09.11.2023 – 14.30 – Sentirsi smarriti è un segno distintivo della società contemporanea, ma se la perdizione viene tradotta in una tecnica di oreficeria? Dalla sintonia per il metodo a cera persa si snoda, infatti, la storia di Valentina Chirsich, ”orafa delle bollicine” sospesa tra Trieste – città d’origine e di creazioni – e la Scuola d’Arte e Mestieri di Vicenza, luogo simbolo che ha segnato il suo percorso professionale nell’arte dei gioielli.
Dalla consapevolezza di un cambio di vita necessario per concretizzare una passione ha preso piede, infatti, l’attività artigianale di Valentina Chirsich, riconosciutasi in un mestiere affascinante per il processo creativo, orientato da un’idea mentale ma determinato nel voler raggiungere la finitezza ultima del gioiello. L’artista orafa sente risuonare nelle opere finite la sua impronta, gioisce per la fattività delle sue mani, responsabili di creazioni palpabili nella loro materialità.
Chiariamo subito l’espressione “orafa delle bollicine” con cui ti piace definirti. Da dove nasce questo concetto?
“Tutto è iniziato con il corso di oreficeria nella Scuola d’Arte e Mestieri di Vicenza, una scuola che prevedeva degli stage molto lunghi. In una delle attività laboratoriali previste, mi hanno insegnato a lavorare la cera e notavo che si creavano delle bollicine. Nello specifico, prendevo la cera fusa molto calda e l’appoggiavo sulla cera solida; questa pallina che si formava sul secondo piano diventava una sfera perfetta. Mi piaceva l’effetto che si andava creando, così ho iniziato ad inserire queste bollicine in quasi tutti i miei gioielli successivi”.
La fascinazione per la cera ti ha orientata nel tuo percorso professionale, tanto che la tecnica a cera persa contraddistingue le tue creazioni. Di cosa si tratta?
“È un metodo antichissimo; si usava per realizzare le statue o le campane; gli stessi Bronzi di Riace sono frutto di questa tecnica. Ti permette di creare con la cera il modello dell’oggetto finito a grandezza naturale e con tutte le caratteristiche finali. Prendiamo come esempio un anello. Si inizia il processo creando un calco positivo dell’anello in cera e immaginandolo nella sua finitezza materiale; considerando, quindi, la sede della pietra e la misura giusta del dito. A quel punto, mi affido ad alcune fonderie dove viene fatto un calco negativo con il gesso e la cera iniziale viene sciolta – da qui il nome della tecnica; una volta persa, la cera non si recupera più e questo rende unico il gioiello -. Dal foro da dove è uscita la cera viene, poi, iniettato il metallo fuso. Il metallo prende, quindi, la forma lasciata dalla cera; il gesso viene rotto e resta il positivo in metallo. Una volta finita questo processo, l’anello mi viene rispedito: il metallo, a quel punto, sarà molto grezzo e poroso; è il momento della lucidatura, e delle incastonature ed incisioni necessarie.”
E la passione per i gioielli, invece, come l’hai scoperta?
“A dire il vero, l’ho sviluppata molto tardi dopo diversi lavori in altri settori; per curiosità mi sono avvicinata al mondo dei gioielli e ho trovato una scuola professionale a Vicenza.
Mi sono iscritta e da lì è nato tutto. Era una scuola frequentata da persone che avevano appena finito l’istituto ad indirizzo artistico; in Veneto ci sono tante scuole di oreficeria che in Fvg non ci sono; frequenti sono anche i corsi di conceria o occhialeria. Ero l’unica triestina ed una delle poche che non aveva un percorso artistico alle spalle, ma ne è valso la pena.”
Come descriveresti l’atmosfera che si respirava nella Scuola di Vicenza?
“I numeri erano molto contenuti, si contavano una cinquantina di alunni. Da un lato, ti spronavano a diventare una dipendente d’azienda perchè in Veneto ce ne sono molte, ma quando ho espresso il desiderio di avere una mia realtà artigianale, c’è stata molta apertura da parte degli insegnanti. La competizione non l’ho sentita particolarmente anche perchè credo che ognuno abbia uno stile riconoscibile, senza contare il fatto che ero l’unica che sarebbe ritornata nel contesto triestino.”
Il lavoro da artigiana in un mondo sempre più frenetico può essere complesso. Come vivi il tuo lavoro creativo?
“La vivo molto bene, mi dà una gran pace il mio lavoro: sono da sola e non ho il pressing del collega o del superiore. Credo anche che i clienti apprezzino sempre di più i lavori artigianali, accettando tempistiche più rilassate in cambio di un approccio che privilegia la relazione. L’unico periodo più stressante, forse, è sotto Natale; il ritmo aumenta molto e devi fare il conto con i corrieri che non conosci e a cui stai affidando le tue opere, in un momento in cui la frenesia per gli acquisti è all’ordine del giorno.”
Fermiamoci un attimo sugli acquisti online. I clienti si sentono sicuri a spendere cifre importanti partendo da una boutique virtuale?
“Nel mio caso, io lavoro quasi solo con l’online; ricevo soltanto su appuntamento nel mio laboratorio a Roiano oppure fisso degli incontri per progettare insieme dei gioielli. Di fisico, ho soltanto una rivendita in centro a Trieste ed una a Udine, ma lavoro soprattutto con le spedizioni. I clienti sono sparsi in tutta Italia; prima della pandemia era difficile comprare tanto con l’online, adesso la situazione è cambiata radicalmente: non c’è più la paura della truffa o che il gioiello non arrivi, perfino per le creazioni più costose. C’è stato un cambio di percezione, e ne sono felice.”
Ora toglimi una curiosità. Quando decidi il nome per i tuoi gioielli?
“Una volta finiti, sempre. Nel mio processo creativo parto ogni volta dalla cera e non disegno mai; me lo immagino e da lì comincio a fare la scultura. Solo una volta che il gioiello è finito, mi racconta qualcosa. Credo di non essere mai partita dal nome dell’idea per creare l’oggetto.”
Accanto alla creazione di gioielli, offri un servizio di “recupero pietre” per dare nuova linfa a gioielli che non si usano più. Com’è nato questo progetto?
“Il tutto è partito quando una cliente mi aveva portato un vecchio anello di un enorme valore affettivo, ma che non riusciva più ad indossare. Mi aveva chiesto di smontare la pietra e di riusarla in un altro modo; così ho iniziato a sperimentare questo nuovo filone artistico. Ci sono tante persone che hanno vecchi gioielli, la cui forma non piace più o non è mai piaciuta oppure gli anelli di ex ragazzi o ragazze. Riusare una pietra a cui si dà valore, gli dà un valore aggiunto. È una cosa che mi capita sempre più spesso di fare, le storie che vi sono dietro sono molto intense o, alle volte, si tratta di pietre acquistate in luoghi meravigliosi, riportate a casa da un viaggio. Ricordo con grande piacere la lavorazione di una pietra grezza dalla Tanzania regalata ad un cliente; l’abbiamo fatta tagliare e ne è uscito un nuovo bracciale.”
Secondo te, invece, le realtà artigianali presenti a Trieste dialogano tra loro?
“Credo ci sia una buona rete di relazione tra gli artigiani disseminati a Trieste; io stessa faccio parte di CrafTS – un gruppo di una ventina di artigiani che racconta la sua attività,è importante rafforzarsi a vicenda per non disperdersi. A questo proposito, la prossima settimana inaugureremo una mostra nella Stazione Centrale di Trieste dal titolo “Artigiani fuori dai binari”.
E la tua attività da artigiana orafa, com’è stata accolta nel contesto triestino?
“Direi molto bene bene perchè cerco di dare un’interpretazione diversa ai gioielli rispetto all’esistente. A Trieste, ci sono diversi orafi che fanno il loro lavoro da una vita, con un livello di esperienza molto alto, ma sono quasi tutti uomini e secondo me si nota nello stile, considerando che molti anelli creati non vengono, poi, indossati.”
Hai un target preciso, quindi, a cui ti rivolgi?
“Principalmente alle donne, con un’età compresa tra i 30 e i 60 anni; non mi capita spesso di avere clienti giovani. Gli uomini, purtroppo, sono più rari. Nella scelta delle fedi, ad esempio, l’uomo dice spesso che non indossa anelli oppure è più scettico; in altri casi ci prende gusto e dà libero sfogo alla personalizzazione dell’anello. Questa differenza uomo-donna credo sia dovuta all’abitudine, ma anche agli stereotipi legati ai concetti di femminilità e maschilità. Con sorpresa, però, la settimana scorsa ho consegnato, per la prima volta, un anello di fidanzamento da ragazza a ragazzo; ero molto contenta.”
Domanda di rito. Nel futuro, dove ti immagini?
“Vorrei continuare a fare questo lavoro per tutta la vita. Una delle cose che mi spaventa di più è il dover continuare a ricercare sempre delle idee nuove, ma sento che questa è la mia strada; non tornerei indietro per nulla al mondo. Non vedo l’ora che passi il tempo per vedere come evolve questo progetto. Forse sarò sentimentale, ma percepisco finalmente quel luccichio nei miei occhi quando parlo del mio lavoro.”
[m.p]





