14.08.2023 – 10:30 – Sta montando in queste ore il dibattito in merito alla possibilità o meno per le cittadine di fede mussulmana di fare il bagno al mare entrando in acqua vestite. Nella giornata di ieri, Domenica 13 Agosto, presso lo storico stabilimento “La Lanterna” di Trieste, nella spiaggia femminile, alcune bagnanti avrebbero innescato una lite puramente verbale con delle donne di religione mussulmana intente ad immergersi con gli abiti tradizionali ed il velo assieme ai loro bambini. Solo alcune indossavano il burkini, il costume da bagno femminile che copre interamente il corpo ad esclusione di faccia, mani e piedi. La lite ha destato l’attenzione di una guardia giurata la quale ha fatto da pacere sedando l’acceso alterco. Ad ogni modo, alcuni astanti hanno preso posizione in merito alla questione; alcuni si sono schierati in difesa delle donne mussulmane, altri hanno dato ragione alle contestatrici. Resta il fatto che, nonostante il grande clamore, il diverbio si è placato dopo pochi minuti tanto che molti bagnanti di quanto stava accadendo non se ne sono nemmeno accorti. Nelle ore successive l’episodio è stato segnalato al Municipio il quale ha inviato in loco un addetto incaricato nella gestione dello stabilimento di Molo Fratelli Bandiera che, assieme agli agenti di una pattuglia della Polizia Locale in servizio in zona, ha chiarito che lo storico bagno triestino non ha un proprio statuto da far osservare ai suoi frequentatori ad eccezione della “regola d’oro” che prevede la divisione della spiaggia in due parti; una dedicata agli uomini ed una alle donne.
Il tema del bagno vestiti non è nuovo nel Capoluogo Giuliano. Un episodio analogo si era infatti già verificato nell’estate del 2016. Allora l’amministrazione comunale aveva ponderato l’idea di istituire un apposito divieto; tuttavia, fu immediatamente cassata dal clero cittadino il quale aveva ritenuto l’istituzione di un’eventuale proibizione lesiva all’integrazione ed alla convivenza civile.
Nulla di nuovo sotto al sole quindi, e non solo sotto a quello del “Pedocin”. Casi simili infatti si verificano ogni anno in molti stabilimenti della Penisola. Quest’anno, a finire per primo sotto ai riflettori della cronaca nazionale era stato il caso di un’altra località del Friuli Venezia Giulia, Monfalcone, dove il Sindaco Anna Maria Cisint aveva espresso l’intenzione di creare un’apposita ordinanza comunale con lo scopo di vietare il bagno in mare vestiti sulle spiagge della sua città, inserita nella lista dei dieci Comuni italiano con più alta incidenza di immigrati residenti.
A patto che non si prendano precisi provvedimenti e che le istituzioni non legiferino in materia, questa è una di quelle questioni che non potranno risolversi nell’arco di qualche settimana. Ad ogni modo, al di là del delicato aspetto legato alle credenze religiose del singolo individuo sul quale è necessario aprire un apposito dibattito nelle opportune sedi, fare il bagno indossando gli stessi vestiti utilizzati per passeggiare nel centro cittadino rappresenta un indiscutibile problema per l’igiene dei bagnanti e della persona stessa che li indossa oltre che un serio ostacolo per qualunque bagnino si trovi nella situazione di trarre in salvo una persona vestita da capo a piedi con lunghi abiti zuppi d’acqua. Restare coperti con vestiti bagnati addosso, oltre a creare problemi alla muscolatura può portare alla proliferazioni di funghi e batteri; ancor di più se si tratta di abiti bagnati con acqua di mare. In quest’ultima, infatti, è concentrato un gran numero di microbi e organismi marini senza contare le numerose sostanze chimiche rilasciate dai rifiuti e dai carburanti delle imbarcazioni.


