25.06.2023 – 11.15 – Che Yevgeny Prigozhin abbia pensato, all’alba di un fine settimana, di prender su diecimila uomini (tutti e venticinquemila, quelli della Wagner, erano un po’ troppi e non ci stavano nello scenario) per una scampagnata verso Mosca, salendo poi su un carro armato e arrivando a cento chilometri dalle cupole dorate senza che nessuno avesse le capacità per fermarlo, per poi cambiare idea visto che in Piazza Rossa non faceva bel tempo, è un’idea molto ingenua. Viste le prime conferme e ammissioni, tutto meno che una sorpresa, dei servizi segreti occidentali sul fatto che si trattasse di una mossa premeditata e organizzata già da mesi, della quale eravamo a conoscenza da giorni e appunto forse mesi, e ricordando il fatto che l’FSB, Servizio federale per la sicurezza russa diretto discendente dell’FSK spionaggio federale e quindi del KGB, non è un’associazione di boy-scout – ritenerlo incapace di cogliere i segni di un ammutinamento di Prigozhin sarebbe pretenzioso – sulle vere ragioni del gesto restano solo ipotesi.
Una sorta di braccio di ferro di qualche tipo, in cui Prigozhin per mesi ha fatto intuire di essere pronto a robe grosse se non fossero stati deposti i suoi nemici (primo fra tutti Sergej Shoigu, ministro della Difesa). Oppure un tentativo degli Stati Uniti di destabilizzare internamente la Russia togliendo di mezzo di fatto una buona parte del suo esercito di prima linea in Ucraina: i mercenari sono mercenari, e seguono chi offre di più. Visto l’improvviso colpo di scena e lo stop, pare poco credibile. Oppure ancora una vera e propria sceneggiata: spostare l’organizzazione Wagner dal fronte, facendo credere all’Ucraina che fosse diventato più debole, solleticando l’idea di un tentativo di sfondamento in massa da poter poi arginare e annullare con successo dando il colpo di spugna finale alla controffensiva d’estate. Ci fu, andando a memora, un solo altro tentativo di golpe fermatosi nottetempo con un ordine, inatteso, di smobilitare: quello italiano di Borghese del 1970, che non fu per niente una cosa d’operetta come si volle per un periodo far credere; quello di Prigozhin è chiaramente diverso per un milione di motivi ma lo stop improvviso di entrambi solletica la fantasia: il golpe Borghese era parte di una strategia politica per l’Italia, segreta e ben definita, di ampio respiro, e appunto.
Vladimir Putin è stato per davvero tradito? È veramente più debole, ora? A noi dell’Occidente piacerebbe, sarebbe una via d’uscita: un po’ ci ricorderebbe la caduta del Muro, quei pochi giorni in cui tutto il mondo inaspettatamente cambiò. Quelle situazioni decisive, quelle che sbloccano gli ingranaggi del mondo: la fiducia in una fine rapida della guerra tornerebbe. A prima vista non sembra: Wagner c’è ancora e combatte ancora per Putin, Prighozhin ne risulta ancora il capo e con la trasferta di Prigozhin in Bielorussia, paese che in pratica è Russia, il tutto sembra un riposizionamento politico di qualche tipo, uno spostamento di pezzi sulla scacchiera di oligarchi che dettano legge, apparentemente, poco meno di Putin stesso. Come Valerj Gerasimov, capo di stato maggiore russo, e Ramzan Kadyrov, “re” della Cecenia. L’intera impresa di Prighozin potrebbe esser stata parte di una strategia: troppo facile, poco danno, ora Putin può evocare gli spettri della rivoluzione del 1917 e rafforzare, e di molto, la sicurezza interna e i presidi militari e quindi il paese entra ancor più di prima in economia di guerra, mentre l’Occidente in questo stato non lo è e l’elastico, specie di fronte a un’opinione pubblica disinteressata e anzi stanca della guerra, è molto tirato. La Russia peraltro, in questa guerra, rimane in difficoltà e rimarcare gli errori militari e politici fatti da Putin è inutile, sono evidenti (il non aver portato a termine la battaglia iniziale per Kiev, l’aver sottovalutato la compattezza della NATO), ed è evidente allo stesso modo come la grande controffensiva ucraina si sia ridotta, a oggi, a un avanzamento da Prima guerra mondiale, centinaia di metri o qualche chilometro riconquistati a carissimo prezzo di fronte alle telecamere di alleati che si aspettavano molto di più, e senza i quali la partita sarebbe persa in poche settimane. Il pantano evocato nei giorni di febbraio in cui la guerra era scoppiata è sempre più profondo: in Ucraina non ci si muove più, e c’è chi, a Occidente, parla sempre di più di due scenari, i famosi “stivali sul terreno” (triste calco di un modo di dire americano) ovvero un impegno militare diretto di paesi NATO (e quindi la terza guerra mondiale), o alternativamente una pace presto, subito, costi quello che costi, per avviare la ricostruzione dell’Ucraina ovvero l’unico modo attraverso il quale il blocco di paesi che sostengono la sua difesa militare contro la Russia possa in qualche modo pagarsi le spese. Ucraina che alla fine di una pace rimarrebbe spaccata in due, una parte alla Russia e una, di fatto, in area d’influenza polacca – un ritorno a secoli passati. E poi c’è lo spettro nucleare, che bene o male salta fuori ogni settimana cadendo però anch’esso nell’indifferenza delle cittadinanze dei paesi d’Europa – eppure è un pericolo reale, qualcosa a cui dovremmo reagire in modo certamente diverso ricordando anche che non c’è affatto solo la Russia fra i paesi che hanno deciso di rompere gli accordi sulla riduzione dell’armamento atomico.
Infine, la domanda per questa domenica di caldo estivo potrebbe essere: “Ma a noi triestini, di Prighozin, cosa importa”? Nei giorni in cui il mercato dell’Asia per Trieste diventa via via più lontano mentre solo cinque anni fa si parlava di Via della Seta, con l’indebolimento della Russia e la crescita d’influenza americana, e francese, sull’Europa – e molte partite aperte, come quella sui punti franchi, e l’interesse dell’economia europea sempre più spostato verso i Balcani occidentali – anche questa domanda è ingenua.
[r.s.]


