Lazzaretti e “Ospitali” della Trieste Teresiana

22.09.2018 – 09.07 – Inizialmente era solo Lazzaro: mendicante dell’omonima parabola e santo patrono dei lebbrosi nell’età medievale. Con il passare dei secoli e il progredire della navigazione, il mondo europeo allarga i propri orizzonti, insegue sogni di commercio con la Cina e scopre nuove civiltà e nuove malattie. Il santo Lazzaro diventa il Lazzaretto: una via di mezzo tra ospedale e struttura portuale, atta a contenere marinai e merci sospettati di malattie contagiose. In caso d’infezione, il periodo d’isolamento si aggirava intorno ai quaranta giorni; “quarantena” per l’appunto.
Il mar Adriatico, verso il tardo Medioevo, era un naturale bacino tanto di commerci, quanto di malattie infettive; qui confluivano infatti i virus e le merci più esotiche, direttamente dal Mediterraneo orientale. Il pericolo maggiore era la peste bubbonica, che trovava il suo focolare di contagio nel lontano Egitto.
La Repubblica di Dubrovnik (Ragusa) fu la prima a costruire un Lazzaretto per prevenire i contagi, rispettivamente nel 1377, a Ploče. La Serenissima seguì trent’anni dopo (1403); secondo l’interessante elaborato di Euro Ponte, il nome “Lazzaretto” derivava in questo caso da una corruzione di “Nazarethum” in “Lazarethum”, dal Convento e Chiesa di Santa Maria di Nazareth; altrettanto valide ipotesi fanno derivare il nome da San Lazzaro o dall’ospedale arabo Al Hasar. I secoli successivi assistettero a un aumento dei commerci a cui corrispose un moltiplicarsi dei Lazzaretti, presto organizzati in un sistema di ospedali diffusi sulla costa: Kotor (Bocche di Cattaro, fine ‘500), Spalato (1592), Herzeg Novi (1770), Rijeka (Fiume, 1726).

Trieste settecentesca: a destra il Lazzaretto S. Carlo, poi Lazzaretto Vecchio, a sinistra il Lazzaretto di Santa Teresa.

Il primo, vero, Lazzaretto di Trieste fu costruito in onore di Carlo VI d’Asburgo (1685-1740): era una vera e propria cittadella fortificata, con tutto il disponibile, dall’ospedale, al cimitero, alla Chiesa di san Carlo Borromeo. Un muro perimetrale circoscriveva il contagio a quest’area di transito. Il Lazzaretto operò dal 1723 fino al 1769, quando fu sostituito dal Lazzaretto di Santa Teresa.
Dopo il 1813, ultimo anno della dominazione napoleonica, il Lazzaretto divenne l’Arsenale dell’Artiglieria e ulteriormente fortificato, ospitò le nuove artiglierie ottocentesche, prima che venissero trasportate alla fortezza Kressich. Dal 1904 il Lazzaretto San Carlo divenne infine il Museo del Mare com’è noto oggigiorno, conservando il portale di pietra bianca settecentesca, ma non l’edificio retrostante, demolito nel 1951 per ordine dell’occupazione angloamericana.
La costruzione del Lazzaretto di Santa Teresa iniziò verso il 1760, quando i piani di espansione del porto resero evidente come il Lazzaretto del precedente monarca fosse troppo piccolo e pericolosamente vicino al nucleo urbano. Il nuovo Lazzaretto, localizzato “nelle pertinenze della Rippa di San Pietro” (Roiano), fu inizialmente riservato per i natanti con “patente brutta” o “tocca”.
Il nome, com’è ovvio, era un modo per attestare devozione tanto a Santa Teresa, a cui infatti verrà edificata una cappella, quanto alla monarca Maria Teresa d’Asburgo, che finanziava l’impresa.
Come primo passo si procedette a espropriare i terreni nella zona con alcune importanti case dei signori locali e annesse campagne di viti e alberi da frutto, di proprietà dei Bonomo, di Giovanni Scagnetti e di Giovanni Baiardi. Si procedette poi con la costruzione vera e propria, affidata alla ditta Giorgio Urbans & C, con il progetto dell’architetto olandese Massimiliano Fremaut e il tecnico consulente Baldasseroni di Livorno. Controllato passo dopo passo dal Cancelliere di Sanità, il triestino Maurizio Costanzo, il nuovo Lazzaretto prendeva a prestito elementi dai più grandi e famosi Lazzaretti Portuali del ‘600 e del ‘700: Venezia ovviamente, ma senza dimenticare Marsiglia, Ancona, Livorno e Genova.
L’effettiva realizzazione fu affidata a un gruppo composito e multietnico come la città che si andava formando: oltre alla ditta di costruzioni, la pietra tagliata arrivò dalla ditta Giovanni e Martino Cossuta di Santa Croce già responsabile del Canal Grande e del Molo San Carlo; la calce viva dalla ditta Davide Gallo e il cemento idraulico dalla ditta Balletti. Il legname proveniva dalle preziose riserve forestali del plenipotenziario austriaco in persona, il Conte Carlo de Cobenzi.
Dopo quasi dieci anni di progetti e lavori nel 1769 il Lazzaretto veniva inaugurato con grandi festeggiamenti e la nomina a priore dell’avvocato Francesco Antonio Guadagnini.
Gli archivi ricordano il decreto imperiale (13 luglio 1769), che ordinava: “Doversi con solenne pompa aprire e benedire la nuova fabbrica…
L’ordine si estendeva ai festeggiamenti, durante i quali non si badava a spese: “Debbansi di addobbare con priorità una lancia a pubbliche spese e costruire una musica di vocalisti ed istrumenti non ordinari, di dare nel pubblico Palazzo un festino con illuminazione di cera, e musicanti di buona orchestra col franco ingresso, ed anco una fontana o sia una cuccagna di buon vino nella piazza Grande e nella città vecchia distributivo di soldoni nuovi al popolo. Finale con fochi di artifizio della ditta Bernardi”.
Il riferimento alla fontana è interessante, perché altre fonti in effetti riportavano come fosse possibile nell’occasione dei festeggiamenti bere vino bianco o vino rosso nell’attuale Piazza dell’Unità (piazza “Grande”), dall’appena completata fontana dei Quattro Continenti.
Il giorno del festeggiamento il console di Venezia, invitato, non rispose e la vicina Repubblica vietò espressamente ogni menzione della notizia; un chiaro messaggio di contrarietà all’inaugurazione del Lazzaretto. L’edificio rappresentava infatti un ulteriore elemento nella costruzione del porto emporiale capace di minacciare l’egemonia della Serenissima, da tempo preda di una stagnazione economica e culturale. Il Lazzaretto non rimase inutilizzato a lungo: qualche tempo dopo i festeggiamenti, un sospetto caso di scorbuto a bordo del veliero del capitano Antonio Gemini imponeva la quarantena all’intero equipaggio, della Compagnia Commerciale Janosaz.

Stazione ferroviaria della meridionale e Lazzaretto di Santa Teresa (1870), Fototeca dei Civici musei di storia ed arte

Il Lazzaretto precedente intanto venne considerato dall’Imperatrice Maria Teresa nella qualità di ospedale e orfanotrofio, ma l’edificio, ritenuto poco salubre per la posizione e il suo utilizzo precedente, fu scartato. Si decise invece di procedere alla costruzione di “una Casa dei Poveri dei Trovatelli nonché Ospitaleex novo, espropriando ancora una volta i terreni delle campagne Bonomo- Stettner e Giuliani in campo Baudarivo, in un’area vagamente corrispondente all’attuale Piazza Oberdan. La pur religiosissima monarca non si fece infine scrupoli a requisire le vicine campagne di proprietà dei Padri Mechitaristi per completare il progetto.
L’Ospedale venne inaugurato nel 1772: le diverse zone prevedevano reparti per malati gravi e meno gravi, per gli “incapaci”, per i “pazzi” e per i “bambini abbandonati”. È interessante come, pur essendo ancora una volta una cattolica fervente, Maria Teresa avesse acconsentito a una sezione dell’“Ospitale” fuori dalle mappe ufficiali, ovvero il reparto “Parti Occulti”, dove le madri di qualsiasi ceto e condizione sociale che avessero voluto disfarsi di figli indesiderati venivano assistite e soccorse nel parto. A questo proposito lo storico Leone Veronese Jr ricorda un aneddoto, riportato dalla stampa locale: il 4 marzo 1780 la Polizia cercò di intimidire il medico che assisteva le partorienti, volendo sapere il nome di una ragazza. Il medico chirurgo, Giovanni Battista Rivolti, si mantenne fedele all’anonimato e venne processato tra le minacce delle autorità, che fu tuttavia costretta dalla giustizia austriaca ad assolverlo.
L’Ospedale si arricchì inoltre a partire dal 1788 con l’arrivo dell’alienista – una carica simile a quello dell’attuale psichiatra – Vincenzo Chiarugi, che si adoperò per garantire condizioni più umane ai pazienti del reparto “pazzi”.

La visita dell’Imperatore Giuseppe II, figlio di Maria Teresa, si rivelò infausta per l’Ospedale, che presentato con giustificato orgoglio dalla cittadinanza agli Asburgo, incontrò una gelida accoglienza: “Molto bene, trasformate l’edificio in una caserma…”. La novità dell’edificio e la sua utilità per la città – proprio nel 1780 aveva ospitato centinaia di contadini colpiti da una devastante carestia – rendeva l’ordine di Giuseppe II assolutamente incomprensibile. L’Ospedale e la Casa dei trovatelli furono pertanto spostati in via del Castello e nelle strade adiacenti. Nell’occasione, riveste uno speciale interesse la lista degli strumenti chirurgici elencati al momento del trasloco e trascritti da Leone Veronese Jr. Contenuti in due sole cassette, si componevano nell’ordine di dieci coltelli affilati, due uncini, una forbice curva, un ago ricurvo, una sega, una tenaglia, uno scalpello, un piccolo tornio, un coltello falcato e tre ferri per cauterizzare. Il secondo contenitore annotava invece due trapani a sei corone, due raspe, quattro leve, quattro siringhe, un divaricatore, tre aghi ricurvi, due pinzette per l’arteria, due piccole seghe e due perforatori. La collezione, degna più di un falegname che di un ospedale, desta impressione se si considera come questo fosse il Secolo dei Lumi, ma costituisce un salutare avvertimento su quanti e quali progressi abbia compiuto la professione medica.

[z.s.]