Dopo il diploma, l’informatica negli ITS. A Trieste si studia con l’Accademia Nautica dell’Adriatico

03.09.2024 – 11.45 – ITS, istituti tecnologici superiori, formazione post diploma, giovani a Trieste. Scuola. Un mondo che non si ferma mai, e che richiede sempre più sforzo d’innovazione e impegno per preparare le ragazze e i ragazzi alla professione del loro domani. O del loro oggi? Siamo a settembre, le lezioni ricominciano, è il momento di iscriversi. E l’informatica, la rete, la sicurezza di Internet, il Cloud che richiedono sempre più giovani? Sono per davvero opportunità da non lasciarsi sfuggire? “Certo che lo sono. Opportunità grandissime. Non c’è un minuto da perdere: l’iscrizione va fatta subito”. Roberto, buongiorno: ma non è l’editore? “Si. Oggi, però, no: ho due anime e questa è l’altra”.

Lei chi è, allora, oggi?

“Uno specialista in telecomunicazioni. La cosa che mi piaceva di più a scuola era la centrale telefonica Siemens, quella del telefono con il disco e i numeretti. Ha presente? Quando mostro le foto e i video di quelle centrali ai ragazzi a scuola, affascinano sempre. È un po’ Cyberpunk. Scusi: Cyberpunk è un genere letterario anch’esso vecchio, anni Ottanta… il tempo passa.”

Pensavo fosse uno specialista d’informatica? L’avevo contattata per questo: si parlava di scuola e di formazione dei giovani.

“Ma, si. In realtà sono uno specialista d’informatica. Quella che mi ha portato al lavoro che ho fatto poi per trent’anni non è stata però una vera e propria passione per il computer. È vero che, da bambino, l’idea di averne uno a casa stimolava tantissimo la mia fantasia, ma era appunto quella: fantasia, con un misto di sogni portati dalla fantascienza, dai romanzi che leggevo e dai film, dal fatto che una delle prime cose che ho nella memoria sono le missioni Apollo sulla Luna. Poi, da adolescente, ho frequentato quell’istituto di telecomunicazioni molto noto, e lì le cose sono un po’ cambiate, la propensione alla tastiera è diventata più forte. Tutto è diventato molto concreto. Sempre speciale, però: e sempre una passione non da computer ma da mondo che stava attorno, un computer vissuto in modo romantico”.

In che senso, “romantico”?

“Vissuto in modo sentimentale e appassionato. Nel 1985, credo, SIP – la Telecom di allora – aveva un’offerta speciale e ho comprato un modem: si tratta dell’oggetto che collegava, in quel tempo, il computerino di casa al mondo attraverso il telefono – oggi è il contrario, è la voce del telefono a viaggiare sui dati. Ho iniziato a scrivere e condividere cose con persone di tutta Italia e del mondo. In inglese approssimativo, ero un ragazzo, ma ci si capiva”.

Un Nerd di allora.

“No, per niente, non nel senso che s’intende di solito. E non perché il Nerd sia per forza brutto. A me piace scrivere, disegnare, sono uno scrittore che negli anni Novanta è rimasto affascinato da Internet perchè Internet era il mondo in una stanza: ecco, piuttosto questo. Non so programmare un computer: se devo lo faccio, ma non mi piace, e il dover configurare uno smartphone nuovo mi porta un senso d’oppressione. Uno dei periodi che ricordo con più affetto è stato quello in cui ho avuto una corrispondenza con una ragazza di Torino che aveva la mia stessa passione. Ci siamo scambiati anche le foto; non ci siamo mai incontrati, peccato, però bisogna ricordare che non erano gli anni di oggi, non avevo la patente e prendere e andar via in treno per giorni, specie da minorenne, non era banale. Certo che la ‘rete’ di allora, sia quella del modem che Internet, era più… pura, più fatta d’ideali. Ci sentivamo in un qualche modo importanti, pensavamo di poter fare grandi cose e in realtà molte le abbiamo fatte, ma non tutto è andato come pensavamo. Questo però è un tema diverso.”

Perché lavorare nell’informatica non attrae le ragazze?

“Non è affatto vero. Sono molto brave, e anche loro sfuggono allo stereotipo che potremmo avere in mente: negli ultimi due anni, ho avuto due allieve che hanno raggiunto un buon livello. Le donne, a scuola d’informatica, sono in numero minore rispetto ai ragazzi, questo sì; credo però sia un insieme di fattori, non un rifiuto motivato da qualcosa di specifico. Penso non conoscano ancora sufficientemente il mondo tecnico e le soddisfazioni che può darti. Papà e mamma, poi, e spesso con forza, indirizzano le ragazze solo verso gli studi umanistici: questa sì è una cosa che non capirò mai. Naturalmente, per il post diploma, penso molte preferiscano iscriversi a corsi di laurea dove possano proseguire assieme ad altre ragazze e amiche, che magari già conoscono, piuttosto che ritrovarsi da sole. Man mano però le donne che scelgono le STEM aumentano, è una questione di tempo. Sicuramente in Italia stiamo andando troppo piano, e la famiglia deve sdoganare ancora completamente le discipline tecniche, e capire che anche per una ragazza ciò che la professione tecnica può dare è tantissimo”.

Cosa dà l’informatica di speciale? Cosa dà una professione tecnica?

“Crei delle cose, anche complesse. Le metti assieme, funzionano – se non funzionano usi la testa e anche le mani e ne vieni fuori. Consentono ad altre persone di fare delle altre cose, tante e in tutti i campi. Prima vicino a te e sul tuo tavolo, poi dappertutto. Queste cose artificiali le vedi… vivere. Le lucine lampeggiano, sul display passano di continuo stringhe di dati, è come una musica che da un certo punto in poi riesci a capire. Un linguaggio. Chissà, forse fra un po’ di anni, che siano cose vive diventerà anche vero: questo non mi spaventa per niente. Voglio aggiungere: le tue idee, la tua fantasia trovano spazio in ciò che crei e ciò che fai; quindi, essere ad esempio un sistemista informatico – io sono stato un sistemista e insegno questo – è tutto meno che noioso, schematico e rigido. Del resto, appunto la mia vita è per metà fatta di questo, e per metà fatta d’immagine e di professione giornalistica”.

Dove insegna informatica?

“A Trieste, in Accademia Nautica dell’Adriatico. L’Accademia Nautica è un ITS, un’istituzione scolastica innovativa che ha proprio la caratteristica di vedere un forte coinvolgimento, in qualità di insegnanti, di professionisti del mondo del lavoro. Un ITS, istituto tecnologico superiore, è un ponte fra il mondo del lavoro e della professione, e quello della scuola: qualcosa di cui in Italia c’era forte bisogno. Sono intervenuto come formatore tecnico o giornalistico in più istituti, in diverse realtà, ma l’Accademia Nautica è certamente quella che amo di più. È iniziato tutto con Microsoft 365 per i tecnici della logistica e oggi insegno teoria e pratica delle reti informatiche, soprattutto sistemi Cisco ma non solo”.

Perché un ragazzo o una ragazza dovrebbero venire in Accademia Nautica?

“Perché ci trovano tante cose. Un senso d’appartenenza, l’essere in una squadra. Un rapporto veramente aperto con il presidente della fondazione e i direttori, con il personale e con gli insegnanti, molte volte proprio perché sono professionisti e non accademici. Laboratori molto avanzati, con cose che difficilmente si possono trovare in altre scuole che formano ragazzi giovani, e che stanno invece di solito nei laboratori di formazione aziendale per tecnici specializzati, che già lavorano – cito solo qualcosa, i rack modulari Cisco che permettono di realizzare e toccare con mano tutte le configurazioni di base che una rete dati può avere, compresi i firewall, e i simulatori di condizioni Calnex con i quali su quella rete possiamo far succedere ciò che vogliamo, come se fossimo su un simulatore di volo. Quasi dai, ma capite cosa intendo, e se poi pensiamo al fatto che l’Accademia il simulatore, quello navale che ti fa stare sul ponte, ce l’ha per davvero, l’orizzonte si apre. Se poi Cisco va stretto, sui server a disposizione c’è VMware, c’è Kali, HPE, GNS3 o quello che vogliamo e nel mondo Open source possiamo spaziare a piacimento. E sto parlando solo di cose che tocco io con mano, poi ci sono gli altri insegnanti”.

Ma che c’entra l’Accademia Nautica con la sicurezza informatica? Mi scusi se la domanda è banale.

“Oggi non c’è niente che non sia connesso a Internet. Nave e sistemi di bordo compresi. Logistica compresa. L’infrastruttura informatica del mondo marittimo e portuale va capita bene e protetta. Non sto qui a parlare di cyber-attacchi descrivendoli, c’è già una letteratura vastissima sull’argomento: dico solo che penso che ormai il ‘sistemista di bordo’ sia importante tanto quando un ufficiale, li vedo pian piano diventare la stessa persona. Poi va ricordato che la professionalità acquisita in un percorso di tecnico di sistema orientato al marittimo-portuale è declinabile un po’ su tutto. È vero che oggi parliamo di IA e di Internet of Things ma i mattoncini di base di Internet sono sempre quelli degli anni Sessanta: rivisti e resi più solidi, e allo stesso tempo enormemente più flessibili, però sempre quelli”.

Non è meglio l’università, come percorso formativo?

“Ho il massimo rispetto per la formazione universitaria, però la mia opinione non è un mistero per nessuno: con l’università in molti casi ‘si va troppo in là’, sia come età che come, potremmo dire, bersaglio. Un laureato difficilmente diventa un tecnico: in questo momento c’è invece molto bisogno di tecnici e soprattutto di tecnici giovani. L’ITS è un’ottima scelta. Lo dico di nuovo: sono di parte. Ma mi fa piacere dirlo, penso l’Accademia meriti stima”.

Insomma, l’Accademia Nautica è perfetta.

“No. E dire che non c’è niente di perfetto nel mondo è veramente banale, quindi provo a rispondere più a trecentosessanta gradi. Poi se sbaglio correggetemi, una volta, mentre ero distratto e stavo pensando a Microsoft, ho detto ‘a trecentosessantacinque gradi’ al rettore di UniTS e mi ha guardato in modo strano. Conciliare, anche in Accademia, i programmi formativi previsti, che discendono da direttive ministeriali e che hanno un certo numero di ore, con il numero di ore che servirebbero per formare pienamente uno specialista, laboratori compresi, è sempre una sfida. Come tutti gli ITS, l’Accademia Nautica prevede un numero di ore molto elevato proprio in azienda: parliamo di settecento ore, e anche questo va organizzato e reso omogeneo con il resto, e non è mai una cosa facile. Poi, siccome il giovane professionista che esce da un ITS non è valutabile, o meglio, direttamente esaminabile allo stesso modo di uno studente che esce da una laurea breve – qui dovrei spiegarmi meglio, ma spero che si intuisca – e però il titolo conseguito è comunque molto importante, c’è la necessità di tenere in considerazione l’esperienza complessiva del tecnico che si ha di fronte e la sua impostazione anche personale, più che il singolo elemento di preparazione, senza trascurare lo stesso. È un ‘work-in-progress’, proprio perché gli ITS riformati esistono da poco, e c’è molto lavoro di background ancora da fare prima di poter arrivare in aula o a una sessione d’esame. Questo lo vedo come fattore di successo, però, piuttosto che come limite: io credo che un allievo che si diploma in un ITS abbia ottime possibilità d’inserimento immediato nel mondo del lavoro. In Accademia Nautica, a Trieste, ancora di più”.

È veramente così? Si trova lavoro subito?

“Se l’anno scorso, 2023, più del 70 per cento di aziende europee, dati Eurostat, hanno denunciato difficoltà nel reperimento sul mercato di tecnici informatici, la risposta ce la diamo da soli. In Italia la percentuale è del 60 per cento, e peggio dell’Italia sta ad esempio la Slovenia, che è vicinissima – a pochi minuti d’auto – e che arriva al 78 per cento, e in Germania siamo al 76. Le aziende hanno un grande bisogno di specialisti qualificati soprattutto per gli ambienti ad alta intensità di dati: sta arrivando l’IA. E c’è di più: questi specialisti che mancano devono per forza essere giovani, il perché lo troviamo tenendo presente che di anni io ne ho quasi 57. Riforme varie delle pensioni a parte, io ci sarò ancora per un po’, speriamo, ma non per sempre. Il boom di Internet è stato un boom permesso da giovani di allora che sono partiti sull’onda dell’entusiasmo rapidissimamente, tutti contemporaneamente, che oggi hanno quasi sessant’anni: quando sulla rete c’è qualche problema, finiamo per scoprire che dietro allo schermo spesso ci siamo sempre noi, quelli di un tempo. Abbiamo ancora dieci anni, diciamo, per colmare questo vuoto e formare ragazze e ragazzi, se no ci sarà un disastro o dovremo rivolgerci per forza all’estero. Quindi non vedo proprio come un giovane tecnico diplomato in informatica in un ITS possa restare senza lavoro. Io direi: impossibile. Più facile che un’azienda perda un neo-ingegnere che ha appena assunto come tecnico, perché resta un po’ e poi se ne va da un’altra parte – all’estero, appunto, di solito – e punta in alto. Succede anche in altri settori, ad esempio l’aeronautica, dove mancano meccanici. Ma con un ragazzo di Accademia questo non succede, proprio perché ha un profilo e una formazione diversa”.

Anche a Trieste e in Friuli Venezia Giulia?

“Se parliamo del nostro solo territorio cittadino – i ragazzi di Accademia possono lavorare in tutta Italia e all’estero – c’è un problema particolare, che va affrontato secondo me in modo più strutturato. Si può fare. Io sono sempre stato, e sono, orientato al ‘Can do’ come risposta, senza arrivare all’eccesso di Robert McNamara però si, ci credo. A Trieste le aziende con dimensioni tali da poter immediatamente recepire un certo numero di giovani informatici in stage esistono, ma non in numero enorme: alcune sono aziende pubbliche con le loro particolarità e certe, inoltre, sono grandi più per fatturato che per dimensioni effettive, del resto questa è una caratteristica delle imprese di servizi molto avanzati e di Internet. Le aziende italiane di Verona, Milano, Roma o dell’Emilia gli allievi li prenderebbero subito, sia in stage che in inquadramento, però bisogna pensare al ‘come’, e ci sono necessità, anche di tipo economico, da affrontare, oltre all’esser consapevoli che Internet vuol dire lavorare molto anche da remoto e quindi se la sede della tua azienda è a Modena non è che poi faccia tanta differenza. Ma ci si sta lavorando”.

E le aziende in cui ha lavorato lei, invece, possiamo citarle?

“Anche qui non vedo perché no. Cito però solo le due che assieme hanno fatto metà della mia vita, in termini d’età: Wartsila Corporation ed Hewlett-Packard Enterprise. Nel 2018 ho scelto il mondo imprenditoriale; senza lasciare l’informatica del tutto. Lavoro ancora come consulente su progetti specifici, del mondo di Internet ho visto di tutto, dalla progettazione e integrazione di sistemi, all’implementazione di metodologie operative alla post vendita”.

Le manca?

“Mi manca il mondo Corporate, forse, e non per una questione di denaro. Devo dire che non ho mai avuto dubbi, comunque, sulla scelta che ho fatto. L’insegnare, poi, mi piace molto”.

Quando ricomincia?

“A fine mese, fine settembre, con teoria e pratica dei firewall, quindi laboratorio”.

Buon lavoro.

“Grazie. Anche a noi, perchè per oggi chiudiamo con le reti e torniamo a scrivere assieme sul giornale. E il ‘lei’ lo lasciamo di nuovo da parte perché ormai ci conosciamo”.

È vero. A fra poco, allora.

[n.m.]

[Roberto Srelz è nato nel 1968. Editore di questo quotidiano web per il quale supervisiona anche l’innovazione, i progetti di sviluppo e la piattaforma Cloud, ha lavorato in e con grandi aziende come Fincantieri, Wärtsilä Corporation, Hewlett-Packard Enterprise, DXC, Alcatel-Lucent e Nokia, sviluppando un percorso articolato di più di trent’anni d’informatica che l’ha portato dai sistemi SCADA, alla progettazione e amministrazione di reti TCP/IP con le certificazioni Cisco, alla sicurezza, alle metodologie ITSM nelle quali ha conseguito il livello Master, e poi all’assistenza post vendita. Ha lasciato DXC nel 2018, diventando imprenditore]

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