07.09.24 – 07:30 – Sarà stata la voglia di ribellione o forse la prima scommessa della vita, da vincere e poter raccontare. Di certo per Valentina Turisini scegliere il Tiro a Segno come sport è stato come scrivere un prologo di un libro del cuore ancora aperto, fatto di impegno, viaggi, sacrifici, vittorie e gloria anche dal sapore olimpico. Già, come l’argento conquistato alle Olimpiadi di Atene vent’anni fa esatti, imbracciando una carabina ad aria compressa e sparando dai 50 metri nelle tre posizioni. Nata a Trieste, classe 1969, laurea in Giurisprudenza, Avvocato in campo Civile e Commendatore della Repubblica Italiana, Merito Valentina Turisini entra a suo tempo nel Gruppo Sportivo della Forestale, realtà poi confluita dal 2017 nell’Arma dei Carabinieri e che attualmente vede la bionda tiratrice olimpica fregiarsi del grado di Maresciallo Capo.
Dicevamo della scelta del Tiro a Segno per una donna. Atipica si direbbe. Il nome dello sport richiama quasi i baracconi del Luna Park ma qui il gioco non si traduce nella vincita di un peluche. Si imbraccia una carabina, oppure una pistola. Mutano le distanze e la mira non è l’unica alleata in uno sport che ti fa sparare a salve ma vitalizza il controllo e il respiro.
Meno muscoli, più concentrazione. Quando premi il grilletto non ferisci nessuno ma cerchi l’obiettivo, lontano dagli occhi ma ben presente nell’animo. Temi che hanno spinto l’attuale Maresciallo Capo dei Carabinieri Forestali a farne una ragione di vita: “Confesso che all’inizio ho scelto il Tiro a Segno più per puntiglio – conferma Valentina Turisini – lo avevano reclamizzato a scuola da piccola ma per qualcuno non era una disciplina adatta per una donna. La scommessa è nata così”.
Valentina denota subito una certa attitudine, frequenta il Poligono di Trieste alla corte del tecnico Antonio Verlicchi e inizia a macinare risultati. Colleziona dozzine e dozzine di titoli italiani e dagli anni ’90 entra nel giro della Nazionale, sino all’approdo alla ribalta internazionale e alla storica medaglia d’argento nel 2004, conquistata solo pochi giorni dopo il suo 35° compleanno.
Non solo sport nella vita della “Calamity Jane” triestina: “ Grazie alla educazione ricevuta in famiglia – rimarca – ho saputo coniugare l’attività agonistica allo studio e alla formazione. Era giusto fare così, anche se per lo sport ho dovuto viaggiare a lungo, non solo per gareggiare ma per trovare poi strutture adeguate per gli allenamenti. Non è stato semplice tenere il passo”.
Valentina quel passo lo regge. Imbraccia la carabina sino alle Olimpiadi di Pechino del 2008 e poi si tuffa in altre avventure, diverse, più intricate se vogliamo. E’ tempo di impegno da tecnico e poi da sindacalista degli atleti; chiamatela politica federale.
Valentina Turisini diventa così Tecnico della Nazionale italiana di Tiro a Segno nel 2009, incarico che scompagina in parte la cultura sportiva di genere, questo alla luce del 13% di donne nel mondo alla guida di nazionaliagonistiche.
L’avvocato riformula l’assetto, pone l’accento sulla formazione dei tecnici e rivede l’importanza delle strutture. Ancora viaggi, certo, molte amicizie ma poca stabilità: “Al momento non ti rendi conto – narra l’olimpica – ma a Trieste in fondo non ci stavo mai e io amo molto la mia città”.
I risultati comunque arrivano. Da tecnico della Nazionale, Valentina colleziona cinque medaglie, di cui 2 di oro, nelle spedizioni alle Olimpiadi di Londra nel 2012 e di Rio quattro anni più tardi.
Non basterà. La carabina argentata di Atene si batte su altri fronti, entra nel CONI, prima nel Consiglio e poi in Giunta in rappresentanza dei tecnici. La sua battaglia si svolge, come accennato, soprattutto sul fronte della competenza degli stessi tecnici, specie nella didattica giovanile: “Per lavorare con i ragazzi serve una preparazione specifica e intensa – ribadisce con un puntiglio da Carabiniere – bisogna studiare ed evitare i “fai da te”, sempre”.
E non è l’unica raffica a segno. L’altra trincea è scavata attorno ai temi di genere, accanto alle donne, supportando ad esempio le iniziative per le atlete in maternità, senza contare le fronde della cultura popolare: “Non mi reputo una Giovanna d’Arco – afferma – ma anche nello sport c’è molto da fare a supporto delle donne, siamo indietro nelle concezioni e nelle forme di tutela”.
Il Maresciallo Turisini non accenna alla tregua insomma. La carabina è appesa al chiodo ma le “indagini” persistono e i bilanci affiorano: “Credo di essere più appagata da quanto fatto in veste di dirigenziale che non da atleta – afferma a sorpresa Valentina Turisini – e questo mi stimola a continuare in altre battaglie all’altezza. Lo sport mi ha sempre aiutato nella determinazione e spero possa realmente divenire solo uno strumento di amicizia, di pace. Un vincolo di parità e una fonte di educazione per i giovani”. Anche imbracciando un fucile, sparando solo “proiettili” di vita.
[f.c.]


