24.02.2024 – 08.00 – C’era una volta l’Ordegno, la “creatura” marina a propulsione umana che dominava i laghi e i mari sull’onda dell’ingegno goliardico. Più evoluto del “pedalò”, più erudito del kayak, l’Ordegno è stato uno degli elementi di colore sportivo più efficaci in auge tra la metà degli anni ’90 al primo scorcio del 2000, un frutto del genio goliardico di estemporanei ingegneri organizzati sotto l’egida “Trieste Waterbike Team”. I prodromi risalgono in realtà agli anni ’70, con la sfida tra le sedi universitarie di Brema e Amburgo, un agone giocato sulle acque di un lago con barche di sei metri al massimo di lunghezza, progettate e condotte a pedali e polmoni dagli studenti all’interno un composito agone di varie prove, di velocità, resistenza e destrezza.
Gli echi della rilettura in salsa teutonica del classico Oxford versus Cambridge approderà a Trieste. Galeotta fu qui l’edizione della Barcolana del 1992 abitata anche da velisti viennesi, i quali divulgheranno le immagini (tramite le ora vintage cassette VHS) dei fasti agonistici delle imbarcazioni a propulsione umana. La scintilla scocca e ad accenderla è un gruppo di ingegneri che abbinano il cantiere allo sport, possibilmente quello che comporta uno spartano gioco di squadra.
I pionieri si chiamano Stefano Venier, Fabrizio Gherlani, Alberto Dagnelli, Stefano Malagodi e Flavio Falocci. Si mettono al lavoro, esplorano i materiali, studiano le componenti e sfruttano al meglio anche le potenzialità della vasca navale della facoltà di Ingegneria sotto la guida del tecnico Bruno Fontanot e con la tutela del professore Igor Zotti.
Nel 1992 la sperimentazione ha inizio. L’Ordegno viene brevettato in Germania e poi se la gioca nelle acque lacustri della Norvegia, primo teatro di una vera gara che condurrà ad un 7° posto che consola ma non troppo: “Ricordo le prime uscite, quando la nostra imbarcazione a pedali aveva una elica in legno simile a quella dei biplano – rievoca Stefano Venier, una delle anime del progetto – Ricordo anche il primo telaio in ferro battuto, piuttosto pesante, attorno ai 90 kg. Troppo per competere”.
Insomma, l’entusiasmo non manca, le idee pure ma c’è ancora molto lavoro da fare. Gli ingegneri folli allora allestiscono il loro personale cantiere anche nelle acque della Sachetta di Trieste, dove cesellano la dinamica e perfezionano l’assetto. Non basterà. Accanto al genio servono i muscoli, necessita il fiato. Ecco allora gli allenamenti quasi quotidiani “imposti” nel dopo lavoro a colpi di km in bicicletta sulle lunghe distanze e con qualsiasi clima, sino a tarda notte: “Tramite i collegamenti con la Fincantieri abbiamo importato dagli Stati Uniti delle luci alogene per poterci allenare in sicurezza in bici anche di notte – rievoca Stefano Venier – Siamo stati avveniristici in questo credo..”.
L’Ordegno matura, abita le gare di mezzo mondo e prende confidenza con il podio vincendo titoli europei e mondiali. Accanto all’impegno in pista, l’Ordegno governa il tema dell’aggregazione disegnato a fusti di birra in sede di festeggiamenti; un “terzo tempo” si direbbe.
In pochi anni la creatura marina triestina diventerà un modello in campo internazionale e darà vita anche alla sorella rosa, guidata dalle “mule” amazzoni del pedale facile e veloce, come Chiara Bosco, Nicole Guidolin e Chiara de Cristini. Nel 2013 l’ultima vera impresa. Siamo in Austria, sul lago Weissensee in Carinzia, teatro dell’assalto al primato della distanza da coprire nell’arco delle 24 ore con cambio di equipaggio. Missione compiuta. Poi un lento declino. L’Ordegno va in cantina e i suoi ideatori si avvicinano alla sessantina, hanno mantenuto lo spirito, certo, e magari il tono muscolare ma è venuto meno il cambio generazionale, soppiantato anche dalle sconnesse eliche dei social: “L’Ordegno potrebbe restare un bel ricordo – chiosa Stefano Venier – Rinnovare il parco giovani è difficile, sembrano impigriti e qui serve impegno su vari fronti”.
Già, allora va rievocato il motto dell’Ordegno, qui ribadito tra epitaffio e monito: “Fare le cose sempre sul serio ma senza prendersi troppo sul serio…”.
[f.c]


