31.07.2024 – 07.01 – Dalla (ri)nascita nel 1896, ad Atene, la vela è sempre stata presente nei Giochi Olimpici. Se la prima edizione fu annullata per le cattive condizioni meteo, nel 1908 a Londra le regate a Ryde e sull’isola di Wight definirono regole e categorie. Tra il primo e il secondo dopoguerra l’Italia iniziò a distinguersi anche nella vela, con una forte presenza di equipaggi istriani e triestini. Il terreno era d’altronde già fertile dal 1898 quando era nata la Società Triestina della Vela e dal 1903 con la formazione dello Yacht Club Adriaco. Ricordiamo ad esempio Tito Nordio in singolo con un ‘dinghy’ alle Olimpiadi di Amsterdam del 1928; lo zaratino Silvio Treleani alle Olimpiadi di Los Angeles del 1932 e l’otto metri s.i. ‘Italia’ alle Olimpiadi di Berlino del 1936.
Nell’occasione delle Olimpiadi di Parigi 2024 (anche se la vela avrà luogo a Marsiglia), Trieste news ha intervistato il triestino d’adozione Gianfranco Oradini. Campione di vela, inventore e amico della casa d’Asburgo, Oradini partecipò nel 1976 alle Olimpiadi di Montréal. Nello scenario difficile del lago d’Ontario, la squadra di Fabio Albarelli, Gianfranco Oradini e Leopoldo Di Martino si classificò con il Soling quindicesima. Olimpiadi molto diverse da quelle odierne, anche nella vela; eppure al contempo con inedite somiglianze coi tempi attuali.
Gianfranco Oradini si presenta, ad un primo sguardo, come una personalità eclettica, lontana dalle specializzazioni che affliggono lo sport odierno. Nella cornice dello Yacht Club Adriaco presenta un voluminoso raccoglitore di foto e ritagli di giornale dove scorrono decenni di regate, scommesse imprenditoriali e legami non solo di affari, quanto di amicizia.
Si consideri, ad esempio, i legami famigliari di Oradini: la sorella campionessa di tennis in Argentina; il padre a sua volta appassionato di vela e racchetta, morto di infarto sul campo di tennis nel 1978. O ancora i legami nobiliari: l’amicizia fin dall’adolescenza con la famiglia reale di Leopoldo di Baviera che permise a Oradini di creare nel 1988 il primo mini impianto di birra in Italia e il comune impegno per la pace con Markus d’Asburgo Lorena. Dinastie di appassionati di vela, col minimo comun denominatore di quel lago di Garda che prorompe da ogni foto, ogni immagine.
La passione per la vela però si trasforma, nella narrazione di Oradini, in opportunità economica: ecco allora l’azienda di famiglia che produce negli anni Ottanta non solo vele, quanto accessori e vestiario nautico; o nel marzo 1979 l’inaugurazione del primo Expo Riva Hotel, oggigiorno giunto ad annoverare 800 espositori.
C’è anche, con Gianfranco Oradini, un pizzico leonardesco nelle molteplici invenzioni, tutte meccaniche e/o analogiche: spicca, in particolare, la produzione di energia dal vento tramite un sistema modulare trasportabile via mare e via terra.

Qual è la storia delle regate di vela, prima delle Olimpiadi?
La più antica regata moderna è la Kieler Woche, in Germania, nata nel 1882; in Italia abbiamo invece l’Intervela Riva del Garda nata nel ’51 e un mese dopo la Centomiglia, tutt’oggi tra le regate più vecchie. La Kieler Woche infatti, dopo le Olimpiadi e i Mondiali, è l’unica regata al mondo con 7 prove e 1 di scarto. È tra le regate più grandi al mondo anche perché a differenza dell’Europeo accoglie navi da ogni parte del mondo.
Come avvenne, nel 1976, la partecipazione alle Olimpiadi canadesi?
L’ultima regata fatta col Laser nel 1976 era stata quella del Grand prix de l’armistice a Bordeaux; quando tornai a casa sul mio letto c’era un grande biglietto di mio padre dove c’era scritto che aveva chiamato Fabio Albarelli per chiedermi di partecipare alle Olimpiadi.
Come rifiutare una simile offerta? Alla fine durante quello storico anno sperimentai prima la Kieler Woche, poi le Olimpiadi e quando sono tornato, quale campione d’Europa, avevo diritto a fare i mondiali col Laser. E l’anno dopo ho fatto due Mondiali con due barche diverse.
Quale atmosfera si respirava, in Canada? Come erano organizzate le Olimpiadi?
Proprio in questi giorni si leggono le notizie di tensioni legate alle Olimpiadi; però anche a quei tempi, giungendo in aereo e dovendoci spostare via bus da Montréal a Kingston, eravamo sulla stessa corriera degli israeliani. E avevamo, all’epoca, polizia a bordo e la scorta, in auto, che ci accompagnava per 300 chilometri. I bagagli vennero inoltre controllati uno a uno col metal detector; era dunque un’Olimpiadi blindata, non c’era lo spirito di fraternità dei giochi.
Dopotutto quattro anni prima, nel 1972, ero stato a Monaco di Baviera durante le Olimpiadi estive, proprio nei giorni del ‘massacro’. Ma lo scoprii dai giornali solo ritornando in Italia. E nello stesso periodo, qui a Trieste, c’era stato l’attentato all’oleodotto della SIOT da parte di Settembre Nero.
Non era, anche nel 1976, una situazione serena: la sfilata di apertura a Montréal avveniva alla presenza dei reali britannici e la seconda, a Kingston, assisteva alla presenza di 400 atleti e 1200 poliziotti. Dove dormivamo, sui tetti, in strada… C’era una presenza diffusa delle forze dell’ordine e noi stessi dovevamo presentare i pass per circolare.
Com’erano i rapporti tra i diversi gruppi nazionali alle Olimpiadi?
Molti rimanevano nel proprio gruppo a causa della barriera linguistica; io conoscendo già bene il tedesco e un po’ l’inglese ebbi modo di conoscere i più importanti timonieri della storia. Ci scambiavamo i gadget e gli stemmi; tornai in Italia carico di regali.
Quali sono le differenze tra il lago di Garda e l’Ontario?
Il lago di Garda è una palestra mondiale dove hanno fatto più mondiali in assoluto e dove vi sono le gare più longeve in Italia, specie per la costanza dei venti tanto al mattino, quanto al pomeriggio. Non a caso molti triestini vengono ad allenarsi sul Garda.
Il lago Ontario sembra invece un mare, perché non vedi terra all’orizzonte. Quando il vento arriva da lontano crea onde molto alte; ad esempio la Bora genera onde lunghe presso Venezia dove c’è spazio sufficiente perchè si formino. Servono circa 300-400 chilometri per un’onda alta di notevoli dimensioni.
Come vi eravate preparati per le Olimpiadi? Quale ruolo ha giocato il meteo?
Noi abbiamo avuto un tempo molto variabile, ma ci eravamo preparati a ogni evenienza, anche ai venti duri.
La domenica successiva alla comunicazione di Albarello iniziammo gli allenamenti a Gargnano, in pieno inverno; vi erano solo lì infatti le condizioni di onda simili al lago Ontario. Un allenamento molto duro, con un gran freddo; svolto ogni weekend, mentre durante la settimana lavoravamo normalmente.
Quali furono invece gli inconvenienti tecnici?
Il soling, la barca che utilizzavamo, era montata su un carrello e l’albero era sopra; siccome i container non sono molto alti era successo, ad un certo punto, che si era rotto il piede del carrello davanti e questo, inclinandosi in avanti, aveva causato la rottura dell’albero, specificatamente sui longheroni di rinforzo.
Lo scafo era sua volta rovinato, ma con la plastica l’abbiamo rattoppato; però a due giorni dalle Olimpiadi non avevamo un albero. Le nostre vele erano tagliate da Mauro Pelaschier ‘su misura’ per l’albero italiano che aveva una sua flessibilità. L’albero che ci avevano prestato, dal Canada, era invece rigido e le nostre vele non si adattavano minimamente alla curvatura.
Il problema maggiore era che, su 6 prove su 7, quando avevamo lo spinnaker il gancio superiore si apriva e lo spinnaker cadeva in acqua. Dovevamo allora tirare giù il fiocco, tirare su lo spinnaker e prima degli altri tirare di nuovo giù lo spinnaker e ritirare di nuovo su il fiocco… E questa non era una regata sociale, erano le Olimpiadi, simili perdite di tempo erano inaccettabili.
Un incidente dovuto al trasporto, però dalle gravi conseguenze…
Il nostro risultato ha risentito di questi problemi tecnici; noi eravamo molto accreditati, perchè lo stesso Albarelli era reduce da una medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Acapulco. L’età media dei timonieri del soling era dai 35 ai 50 anni; io a mia volta ero molto giovane per questo ruolo. C’erano 28 barche e siano giunti 15esimi; prima delle Olimpiadi la regata più importante vinta era stata quella di Genova. Nell’occasione il quarto posto era stato vinto da Janssen, poi divenuto paradossalmente medaglia d’oro alle Olimpiadi.
Cosa consiglieresti a chi – giovanissimo – vuole approcciarsi alla vela?
I ragazzi, onde imparare, devono uscire coi prodieri più anziani, apprendere dalla loro esperienza. Sarebbe necessario avere equipaggi misti, coi ‘veterani’ che insegnano ai più giovani.
Inoltre non sono a favore di far fare ai bambini, fin dalla più tenera età, le regate. Lasciateli divertire, fino a quando sono piccoli. La competitività può giungere dopo, dai dodici, tredici anni…
[z.s.]


