La storia che calpestiamo, documentario UnderTS esplora Trieste nel Novecento

01.11.2024 – 11.42 – Quale legame c’è tra il sottosuolo di Trieste – tra acquedotti, rifugi antiaerei e bunker nazisti – e la storia della città? E quale immagine della città emerge alla luce, partendo dai suoi abissi sotterranei? È quanto si propone di scoprire il documentarioUnderTS‘ che, dalle grotte del Carso alla Kleine Berlin, declina la storia della città e del Carso tramite il ‘sotto’, l’invisibile rete idrica, civile e militare tutt’oggi presente. Il filmato verrà proiettato, in anteprima assoluta, lunedì 4 novembre, ore 17.30, presso la Sala Luttazzi del Magazzino 26 nel Porto Vecchio. L’ingresso è libero e gratuito.
Il documentario si colloca nella cornice degli eventi per il settantenario del passaggio di Trieste all’Italia, concludendosi non a caso coi ricordi del 26 ottobre 1954; il piglio però è critico, disincantato, preferendo narrare la storia di un territorio dove la voce dei cittadini è stata di rado ascoltata, preferendo inseguire le sirene del nazionalismo e dei totalitarismi. Il progetto, a cura di Debora Desio e Massimo Sgambati, per la regia di Andrea Crevatin, è stato realizzato senza fondi pubblici, ma tramite l’autofinanziamento di A_Lab Srl Liquid Media, Associazione Storiografica, Associazione Cizerouno e con la collaborazione della Società Adriatica di Speleologia. L’appuntamento si inserisce all’interno del cartellone Una luce sempre accesa del Comune di Trieste, Assessorato alla Cultura.
Il documentario rientra a propria volta all’interno dei lavori del gruppo Urbana Historiae che si propone, nel Friuli Venezia Giulia, la ricerca e il recupero della memoria storica tramite i resti e la memoria delle persone. Il filmato sarà protagonista di diversi incontri tra novembre e dicembre, prima di essere messo a disposizione su una piattaforma online verso gennaio/ febbraio 2025.

Debora Desio, tra le ‘menti’ di UnderTS, spiega che “l’idea nasce frequentando l’Adriatica, perchè mi ero reso conto di come ogni volta che ti rechi nel sottosuolo trovi frammenti della storia di Trieste: cresceva, ad ogni visita, la conoscenza del territorio. L’acquedotto teresiano è in tal senso l’esempio per eccellenza. Mi sono allora chiesta se, al di fuori di questi grandi manufatti che l’Adriatica sta recuperando, fosse possibile sapere qualcosa di più, indagare maggiormente questo legame col sottosuolo…”

Uno guardo però esterno a Trieste e non a caso, perchè “io non sono triestina, abito qui dal 2012 – ammette Desio – E’ difficile entrare nell’animo della città, a volte è davvero impenetrabile; quando però inizi a comprenderla rimani senza fiato. Come può un territorio così piccolo concentrare così tanti elementi storici? Il sottosuolo in tal senso ha offerto una possibile via onde narrare la storia di Trieste nel novecento”.

Il focus è sulle persone comuni, infatti “uno dei fili rossi è come le decisioni, a Trieste, siano sempre state calate dall’alto: nessuno chiedeva mai l’opinione sul cambio toponomastico, lo spostamento del monumento e così. Non c’era e non c’è mai una consultazione. Mi sono allora chiesto come rielaborare questo vissuto, come i triestini stessi hanno vissuto il novecento. La componente umana, nonostante sia un documentario sul sottosuolo, è fondamentale”.

Il documentario è infatti focalizzato sul secolo breve, però “è stato poi naturale retrocedere all’ottocento; un passato che mi è sembrato simile, caratterizzato da una simile imposizione dall’alto. Il documentario infatti ha una prima parte che inizia dal paleolitico fino alla fine dell’impero e poi il novecento che rappresenta la parte centrale”.

Ma qual è il primo ambiente ipogeo analizzato nel documentario? “L’ambiente maggiormente antico presente nel documentario è la Grotta del Mitreo e la Grotta dell’Orso, narrata quest’ultima dalla prof. ssa Marzia Vidulli Torlo. Si osserva, in questa fase, l’uscita dalle grotte dell’uomo; eppure, con la prima guerra mondiale e il novecento, si ritorna nelle grotte, l’uomo discende di nuovo nel sottosuolo. In generale la cornice del racconto è il legame tra cittadino e territorio” ribadisce Desio.

La conclusione nel 1954 non è casuale, perchè si termina “col racconto di chi era presente col passaggio all’Italia: un racconto ‘di pancia’ da parte di persone adulte, come Diego Guerin e Antonio Palladini, che ricordano quando erano bambini che vivevano quella storica giornata. Mi sembrava una chiusa neutra e corretta per l’intero progetto. Non essendo io triestina spero di aver avuto uno sguardo rispettoso, proprio perchè non ho legami con la città”.

Hanno partecipato alla produzione e concesso gli spazi la Soprintendenza del Friuli Venezia Giulia, l’Ufficio Stampa della Regione Friuli Venezia Giulia, Ufficio Archivi del Comune di Trieste, Museo Winkelmann, Cattedrale San Giusto – Fenice Edizioni, Chiesa di Santa Maria Maggiore, Comune di Duino Aurisina, SAS Società Adriatica di Speleologia, Speleovivarium, CAT, CAI XXX Ottobre, Centro studi militari regionale.

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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