30.10.2021 – 07.01 – La storia degli ospedali di Trieste soffre, nella fase precedente alla costruzione del “Maggiore”, all’epoca sintesi medico-architettonica del pensiero scientifico mitteleuropeo, di una confusione terminologica: innumerevoli infatti i piccoli e grandi ospedali denominati San Giusto. Ritornando all’età medievale, la problematica si aggrava per la consueta confusione tra i diversi ruoli all’epoca ricoperti dalle strutture ospedaliere che mescolavano funzione religiosa, pauperistica e infine (anche) medica. L’ospedale era pertanto anche ostello e monastero, con una disponibilità di spazi che oggigiorno apparirebbe insufficiente. In quest’ambito uno speciale ruolo viene rivestito dall’Ospedale della Santissima Annunziata di Trieste, solitamente accantonato a favore del Civico Ospedale di San Giusto, ritenuto la prima struttura ospedaliera di Trieste nel Medioevo. Considerando come per la stragrande maggioranza della sua storia il San Giusto fu ospedale per soli uomini, la Santissima Annunziata fu il primo ospedale per le donne. Le origini della struttura risalgono agli inizi del XII secolo, quando i Padri Crociferi di Venezia stabilirono la propria presenza anche a Trieste, costruendo un cenobio retto da un priore, nell’odierna via Crociferi. Nella zona antistante il convento venne approntato anche un ospedale, denominato della Santissima Annunziata, utilizzando con ogni probabilità edifici già facenti parte del monastero o riservando una sezione degli spazi già esistenti.
Il monastero era infatti situato fuori Porta Cavana, tra la Piazzetta S. Lucia e la via dei Crociferi, dove oggigiorno è possibile ammirare il palazzo vescovile.
I Padri Crociferi erano un Ordine la cui presenza è attestata dal XII secolo in Italia, nei Paesi Bassi e in Boemia; nella penisola erano presenti rispettivamente a Bologna, Venezia, Milano, Roma e Napoli. Tra le caratteristiche più peculiari dell’ordine vi era l’usanza di tenere sempre in mano una croce di ferro o di legno, da cui il nome peculiare. Pio II stabilì nel 1459 che indossassero una tunica azzurra con scapolare e mantellina; ma a Trieste, per ragioni igienico-sanitarie, vestivano un abito bianco con scapolare fregiato di crocie bianca e rossa. I rapporti con le autorità ecclesiastiche locali si deteriorano alla fine del ‘200 e, a seguito di controversie con il vescovo di Trieste, l’Ospedale cadde in stato di abbandono agli inizi del ‘300. Venne poi ricostruito appena mezzo secolo dopo, nel 1355, grazie all’impulso del vescovo veneto Antonio I de Negri e del triestino Domenico Ceclino, il quale ne allargò i possedimenti annettendovi filari di vigne e poderi. Restituito nel 1361 ai Padri Crociferi, venne da questi amministrato fino al 1627, quando subentrarono i Fatebenefratelli. L’ordine era da tempo in declino e verrà soppresso nel 1656 dal papa Alessandro VII.
L’Ospedale, il cui nome era legato alla vicina cappella dedicata alla Beata Vergine dell’Annunziata, era riservato alle “donne inferme e impotenti“, con una capacità di 12 posti letto distribuiti su tre camere: una grande stanza con 8 posti letto e due più piccole con soli 2 posti letto ciascuna. Successivamente accolse anche gli “incurabili“. L’amministrazione affidata, dagli anni Trenta del seicento, ai Fatebenefratelli dell’Ordine di S. Giovanni di Dio, giunti a Trieste con il vescovo dalmata Reinaldo Scarlichio, permise di mantenere in attività la struttura fino al 1785.
Sotto i Fatebenefratelli venne anche nominata una priora o “Madre dell’Ospitale” che sovrintendeva la struttura.
Nel corso del settecento come tante, simili, strutture, anche il convento-ospitale andò degradandosi: nel secolo dei Lumi era praticamente un ospizio per povere donne, non avendo infatti altre rendite al di fuori di due cassette dell’elemosina e gli interessi di un capitale diviso tra il Banco di Vienna, il Sacro Monte di Pietà e il Pubblico Erario.
Le donne ospitate tenevano in cambio pulita la chiesa, l’ospedale e i letti; raccoglievano l’elemosina durante le sacre funzioni e in città; intervenivano durante le principali processioni portando il Cristo. Onde essere alloggiati all’ospedale/ospizio era inoltre obbligatorio per le donne ricoverate frequentare le prediche nelle chiese della Madonna e dei Cappuccini, confessarsi e fare la comunione almeno una volta al mese e ascoltare i sermoni e i discorsi festivi del cappellano locale.
L’imperatrice Maria Teresa d’Austria donò alla Santissima Annunziata 13mila fiorini, ma nel contempo la scelta di costruire un nuovo ospedale, ovvero il Conservatorio generale dei Poveri, suggellò in via definitiva il fato del vecchio monastero. L’Ospedale delle donne fu infatti privati di molti dei suoi beni immobili e delle sue residue rendite, tra cui il dazio sul vino, definito “dei poveri”, utilizzato per pagare il mantenimento dei malati. Per un breve periodo, dopo il 1775, l’ospedale ospitò il vescovado, essendo il vescovo Francesco Filippo conte di Inzaghi (1775-1778) di salute malferma.
Quando, dietro ordine dell’imperatore Giuseppe II, i Fatebenefratelli si trasferirono a Lubiana in un nuovo convento, tra le proprietà che passarono al Comune di Trieste figurava anche il vecchio Ospedale della Santissima Annunziata. Il Comune lo vendette a sua volta a privati, i quali scelsero nel 1795 di abbattere il monastero, creando un edificio a uso privato, destinato a diventare dal 1831 la sede vescovile.
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Fonti: L’Ospedale della Santissima Annunziata di Trieste, in Il Lanternino: bimestrale di storia della medicina e medicina sociale, Anno V, n. 6, novembre 1982
[z.s.]



