal Mare di Patagonia settentrionale alla Fossa di Atacama. La zona ha sempre assistito a un’attività vulcanica piuttosto intensa, infatti le analisi sono state condotte sui sedimenti vulcanici accumulati sul fondale marino tanto in tempi molto remoti, quanto recentissimi. L’eruzione del 2008 depositò in ogni caso ceneri e polveri per un raggio di 30 chilometri; le forti piogge inoltre portarono i sedimenti nei fiumi e crearono devastanti colate di fango che danneggiarono la città di Chaitén e rimodellarono per sempre la morfologia non solo della costa quanto del fondale marino circostante.
Non ci si è limitati alla superficie; dopo aver constatato che le correnti oceaniche disperdevano i frammenti fino a 25 chilometri lontano dall’originario vulcano, si è provato ad estrarre stratificazioni dei sedimenti con un veicolo operato in remoto, un ROV apposito. Quale potrebbe essere l’utilità pratica dello studio? Per i cileni è urgente comprendere come l’eruzione abbia influito tanto sulla fauna marina (banalmente la pesca è cambiata) quanto sulle infrastrutture sottomarine quali i cavi per le telecomunicazioni.
Il fondale marino – che ora gode di una mappatura ad alta risoluzione di 2700 chilometri nel mare di Patagonia Settentrionale – si è rivelato profondamente connotato dall’attività vulcanica cilena. Inoltre davanti alla città di Chaitén è stata osservata un’area di gigantesche dune sottomarine estese per circa 10 chilometri quadrati.

Il progetto Fire&Ice è stato coordinato da Sebastian Watt (University of Birmingham), in collaborazione con Rodrigo Fernandez (Universidad de Chile) e Rebecca Totten (The University of Alabama). Durante la spedizione, scienziati di tre università cilene e del Servizio Nazionale Geologico e Minerario cileno (SERNAGEOMIN) hanno collaborato con le comunità locali di Chaitén per sensibilizzare l’opinione pubblica sui rischi geologici, vulcanici e sullo stato dinamico dell’ambiente marino. Il coinvolgimento diretto della popolazione è stato essenziale per dare maggiore valore alla ricerca sul campo. Rodrigo Fernandez ha dichiarato: “La possibilità di dialogare con le comunità del luogo e con un pubblico più ampio è stata importante tanto quanto le attività di ricerca scientifica”.

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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