‘Uno spettacolo di desolazione’ La mareggiata che travolse Trieste nel 1911

11.11.2023 – 07.01 – Oggigiorno non è un elemento a cui si pone attenzione, ma nell’ottocento le dighe foranee e in generale le opere di protezione dalle mareggiate erano il segnale inequivocabile d’un porto moderno ed efficiente. Il passaggio alla navigazione a vapore, dallo scafo in legno a quello in ferro e infine la crescita delle dimensioni delle navi comportò sempre più la necessità di proteggere la flotta, di porre al riparo il naviglio dalle tempeste e dalle mareggiate. E la diga foranea parallela alla banchina fu la soluzione prediletta; dapprima adottato dal porto di Marsiglia, si ripresentò non a caso con progettisti francesi (il piano Talabot-Pascal) quale primo elemento costruttivo del Porto Vecchio di Trieste. Prima, dei Varchi, prima delle industrie, prima dei magazzini vi fu l’interramento e la diga foranea; un esempio poi imitato da decine di altri porti europei.
Eppure, come ha dimostrato la tempesta e la conseguente mareggiata della scorsa settimana, neppure vecchie e nuove dighe appaiono sufficienti a reggere le ondate di maltempo. Se molti ricordano le mareggiate del 1969 e del 1984, è invece scomparso dalla memoria collettiva il fortunale del 14 giugno 1911, il quale devastò il lungomare triestino. Le cronache narrano di mareggiate talmente violente da oltrepassare il giardino di piazza grande, oggigiorno dell’Unità, e lambire il Municipio.

L’Indipendente del 16 giugno 1911 raccontò, all’indomani del disastro, di “raffiche con forza di 87 chilometri” capaci di generare secondo i cronisti “onde di sette metri” miscelate poi con “pioggia dirotta” e persino “grandine”. È più probabile che si trattasse non di onde, ma di frangenti, cioè dell’impatto dell’onda sulla costa. Il Piccolo: edizione del mattino, di giovedì 15 giugno 1911, fornì anche i dettagli dell’inizio del nubifragio: “fra la mezzanotte e l’1 e mezzo circa“. Il Piccolo menzionava anche “un uragano di vento”, un “diluvio di pioggia e scariche elettriche formidabili”. Non vi fu solo la mareggiata, perchè la pioggia flagellò anche il centro città, con “le vie allagate da veri fiumi, che trascinavano sassi e pietrisco”.
La scena, per i pochi coraggiosi cronisti, sembrò catastrofica: “Il mare livido, gonfio, ruggente s’avventava con furia rabbiosa contro i moli e le rive, spazzandoli tutti con ondate che sorpassavano di 6,7 metri le banchine, rovesciandosi fin sotto i muri delle case”.
Tanto L’Indipendente quanto Il Piccolo rimasero raggelati dalle testimonianze dei marinai e in generale di coloro che, senza le moderne allerte meteo, era rimasto a bordo delle imbarcazioni: “Sul rumoreggiare delle onde, acuti, indistinti, si sentivano gli appelli disperati – commentò Il Piccolo – di quanti erano sui natanti ormeggiati lungo le rive, che si vedevano in procinto di affondare…”
Vennero gravemente danneggiati il vecchio piroscafo Stadion, il piroscafo Miramar e mezza dozzina tra vascelli e navi medio-grandi ormeggiate nella rada. “Moltissimi dei marinai sottrattisi alle furie del mare e al pericolo di morte, si rifugiarono nel caffè ‘Tommaso’” annotò il quotidiano.
Tra le vittime navali si segnala “il piccolo piroscafo Andromeda dell’armatore Vidulich, ormeggiato alla Riva dei Pescatori, è completamente affondato. Emerge dall’acqua solo la cima del camino”. Inoltre “due scooner greci che erano all’esterno della diga del Punto Franco furono gettati contro la scogliera della stessa”.
Tuttavia i danni maggiori avvennero per le strutture normalmente ancorate al largo di Trieste, utilizzate da bagnanti e piccole imbarcazioni; ad esempio “il casotto della vendita dei biglietti del Lloyd fu strappato dalle fondamenta e portato diagonalmente sino alla riva di piazza grande, verso il palazzo del Lloyd”.
Alla fine della tempesta, durata due ore, L’Indipendente descrisse “Uno spettacolo di desolazione, rottami di legname sparso qua e là, travi, ponti, botti, disseminati dappertutto davano un’idea di ciò che era avvenuto” e a differenza del Piccolo riportò che vi erano “18 vittime accertate“. Il maltempo aveva anche travolto “Capodistria, Muggia, Pirano, Umago, Cittanova, Rovigno” dove “campagne intere vennero distrutte”.

La ‘vittima illustre’ fu però un intero Bagno; e nello specifico un Bagno galleggiante. Si trattava del BagnoGalleggiante nazionale‘. Ultimo dinosauro di un’industria balneare che andava scomparendo, il Bagno era nato come ‘Boscaglia’ nell’ottocento ed era ancorato al largo davanti a piazza Grande; successivamente cambiò nome in ‘Buchler’ e nel 1898 venne parzialmente ricostruito. Il fortunale distrusse completamente “il bagno ‘Galleggiante Nazionale’ che si trovava finanzi alla riva del Mandracchio, fra il molo San Carlo ed il molo della Sanità”. Infatti “Le botti che costituivano il corpo d’appoggio furono strappate ai legami che le univano e scaraventate dalle onde sulle rive, mentre il corpo del Bagno stesso si sfasciava e tavole e travi venivano disperse in tutte le direzioni”.

Se la prima a intervenire fu, stando all’Indipendente, la Cassa di Risparmio, anche la Giunta Municipale, riunita d’emergenza, provvide a stanziare le risorse necessarie per la ricostruzione e per le famiglie dei marinai deceduti. L’Indipendente, nell’occasione, si domandò polemicamente se “dopo tale disastro il governo, che trova i danari a milioni per la marina da guerra, si deciderà a devolvere qualche centinaio di migliaio di corone per i bisogni d’ogni giorno e per la tutela delle vite e degli averi dei cittadini”.

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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