Quando il liberty è un fiore, la stravaganza di casa Bussi a Trieste

29.07.2023 – 07.01 – Il colle di San Vito rappresenta, per chi visita Trieste o desidera osservarla con uno sguardo ‘nuovo’, un originale compromesso: l’architettura di primo novecento si presenta ancorata al retroterra storico di San Giusto, ad una base ben più antica. E l’originale commistione viene ravvivata dalle tante ville suburbane, un tempo immerse nella rigogliosa campagna.
Scegliendo quale punto di partenza la scala degli armeni, oggigiorno nota come via Giacomo Ciamician, è possibile godere d’una originale prospettiva sul golfo. Discendendo le scalette incorniciate di ferro, si giungerà a via dei Capuano. Dirigendo i propri passi a destra e dopo aver superato un graffito risalente ai tempi dell’invasione dell’Iraq, si giungerà in una piazzetta nascosta, nota come ‘piazza Cornelia Romana‘. Lo sguardo non sa allora dove appuntarsi, sorpreso dalla molteplicità di edifici d’inizio secolo. Però, guardando dinanzi a sé, si verrà colpiti da una casa che sembra un albero pietrificato; una sopravvivenza architettonica di quella stessa flora verdeggiante che un tempo adornava il vecchio colle.

Si tratta di ‘Casa Bussi‘, all’indirizzo di via dei Crociferi n. 5 o, in alternativa, di Piazza Cornelia Romana 1. Ingegnere civile, classe 1863, Michele Bussi lavorò a Trieste quale socio dell’omonima ditta di costruzioni Righetti & Bussi. Uomo addentro ai meccanismi della Trieste primo novecentesca, Bussi era infatti membro del Consiglio comunale, in particolare per quanto concerne le Commissioni costruzioni, militare, passeggi e acqua. Fu inoltre membro del direttivo del Teatro Comunale di Trieste.
Era Bussi, un ingegnere dal curriculum serio e ‘noioso’, un uomo amante dei fiori? Guardando il palazzo che reca il suo nome è difficile pensare diversamente. Costruito nel 1904, ‘Casa Bussi’ conobbe alcune difficoltà tecniche connesse alla sua altezza, all’epoca notevole. L’edificio, osservava la delegazione municipale, aveva un numero di piani superiore a quanto prescritto dalla Legge edilizia del 1884. Eppure il palazzo sorge sulle pendici di un colle, anzi ai suoi piedi; ed ha un’altezza diversa a seconda che lo si osservi da via dei Crociferi o dalla piazza Cornelia Romana. Le strade sono pertanto ad altezze diverse; e forte di ciò, Bussi riuscì a imporre la sua visione.

I critici del movimento art nouveau, noto in Italia come ‘liberty’ e dalle tante diramazioni europee (Jugendstil, Secessionismo e così via), spesso lo accusano di pesante decorativismo; o ancor più di essere vezzoso, niente più che un’indigestione di fiori e dolci. Un bouquet rutilante acquistato dal fioraio; o una torta densa di stucchi e creme di ogni sorta, senza il senso del ‘limite’. Una critica nata negli anni Venti, alimentata dal modernismo e dall’art Deco, volta a generalizzare il liberty che non è certo solo fiori e linee curve. Tuttavia, nel caso in questione, sembra appropriato definire la casa di Bussi come appartenente al liberty floreale. Però, dopo il monumentalismo di metà novecento, le indigestioni di cemento degli anni Sessanta/Settanta e l’abuso delle villette neoclassiche degli anni Ottanta, un edificio floreale non è certo il peggior peccato da rivelare al confessionale degli architetti.

 

Casa Bussi, il dettaglio del portone

L’ingegnere Bussi, avendo curato egli stesso anche le decorazioni e gli stucchi dell’edificio, progettò un palazzo a metà tra il liberty floreale e l’eclettismo. Le decorazioni sono di sapore liberty, ma inserite in uno schema classicheggiante; come osservava Anna Boiti, “tipico degli edifici ottocenteschi”. L’effetto complessivo, attuato da Bussi, crea l’impressione che lo strato liberty sia ‘cresciuto’ sulla base classica, alla pari di un rampicante che avvolge un palazzo.
La contaminazione floreale parte dalla porta d’ingresso dove le vetrate, a forma di goccia, appaiono decorate con volute di ferro battuto. Lo schema della casa appare dominato da tre cornici marcapiano, ciascuna adorna di festoni di fiori ed elementi vegetali stilizzati.
Dal portone, la decorazione floreale riappare al primo piano e trionfa al terzo. L’elemento certo più caratteristico è come Bussi abbia inserito delle gigantesche margherite corrispondenti alle lesene. Queste unificano secondo e terzo piano, presentandosi come un tutt’uno corrispondente alle parti sporgenti dell’edificio. Le margherite, a propria volta, presentano un complicato intreccio di nastri che, discendendo lungo la facciata, alleggeriscono e movimentano la superficie.
Infine l’ultimo piano non rinuncia a una coroncina di foglie d’acanto e festoni intrecciati a nastri.
Ridipinta negli ultimi anni, Casa Bussi ha così riacquistato quella vivacità leggera e un po’ frivola del liberty floreale. Un edificio d’ammirare come un campo di girasoli.

Fonti: Federica Rovello, Trieste 1872-1917: guida all’architettura, Trieste, Mgs press, 2007

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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