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sabato, 1 Ottobre 2022

“Carneval de Muja”, storia e testimonianze dall’antichità ai giorni nostri

23.02.2019 – 08.18 – Il “Carneval de Muja” si prepara a festeggiare dalle prossime settimane la sua sessantaseiesima edizione, ma nella realtà la festa ha origini notevolmente più antiche, risalenti persino all’età greco-romana.
Dopo aver analizzato la storia del Carnevale triestino la scorsa settimana, naturale proseguimento è trattare il Carnevale di Muggia. Una storia dalle antiche e medievali origini, per la quale è necessario tornare indietro nel tempo, nello scenario di una Muggia e un Carso radicalmente diverso da quanto conosciamo oggigiorno.

Inizialmente c’erano i “carnasciali rusticani”: gruppi di contadini mascherati con stracci grigi, accompagnati da bambini col viso annerito dal nerofumo delle pentole, randelli in mano e corone di ortiche sul capo. Solitamente un contadino interpretava il ruolo del “vecchio Sileno”, l’antico dio greco degli alberi, figlio di Pan e maestro di Dioniso. Il contadino mascherato da satiro indossava un cappellaccio con erbacce e aglio e conduceva un asino. Si fingeva (spesso era?) ubriaco.
A tutti gli effetti, questa compagnia di contadini recitava una forma di commedia greca, sopravvissuta come tante altre pagane tradizioni fino all’età moderna.
La città di Cherso conosceva una variazione dei “carnasciali”, con i locali che si travestivano con giganteschi cappelli chiamati “salonici”, un cappuccio e un bastone a forca con appesi due fichi. Le maschere giravano tra la gente sventolando i fichi e sfidando la gente ad afferrarli, salvo colpirli con un pugno quando non erano sufficientemente lesti di mano.
La città di Buie, così come di Capodistria, allestiva invece un grande carro con a bordo un forno, con il quale cucinare le “fritole” distribuite alla cittadinanza. La gente si vestiva nell’occasione come pastori, mugnai e cuochi, mentre il carro attraversava la città…
Un’altra tradizione ormai scomparsa era “La Mascherada del Calendario”, specialmente diffusa tra le città istriane. Tredici persone, ciascuna mascherata come un diverso mese dell’anno, guidate dall’Anno in persona, solitamente un anziano dalla grande barba bianca e il vestito da Arlecchino. L’Anno introduceva i diversi mesi con la rudezza caratteristica del Carnevale, agitando uno scettro e urlando qualcosa come “Su fio, da bravo, parlime da bon, e contighe a sti qua chi te son”.
I mesi erano, nell’ordine, un gennaio freddoloso, un marzo “pellegrino” in cerca della primavera, un giugno con una corona di grano e frutta, un luglio con una corona di spighe, un ottobre con una corona di foglie di vite e infine un dicembre con uno scaldino.
La Mascherada prevedeva anche di trainare in città una carriola contenente una bottiglia ricoperta di stracci: era la cosiddetta “questua del vino”, risalente all’età romana, un tempo un dono augurale.
La Mascherada recuperava anche le “giudicature veneziane”, dove i contadini si fingevano giudici e accusati, con un “Tribunale Carnevalesco” con il quale ci si scambiava battute e doppi sensi.

Sileno e satiri, di Cima da Conegliano (1505)

La festa a Muggia veniva gestita dalle “società di carneval”, che affittavano una grande sala per le danze e la musica, rispettivamente la domenica, il lunedì e il martedì prima delle ceneri. Uno statuto del 1420 per la prima volta ufficializza la festa.
I muggesani ballavano fino allo sfinimento i “waizer”, i “sbolseri”, la “molferina”, la “polka a saltin” e la “dama”. Ma il ballo più importante di tutti veniva svolto in Piazza Grande: il “Ballo della Verzura”.
Nicolò Manzuoli di Capodistria lo descrive nel 1611 con dovizia di dettagli: “Si suole l’ultimo giorno di carnevale fare un ballo detto della verdura, nel quale le donne e gli uomini hanno verdi ghirlande in testa e un arco d’oro di fronde e di aranzi in mano. Gli uomini in una schiera e le donne dall’altra, cominciano sotto gli archi di fronde ad unire schiena con schiena, sì che si ritrova un uomo in mezzo a due donne, e una donna in mezzo a due uomini, e per mezzo degli archi si congiungono insieme, e seguendo il ballo, gli uomini e le donne incrociando le mani sotto gli archi s’intrecciano e ritornano nelle due schiene divise come prima”.
Lo spettacolo, quasi una spericolata coreografia, risale secondo la leggenda alla danza di Teseo seguita alla vittoria contro il Minotauro a Creta. Secondo le voci furono i Colchi – fondatori di Pola e Capodistria – a introdurre quest’usanza nella piccola città di Muggia.
Le cronache riportano due altre tradizioni, oggigiorno perdute: l’asta del Porco di S. Antonio e la caccia al Toro.
La prima risale al XIV secolo, quando un monaco della Chiesa di S. Abate acquistò l’abitudine di comprare un porcellino, che il popolino nutriva e vezzeggiavano fino a quando, il giovedì grasso (la “zuoiba”), veniva macellato e messo all’asta in piazza. Da qui il detto: “El gira come el porco di S. Antonio”.
“La Caccia al Toro” commemorava invece la vittoria dei locali su Voldarico di Treffen, patriarca di Aquileia (1162). La tradizione prevedeva di inviare a Venezia, contro cui si era battuto il patriarca, un toro e dodici maiali, nel giorno di giovedì grasso.

Come con l’austronostalgia, riveste un forte interesse confrontare le opinioni di un tempo sul carnevale di Muggia con quelle attuali, scoprendo somiglianze e differenze.
Il Meridiano di Trieste a fine anni Settanta aveva raccolto una serie di testimonianze su cosa volesse dire “far carnevale”. Le interviste erano rivolte agli addetti ai lavori del carnevale muggesano, primi protagonisti e attori della festa. Tanto è cambiato, ma i sentimenti, le voci… rimangono identiche.

Il primo intervistato, N. N., osservava come il Carnevale sia un raro momento egualitario, a tutti gli effetti una democrazia diretta.

Intendo il carnevale non come momento d’evasione, bensì come occasione di unione, di ritrovo, di amicizia. È una tradizione che va rivisitata alla luce della realtà contemporanea, ma non può esser liquidata tout court e messa in museo.
A Muggia il carnevale è un fatto creativo: ogni compagnia è un esempio di democrazia diretta, un momento di discussione e partecipazione. È un pretesto per stare insieme, per lavorare, per confrontarsi: al giorno d’oggi non è poco.

P. P., detto “Rino 31”, sottolineava invece la competitività tra le diverse compagnie, fondamentale per migliorare di anno in anno.

Far Carnevale oggi significa vivere un’esperienza collettiva, cercando di conservare una tradizione che fa parte di tutti noi. A Muggia la rivalità fra le compagnie è una molla importantissima; e conta anche il campanilismo rionale, determinante per stimolare l’impegno di ciascun gruppo. È, soprattutto, una bella festa popolare; e questo bisogna sempre tenerlo a mente.

L’anarchia e il caos caratterizzante il Carnevale di Muggia piaceva invece meno al successivo intervistato, G. B., detto “Pece”.

A dispetto dello scorrere del tempo, lo spirito del carnevale è più vivo che mai. Far parte di una compagnia va ben al di là dal partecipare ai preparativi o alla sfilata: significa condividere con tanta altra gente slancio, passione ed entusiasmo. Peccato che a Muggia il carnevale non sia più quello di una volta: tutti spendono molto e anche le coreografie sono meno ordinate di un tempo. Cose che a me francamente non piacciono.

Ma il Carnevale rimane una follia, un regalo gratuito dai muggesani al mondo.
Questa era l’opinione di R. S.

Il carnevale è importante per la sua capacità di aggregare un grande numero di persone, al di là di ogni ceto o classe sociale. Per me sarebbe impensabile non farlo; il fatto di lavorare in tanti per un solo scopo, senza obiettivi di lucro, ma solo per divertirci, è una cosa eccezionale. E unica.

La povertà, così come l’autenticità delle feste di un tempo, erano invece al centro delle riflessioni di T. C.

Far Carnevale significa gioia, emozione, svago, divertimento. E’ bello far festa con la tua gente, scendere tutti in strada, far baldoria insieme. Certo, rispetto al passato, i tempi sono cambiati. Una volta bastava una… cotola per fare follia. oggi c’è una tendenza al travestimento eccentrico e un po’ snob: ma il carnevale non morrà per questo.

Il carnevale come fuga dal tran tran, dalla quotidianità di ogni giorno, conclude infine le interviste, con le sagge parole di L. S.

Significa evadere dalla routine quotidiana, svestendosi di quella freddezza che ci accompagna e ci condiziona nei rapporti con il prossimo.

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Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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