Storia di Barcola, riscoprendo il mestiere perduto dei ‘savornanti’

05.10.2024 – 07.01 – Appartiene a un’epoca precedente alla cantieristica e all’industria moderna la presenza a Barcola di squeri e mestieri nell’ambito della fabbricazione navale. Guardando al mare che spumeggia nel porticciolo di Barcola, si potrebbe pensare che la professione prevalente fosse stata, per lunghi secoli, quella del pescatore. Tuttavia, scorrendo le cronache, si rimane sorpresi di constatare come una parte rilevante della popolazione fosse in realtà impegnata o nella coltivazione, specie delle viti sui terrazzamenti, o ancor più in una vasta gamma di attività artigianali e/o proto industriali legati alla marineria triestina. Lo studioso Sergio Degli Ivanissevich osservava, nel 1975, che nella storia del rione “manca del tutto, al contrario di quanto ci si potrebbe immaginare, quella di pescatore”. Ivassevich invece osservava la presenza di un mestiere oggigiorno scomparso, ma all’epoca fonte di grande lavoro per i robusti abitanti di Barcola. I libri matricolari lo descrivevano come ‘saburans’ o ‘zavornaut’; il dialetto triestino lo ricordava come ‘savornante‘. Potremmo tradurlo, in italiano, come ‘zavorratore‘. Le navi di legno richiedevano infatti, dopo aver consegnato il proprio carico di merce, apposite zavorre onde avere una stiva stabile. Se pertanto il porto non aveva a propria volta da consegnare specifici carichi, si procedeva a depositarvi della pesante zavorra. Oggigiorno le navi di ferro utilizzano una pompa, con la quale riempiono di acqua marina i cassoni. Il savornante aveva allora il faticoso compito o di portare e sistemare la zavorra nella nave vuota o, al contrario, di togliere la zavorra onde permettere l’inserimento della merce. Di solito le zavorre in questione erano sacchi pieni di ghiaia. I savornanti erano allora “uomini dai fisici eccezionali, dei veri armadi ambulanti che con un pugno erano capaci di annientare il malcapitato che avesse compiuto l’imprudenza di avventurarsi in qualche disputa con loro”.
L’incarico non si limitava a trasportare la ghiaia, ma si estendeva al recupero della stessa; i savornanti si recavano a recuperarla presso San Giovanni di Duino o Miramare. C’era persino un ufficio specifico, presso Viale Miramare n. 135, all’angolo con via Panzera. Oggigiorno corrisponde all’inizio della pineta, allora inesistente (il mare si estendeva infatti fino all’odierno Viale), dove c’è il fruttivendolo ‘La Fattoria’.
I zavornanti, dopo aver caricato la ghiaia sul vascello, ricevevano in alcuni casi legname scartato dalle navi in riparazione nelle vicine darsene; un bonus che era quanto mai benvenuto, perché si trattava di legno concepito per resistere alle onde oceaniche, spesso finemente intagliato. Ivanissevich tratteggiava così il quadro suggestivo d’intere abitazioni a Barcola con inserti di legni esotici come il mogano o il teak o ancora con tracce di sculture della precedente imbarcazione. Dagli scaffali, alle pergole, alle stalle dei locali c’erano tracce di una cultura marinara oggigiorno scomparsa. Sarebbe in tal senso interessante cercare, tra gli abitanti di Barcola, chi ancora conserva mobili e/o frammenti di legno degli antenati ‘savornanti’. Schegge di antichi vascelli passati alla vita civile: culle di bambini, scaffali per la Bibbia, tavoli su cui accettare la carne.

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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