Idrogeno green e Porto di Trieste, per UNITS è la ‘soluzione ideale’

29.06.2023 – 14.55 – L’idrogeno green, cioè prodotto con elettrolizzatori alimentati da elettricità rinnovabile (es. fotovoltaico), è il vettore energetico perfetto per le operazioni del porto di Trieste. Lo affermano rispettivamente due gruppi di ricerca afferenti all’Università di Padova (UNIPD) e di Trieste (UNITS) secondo cui l’idrogeno, a patto che sia prodotto da fonti green, risulterebbe il vettore più adatto per un funzionamento tanto ecologico, quanto efficiente dello scalo giuliano.
Lo studio ha analizzato le diverse tipologie di idrogeno odierne, osservando come quello verde, ottenuto dall’elettrolisi dell’acqua alimentata dalle rinnovabili, funzioni meglio rispetto a quello grigio o blu, ottenuti invece o dal gas naturale senza cattura e stoccaggio della CO2 o anche, a propria volta, con la cattura e l’immagazzinamento dell’anidride carbonica.
L’idrogeno verde è inoltre perfetto per approvvigionamenti locali; un quartiere, una fabbrica o, in questo caso, un intero porto. Si tratta di un processo decentralizzato che soffre però molto la grande quantità di energia richiesta per produrre idrogeno dall’acqua. Nel caso invece dell’idrogeno con la cattura di CO2 si tratta di una soluzione inquinante; ne viene intercettato solo il 90% e la stessa tecnologia dietro lo stoccaggio dell’anidride carbonica è alquanto dubbia. Però l’idrogeno verde, a propria volta, consuma più acqua e terreno dell’idrogeno blu o grigio; tutti elementi da vagliare e migliorare man mano che si sviluppa la Valle dell’idrogeno transfrontaliera.

Il lavoro è stato pubblicato sulla rivista Applied Energy ed è frutto di una collaborazione portata avanti negli ultimi anni da due gruppi di ricerca coordinati da Alberto Bertucco, professore ordinario di Impianti Chimici all’Università degli studi di Padova e da Maurizio Fermeglia, professore ordinario di Principi di Ingegneria Chimica all’Università degli studi di Trieste.
La ricerca è stata svolta all’interno del centro studi ‘Levi Cases’ dell’Università di Padova e del centro per l’energia, l’ambiente ed i trasporti ‘Giacomo Ciamician’ dell’Università di Trieste.

“Siamo partiti dalla necessità di fare chiarezza sui costi e sugli impatti della produzione di idrogeno e quindi dai simulatori di processo per ottenere i dati di bilancio di materia e di energia e dei costi di costruzione, manutenzione ed uso degli impianti per arrivare ad eseguire degli studi affidabili”, sottolinea Andrea Mio, ricercatore in Principi di Ingegneria Chimica presso l’Università di Trieste: “In questo modo il lavoro svolto ha dato indicazioni su diversi aspetti relativi alla sostenibilità: ambientale, economica ed energetica”.

“Quello dell’idrogeno è un tema molto caldo nell’ambito della transizione energetica, e negli ultimi anni sono stati pubblicati molti studi a riguardo. Tuttavia, per noi era fondamentale calare lo studio nell’ambito di una specifica applicazione, quella del porto, poiché, come abbiamo capito attraverso i nostri studi, le condizioni al contorno possono influenzare molto i risultati” aggiunge Elena Barbera, ricercatrice in Impianti Chimici presso l’Università di Padova.

I dati utilizzati sono quelli relativi al porto di Trieste, ma lo studio offre una metodologia generalizzabile ad altri porti del Mediterraneo che per la prima volta considera tutti insieme importanti indicatori, quali l’indice di ritorno energetico (EROEI – Energy Return On Energy Invested), il costo livellato dell’idrogeno (LCOH – Levelized Cost of Hydrogen), il potenziale di riscaldamento globale (GWP – Global Warming Potential), il costo totale di proprietà (TCO – Total Cost of Ownership), oltre a quelli previsti dall’analisi del ciclo di vita (LCA – Life Cycle Assessment).

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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