22.08.2023 – 09.14 – Gli F16, i “falconi”, possono cambiare gli equilibri e il corso delle azioni nello scenario della guerra in Ucraina? No, non per davvero. Non oggi; e per l’oggi, se non alla politica che li ha trasformati in un totem e fatti diventare simboli ormai pleonastici tanto quanto la t-shirt contrapposta alla cravatta, non servono. Si tratta di caccia di generazione avanzata, ma non ultima. Il primo volo di un F16 data 1974, con introduzione in servizio fra il 1978 e il 1979. Il culmine della Guerra fredda, che molti fanno coincidere, ragionando sul rischio nucleare, con il 1983 in uno scenario europeo piuttosto che con la crisi dei missili di Cuba del 1962, doveva ancora arrivare. L’Unione Sovietica prima, e la Russia poi, hanno quindi avuto modo di osservare e far bene conoscenza con gli F16; l’avversario designato dell’F16, quel MiG-29 che combatte ancora oggi sui cieli dell’Ucraina, rullava dal 1977 già sulle piste oltre la Cortina di ferro, osservato a distanza dai satelliti spia. Non fu, il MiG-29, quel caccia invincibile che l’Occidente temeva, ma non era e non è da buttar via: la risposta accelerata degli Stati Uniti alla sua comparsa fu infatti l’emissione, nel 1981, di una specifica per la progettazione e realizzazione di caccia di nuova generazione, che si sarebbe poi concretizzata negli F.22 (i “rapaci”; uno dei primi aerei da caccia al mondo portava il nome di “tortora”, di “colombe” non ce ne sono state, solo un bimotore ma di poco successo). E così via.
Gli F16 per i quali gli Stati Uniti hanno dato l’autorizzazione all’esportazione all’Ucraina sono tutto fuorchè nuovi. Operativi e temibili, ma vecchi. Hanno già ricevuto in maggior parte o riceveranno, prima del trasferimento all’Ucraina e dell’azione, la cosiddetta “MLU”, l’aggiornamento a metà della loro vita: quando gli F16 entrarono in servizio, nel 1979, ci si aspettava infatti che la loro anzianità operativa non superasse i vent’anni, ma per ragioni sia economiche che politiche non fu così e non ci fu nessun sostituto all’orizzonte fino al 2010. Si decise così per un programma di retrofitting che consentisse ai caccia che andavano verso i quarant’anni di rimanere allo stesso livello di caccia più moderni per altri dieci o vent’anni – finestra di tempo che inizia ora a scadere. L’aggiornamento dell’F16 che gli evita la rottamazione trasformandolo in un cosiddetto “caccia di quarta generazione”, è pesante: viene smontato quasi integralmente, verificato e rafforzato nelle sue componenti strutturali, e rimontato, e una volta fatto tutto tocca all’aggiornamento dell’avionica (compresi il display a testa alta – lo schermo del pilota – e, in alcune versioni, una sorta di ‘navigazione con l’elmetto’ simile, ma non allo stesso livello, di quella dell’F.35), del computer di bordo (che rappresenta l’elemento più importante dell’aggiornamento) e del software. Non manca un nuovo radar: l’F16 aggiornato viene equipaggiato con un sistema che ha maggior efficacia nelle contromisure elettroniche ed è capace di tracciare fino a 10 bersagli e guidare 6 missili contemporaneamente. Questi F16, però, che, nella dottrina occidentale di guerra fanno parte di un sistema d’arma e non vanno intesi come singoli attori sul palcoscenico (e questo, in Ucraina, è per loro un fattore di debolezza, perché la Nato ovviamente non può esprimere questo sistema d’arma integralmente pena l’entrata in guerra a tutti gli effetti contro la Russia, e per quanto la guerra non dichiarata sia in corso fin già dall’inizio è difficile che la politica scelga di fare questo passo) – questi F16 una volta arrivati in Ucraina, cosa si troveranno di fronte?
Difficilmente i vecchi MiG-29 saranno in grado di rivaleggiare con gli F16, loro antichi avversari. Non è chiaro se la Russia sia stata in grado, negli anni, di trovare le risorse economiche per un programma di aggiornamento come l’MLU statunitense accettato ad esempio da Belgio, Danimarca, Olanda e Norvegia (niente ristrutturazione con bonus 110 per cento: più di vent’anni fa, è costato qualche centinaio di milioni di dollari), tanto più che non è riuscita a rimanere alla pari di Europa e Stati Uniti su elettronica e avionica e presumibilmente i MiG montano computer con capacità di calcolo inferiore e radar meno evoluti. Questo, appunto, per quanto riguarda i MiG; ci sono, però, i caccia Sukhoi, gli Su-27, a disposizione di Vladimir Putin in buon numero (si stima, 350 unità): possono portare più armi dei MiG, e hanno un profilo radar più sfuggente rispetto al MiG-29 che è ricco di spigoli. Il gran numero di caccia che la Russia ha a disposizione nello scenario ucraino, se resa operativa in maniera dinamica e su più settori contemporaneamente, potrebbe quindi consentire di saturare le difese dei più evoluti F16. Quando parliamo di significativo vantaggio degli F16 sui caccia russi stiamo pensando quindi ai MiG-29, impiegati anche dall’Ucraina e spesso vetusti, e dimentichiamo di citare diverse altre cose, fra le quali il dubbio che la Cina in qualche modo abbia potuto contribuire all’aggiornamento proprio di quell’elettronica e di quell’avionica sulla quale la Nato si ritiene superiore: con certezza, non lo sappiamo (cose da guerra di spie), però la Russia ha venduto alla Cina la tecnologia degli Su-27, che a Wuhu (e nelle altre basi cinesi) si chiamano J-11 e sono stati modificati e migliorati in casa. Gli Su-27, anch’essi caccia di quarta generazione, più veloci degli F.16, con miglior rapporto spinta-peso e capaci di andare più in alto con più performance, restano un rischio significativo e di fatto mettono in serio dubbio la possibilità che l’Ucraina possa conquistare una seppur minima condizione di superiorità aerea.
Diverso sarebbe stato con i Saab Gripen (“grifone”) svedesi, molto più recenti – di “quarta generazione e mezza” e capaci di operare in Ucraina con efficacia molto maggiore rispetto agli F16. La Svezia, i Gripen, però, a Volodymir Zelensky non ha intenzione di darli: servono a casa, per la difesa di una nazione che ha scelto, fatto storico, di entrare nella Nato dopo anni d’indipendenza e neutralità, ma che nella Nato ancora non c’è e teme le ripercussioni di una guerra di settimana in settimana sempre più complessa. Ecco perché una cinquantina di F16 a metà vita, che non potranno che entrare a pieno regime, come operatività, lentamente, con il rischio di trovarsi presto in difficoltà sul piano della logistica e della manutenzione e con la promessa di non venir impiegati in missioni offensive (ad esempio, considerato il raggio operativo, in attacchi a Mosca certamente più efficaci di quelli con i drone: se un F16 con la coccarda danese dovesse arrivare a Mosca, intuiamo tutti cosa accadrebbe), possono far poco o nulla per cambiare la guerra in Ucraina di oggi. È tutta un’altra cosa se gli F16 li immaginiamo pronti, con piloti già completamente addestrati e struttura logistica e di comunicazione ricostruita, aggiornata e messa a punto, nell’Ucraina di domani: quella di un post-armistizio con (poco probabile) o senza (cosa purtroppo più facile) Crimea, ripiegata su una linea di confine non tanto diversa o addirittura peggiore di quella del 2014, e una stagione almeno trentennale di fronte che potrebbe ricordare il destino mai compiutosi delle due Coree. In quest’Ucraina in divenire, mercato dell’Europa, con il fianco della Nato appoggiato ormai sui Balcani e Trieste non più porta meridionale della Cortina di ferro ma di nuovo porto del centro Europa, gli F16 potrebbero essere efficaci sentinelle di una pace continentale instabile: pienamente soddisfacente per nessuno, ma con poche (o nessuna) alternative, ed economicamente vantaggiosa per tutti, tranne per chi sarà costretto a viverla sulla propria pelle.
[r.s.]


