12.07.2024 – 12:00 – L’episodio di ieri sera che ha visto il carcere di Trieste devastato dalla rivolta dei detenuti ha riacceso l’attenzione sulla situazione drammatica della popolazione carceraria. Lo conferma l’avvocato Elisabetta Burla, garante comunale dei diritti dei detenuti: “Le immagini sono eloquenti. La rivolta dimostra chiaramente che le persone detenute nel carcere di Trieste sono arrivate al limite della sopportazione”. Il problema principale riguarda la capienza: “da mesi il numero delle persone detenute si aggira tra le 250-260 a fronte di una capienza regolamentare di 139 persone più altre 6 in regime di semilibertà. A ciò vanno aggiunti il caldo di questi giorni e le cimici, che sono riaffiorate nonostante le disinfestazioni che vengono effettuate regolarmente”.
Il sovraffollamento rende la vita interna estremamente difficoltosa per i detenuti, ma anche per il personale: “Ci sono tante difficoltà tra cui mediare. La carenza di organico della polizia penitenziaria incide in parte nella opportunità che possono essere date alle persone detenute. Qui a Trieste inoltre è rimasto un solo magistrato di sorveglianza che ha l’incarico di tutto l’ufficio”. A tutto ciò si aggiungono le aspettative deluse dei detenuti per il decreto legge “Carcere sicuro” pubblicato in Gazzetta il 4 luglio. I più ottimisti confidavano in un’amnistia o in un indulto, i più realisti in un’estensione della liberazione anticipata come era stato fatto nel 2013, mentre “nel decreto legge non è successo proprio niente, anzi, rispetto alle buone prassi dell’amministrazione penitenziaria di Trieste, saranno ridotte le telefonate. Adesso nel carcere di Trieste i detenuti possono fare telefonate quotidianamente mentre l’ordinamento penitenziario prevede quattro telefonate al mese”.
“Questo fatto – spiega il Garante Burla – ha permesso di mantenere un certo equilibrio all’interno della struttura ma ieri evidentemente qualcosa si è rotto, forse anche a causa della scarsa attenzione della politica verso una situazione detentiva ormai portata all’estremo sia per la popolazione detenuta, sia per le persone che ci lavorano, dalla polizia penitenziaria ai sanitari, perché le condizioni non sono affatto adeguate neanche per il personale”. La situazione nel carcere di Trieste non è un’eccezione negativa, ma è purtroppo in linea con quanto avviene nelle carceri italiane. “Da quanto ho potuto osservare nella serata di ieri, la rivolta ha causato danni ingentissimi. Speravamo che l’attenzione dimostrata dall’amministrazione e dalla polizia penitenziaria fosse sufficiente per mantenere la calma ma evidentemente non è bastata”.
Il problema, conclude l’avvocato Burla, è che a livello politico manca la volontà di intervenire, come dimostra l’ultimo disegno di legge pubblicato pochi giorni fa: “Sarebbe necessario un esame di coscienza da parte di tutta la politica per guardare al bene comune. Un bene comune che non riguarda solo detenuti e personale, ma l’intera cittadinanza, perché da una condizione di detenzione così drammatica certamente una persona non ne viene fuori una rieducata o risocializzata, ma ne viene fuori arrabbiata”.


