15.06.2024 – 07.01 – Il panorama urbano delle Rive di Trieste era un tempo oscurato dalla sagoma d’un grande edificio di cemento, l’iconica piscina pubblica Bruno Bianchi. Costruzione frutto del grande interesse degli Alleati per gli sports quale collante della popolazione nel secondo dopoguerra, l’idea di una piscina coperta comparve nel 1948, quando un privato chiese all’Ufficio Tecnico del Comune di poter utilizzare uno stabile già esistente a San Giovanni.
Era evidente la percezione della necessità di un polo natatorio nuovo per la città che trovò risposta, sempre nel 1948, in un’azione intrapresa dalla delegazione triestina del Coni. Questa infatti chiese, tramite Edoardo Strufthoff, di poter costruire una nuova piscina tra l’Ippodromo di Montebello e il vecchio campo da calcio della Triestina. E tuttavia anche questa proposta non ebbe seguito; sebbene ebbe l’indubbio merito di evidenziare un’esigenza pubblica dei cittadini. Nel 1950 la Commissione edilizia, col sindaco Bartoli, approvò il progetto di una piscina dell’architetto Ezio Cosolo presso riva Gulli, confermato anche dalla direzione del Centro studi impianti sportivi del Coni.
I lavori vennero completati nell’arco di quattro anni; proprio prima che l’amministrazione Alleata cedesse la città nel 1954, la piscina fu inaugurata.
L’inaugurazione, il 13 marzo 1954, avvenne con grandi cerimonie: il Giornale di Trieste la definì “Teatro del nuoto”, dedicando un’intera pagina all’evento. La piscina rappresentò all’epoca uno ‘standard‘ che il Coni sperava di replicare in tutta Italia: tetto con tubi di metallo e lucernario; rivestimento esterno per le ali laterali di lamiere di alluminio; 36 riflettori per la sala della vasca, con “i livelli di illuminazione fra i più alti in Europa”. Le strutture portanti metalliche avevano richiesto, per le immense dimensioni, l’utilizzo della gru Ursus. La piscina poteva essere alimentata tanto con acqua dolce, quanto con acqua di mare; tre caldaie a nafta riscaldavano l’acqua filtrata e sterilizzata a ciclo continuo. L’impianto di riscaldamento era a radiazione dal pavimento e il settore sanitario presentava un impianto di riscaldamento e condizionamento attivabile a seconda della stagione. La vasca, sopra elevata rispetto alla strada, contava una lunghezza di 33,3 metri, una larghezza di 18 e una profondità da 1,20 e 5 metri. L’impianto rispondeva alla prorompente necessità, seppure a fronte di ottimi impianti per l’epoca quale l’Ausonia, di avere una piscina coperta. La popolazione triestina aveva chiesto più volte di avere una struttura del genere e, nell’ambito sportivo, Trieste accusava la competizione di città con centri sportivi moderni, pur avendo avuto in passato, tra gli anni Trenta e Quaranta, una notevole preminenza nel nuoto e nei tuffi. La città ebbe così una piscina in linea con standard moderni, al coperto; sebbene sotto il profilo tecnico la vasca non avesse la lunghezza richiesta per le competizioni sportive. L’ostacolo verrà superato solo a inizio duemila, con la realizzazione della nuova piscina Bruno Bianchi nella zona di Sant’Andrea.
L’importanza della piscina, all’inaugurazione nel 1954, era evidente dalle ampie rappresentanze comunali e nazionali presenti; in particolare il presidente del Coni definì la piscina “il più bell’impianto d’Europa“, anzi “la piscina dei records, dei records dei triestini che rappresentano per noi tutta l’Italia”. Era altrettanto evidente la filiazione nazionale, data dal proliferare di tricolori e associazioni patriottiche (es. Lega Nazionale), nonostante il manufatto fosse stato costruito dal Governo Militare Alleato.
La piscina verrà nei decenni successivi intitolata, con un apposito busto, al nuotatore olimpico Bruno Bianchi scomparso tragicamente nel 1966; oggigiorno il busto opera di Tristano Alberti è presente in Largo Irneri.
Eppure le forme gigantesche e sgraziate che occludevano lo skyline delle Rive, oscurando il mare, suscitarono già all’epoca critiche: “Le linee esteriori della piscina per la mole e la caratteristica architettonica, possono aver ingenerato qualche perplessità nell’osservatore” ammetteva il redattore de Il Giornale di Trieste. La sensibilità era certo diversa per l’architettura, specie quella ottocentesca; negli anni Cinquanta il pensiero era tutto rivolto verso la modernità, in campo architettonico incentrata sullo stile internazionale o razionalista. Lo spazio per le costruzioni ricavato in età fascista venne così riutilizzato e ampliato dalla repubblicana Italia nel secondo dopoguerra, spesso proseguendo demolizioni prima contestate. Non sorprende ad esempio che, proprio all’inaugurazione della piscina, il sindaco Bartoli insistesse per “la necessità di trasferire il cosiddetto ‘magazzino del vino‘, la cui esistenza si dimostra oggi, dal punto di vista urbanistico, un vero pugno nell’occhio per il cittadino e il turista”. Si tratta di quel magazzino che, recuperato nelle forme dell’Eataly odierno, all’epoca si desiderava distruggere. Dopotutto, dinanzi a breve distanza alla Stazione Marittima, sarebbe stato demolito nel 1964 il magazzino in stile liberty della Dogana Vecchia. In questo contesto appare certo più legittima nel 2005 la demolizione della piscina Bianchi. La piscina era stata infatti imbottita di ‘modernissimo’ amianto; la vasca di 33,3 metri rendeva impossibili le competizioni; e il sottofondo annegava in un mare di infiltrazioni. La sua eliminazione ridiede fiato agli edifici neoclassici ed ecclettici troppo a lungo ‘accecati’ dalla sua pachidermica mole.
[z.s.]


