01.06.2024 – 07.01 – La storia dei cantieri navali nei territori del Litorale viene di solito inquadrata tra due reciproche città, Trieste e Monfalcone. Tuttavia, rimanendo nel quadro di un secolo di transizione quale il diciannovesimo, occorrerebbe aggiungere due ulteriori giocatori alla partita della ‘cantieristica’; due giocatori un tempo molto forti, con carte capaci di disputare la vittoria, ma che, al volgere del secolo scorso, erano ormai senza assi nella manica. Il riferimento è all’Istria e alla Dalmazia con Fiume/ Rijeka; aree intessute di squeri e cantieri navali piccoli, ma molto vivaci, i quali tra seicento e settecento avevano giocato un ruolo rilevante, senza però compiere poi la transizione alle navi con scafi in ferro e motori a vapore. Transizione sulla quale faticò molto la stessa Trieste; e che invece riuscì, complice un maggiore entroterra e una precipua specializzazione, a Monfalcone.
Tuttavia, anche nel contesto di una partita persa, l’Istria e la Dalmazia seppero giocare molto bene e, specie a metà ottocento, aggiudicarsi alcune vincite notevoli. Gli istriani, in particolare, costruirono alcune delle migliori navi in legno proprio a metà ottocento, quando la navigazione a vela si avviava all’obsolescenza.
Quali cantieri ancora resistevano nell’Istria otto-novecentesca? I principali centri di potere erano a Rovigno e Pola; entrambe le città vantavano una passata esperienza cantieristica che conservava ancora nell’ottocento una grande vitalità. Lo storico Bernardo Benussi, recuperando i dati di una relazione del Barbarigo del 1669, affermava che a Rovigno “Nel 1735 i Calafai erano sì numerosi, da poter fondare e mantenere una propria confraternita; e nel 1870 vi avevano 10 seghe per il legname. Il numero delle barche e dei navigli rovignesi, che nel 1650 arrivavano circa al centinaio, al finire della Repubblica oltrepassavano i 200. C’erano pure vari navigli a lungo corso. Contava inoltre la nostra città 120 capitani di vascello patentati”. Sempre il Benussi menzionava 7 squeri attivi in epoca veneziana; uno di questi era un deposito di legname e un altro situato presso Valdibora.
Gli abitanti di Rovigno erano consapevoli di quanto la ricchezza si basasse sugli squeri del seicento-settecento; e constatando il declino economico della città cercarono di rilanciare il settore. Rovigno cercò ad esempio di intrecciare nuove relazioni commerciali rivolte ai paesi oltre mare, di lingua anglofona: i ‘giovani’ Stati Uniti e la Gran Bretagna. A metà ottocento, in un periodo ancora di transizione verso i piroscafi, Rovigno costruì un gran numero di velieri di grandi dimensioni: ad esempio la ‘Rovigno’ di 476 tonnellate (1853) e la ‘Istriana’ di 621 tonnellate (1854). Nel 1856, seguendo quest’impulso alla (ri)costruzione, erano attivi a Rovigno 14 squeri. Se i rovignesi avevano correttamente intuito l’importanza della cantieristica per la città, non sembrava fosse trapelata l’importanza dei nuovi vapori; nessuno infatti di questi squeri si attrezzò per la costruzione degli scafi in legno e a partire dal 1880 rimasero sempre più inattivi. Una situazione non dissimile dal Litorale nel suo complesso; furono eccezioni importanti solo lo Stabilimento Tecnico Triestino e l’Arsenale del Lloyd.
Pola conobbe invece sorti diverse; l’essere stata designata quale porto militare dell’impero austriaco dal 1848 comportò uno sviluppo sì cantieristico, ma prettamente militare. L’Arsenale di marina, costruito dal 1856, si componeva di una ‘fabbrica delle torpedini’ e un complesso di magazzini e officine. Lo Scoglio Ulivi annoverava invece dei cantieri navali con una copertura di vetro (lo storico Babudieri parla di ‘tese’) e tre bacini di carenaggio. Un impianto ingente, sebbene tutto dedicato allo sforzo militare; vi lavoravano comunque 2500 operai.
Cantieri e squeri dediti alla costruzione di piccole navi rimasero comunque attivi anche nell’Istria in generale, sebbene con una scarsa rilevanza a confronto con Trieste e Monfalcone. Nel 1909 risultavano operativi 2 cantieri a Capodistria, 2 a Isola, 2 a Portorose e 3 a Lussinpiccolo. Sopravvivevano inoltre 2 squeri a Rovigno e 1 ciascuno per Cittanova e 1 a Capodistria.
[z.s.]


