11.10.2023 – 12.12 – La parola è già presente nel porto stesso, se vogliamo l’anticipa: (p)orto franco. Si tratta del progetto di recupero a Trieste di un’area di grandi dimensioni delle Noghere presentato ieri dall’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Orientale, il Consorzio di Sviluppo Economico Locale dell’Area Giuliana (Coselag) e il Comune di Muggia. Il progetto mira ad applicare – ed è il primo caso nel mondo – il concetto di agricoltura al porto franco, equiparandolo ad una lavorazione industriale. Specificatamente ci si riferisce, nel caso in questione, all’agricoltura 2.0, la ‘verticale idroponica‘ già diffusa in molti paesi tecnologizzati dell’estremo oriente. Un ‘orto franco’, per l’appunto. L’agricoltura consente di rientrare nei canoni della Transizione ecologica di matrice europea e, nel contempo, di non intaccare il suolo pesantemente inquinato dell’area. I consumi idrici, a confronto con l’agricoltura tradizionale, vengono abbattuti sino al 98%.
Il progetto propone il recupero di un’area ampia di 31,3 ettari, tramite un progetto di sviluppo delineato da CRA (Carlo Ratti Associati).
Vi sono tre diverse aree, secondo CRA; rispettivamente un parco dell’energia sviluppato tramite il recupero e la riconversione delle cisterne presenti nel sito, trasformandole in batterie di energia pulita, in linea con quanto già avviene in Svizzera; una piattaforma per l’agricoltura; e infine una zona di orti urbani destinati tanto alla produzione, quanto all’utilizzo da parte delle associazioni già attive in tal senso a Trieste. La zona verrà inoltre – ed è nuovamente un unicum in una zona industriale – riaperta al pubblico con piste ciclabili e pedonali.
Le aree sono in via di acquisizione da parte dell’Authority coi 60 milioni originariamente destinati, tramite PNRR, all’acquisto degli ettari necessari alla realizzazione del ‘famigerato’ laminatoio; fondi utilizzati anche per la prima opera di recupero dei terreni inquinati, ovvero la realizzazione di un piazzale per il parcheggio per il traffico via gomma di 25mila metri quadri. Una necessità tanto per la zona, la cui messa in sicurezza richiedeva simili procedure; quanto per la logistica del porto e del suo retroterra industriale.
In generale il progetto dell’orto franco è partito a inizio 2022; non vi è ancora un business plan, ma solo un progetto di recupero da proporre ai clienti interessati. Tuttavia i tempi per la realizzazione potrebbero essere brevi; un anno e mezzo, al massimo due, similmente a quanto era già avvenuto con la British American Tobacco (BAT) a Trieste.
“Tutto il territorio, con questa progettualità, verrà nuovamente valorizzato, dopo un abbandono di aree altamente inquinate o utilizzate come discarica – ha commentato il sindaco di Muggia Paolo Polidori – Territori destinati a uno sviluppo industriale diverso da quanto siamo abituati, sostenibile anche per gli abitanti nelle zone circostanti. Gli insediamenti di carattere industriale e artigianale avranno una determinata caratterizzazione per l’inquinamento acustico e a livello di emissioni, senza trascurare le aree verdi, con un’importante fascia di mitigazione. Il Comune di Muggia ha approvato proprio in questi giorni una delibera che va in questa direzione, verso la condivisione di questo sviluppo ‘green'”.
Il presidente dell’Authority di Trieste Zeno D’Agostino ha presentato il progetto, spiegando che “alla luce della reazione della cittadinanza [al laminatoio n.d.r.], occorreva dare un segnale forte; comunicare a livello nazionale che, anche nei porti, serve una rivoluzione nell’utilizzo dei territori”.
Pertanto c’è stato “un ragionamento di applicazione del porto franco all’agricoltura“, cioè “come conciliare il tema agricolo, tra i più innovativi negli ultimi tempi, con il porto”. Infatti “se il ragionamento deve essere green, perché non renderlo veramente verde?”.
Il progetto non sono solo rendering, infatti comporta “modificare la pianificazione” e pertanto “tracciare una linea concreta, diventano documenti importanti che vincolano all’utilizzo in un determinato senso dell’area”.
“Siamo partiti innanzitutto dal contenuto” ha spiegato D’Agostino, dunque “da soggetti che con l’agricoltura verticale fanno cose incredibili” individuando come interlocutore la Carlo Ratti Associati.
La coltivazione idroponica prevede “bassissimo consumo di acqua, ma molto alto di energia essendo correlata alla luce artificiale”, pertanto serve che sia “energicamente sostenibile”.
Da ciò il progetto di CRA della “riconversione delle cisterne ad energia pulita“, cioè di trasformarle in “batterie naturali con grandi contenitori di acqua, similmente a quanto già compie la Svizzera coi laghetti alpini. Tramite l’energia solare produci energia e immetti l’acqua in alto e quando non vi è sole, ad esempio nelle ore notturne, l’acqua scende e produce a sua volta energia”.
Un progetto che contiene “elementi visionari per lo sviluppo che il cittadino potrà toccare con mano, rendendoli fruibili da parte della cittadinanza, coinvolgendola”.
Si tratta infine del primo caso al mondo dove “l’agricoltura diventa un potenziale sostituto di una lavorazione industriale”, una “prima applicazione della zona franca all’agricoltura”
Sandra Primiceri, Vice Presidente Consorzio Coselag, ha aggiunto in conclusione che “il piano di acquisizione delle aree non è ancora stato completato, ma la nostra intenzione è di acquisire tutte le le aree dismesse” con “uno sviluppo coerente con la progettualità già esistente”. Occorre da ultimo ricordare che “il progetto è in linea con le indicazioni nazionali e regionali”.
[z.s.]


