‘Piantare’ il Porto Vecchio di Trieste. La curiosa storia dei pali Franki

01.04.2023 – 07.01 – La costruzione del Porto Vecchio di Trieste, un tempo Porto Nuovo o Porto commerciale di transito, oggi ‘Porto Vivo’, procedette su una base instabile, molle; e gli sforzi per la costruzione di magazzini a più piani, estesi su un’area tanto ampia, dovette prima garantire fondamenta tanto stabili, quanto durature. Una sfida vinta solo in parte, perché i lunghi tempi di costruzione furono la conseguenza d’una costruzione difficile, dove spesso si dovette costruire e (ri)costruire. Vennero sperimentati in quest’ambito nuove tecniche e nuovi materiali; ricordiamo l’uso della terra di Santorini, del cemento Portland e in generale del calcestruzzo armato e della ghisa. Si trattava, in molti casi, di brevetti appena sfornati; e in alcuni casi al limite, come le Einbetonierte Eusensauleuen (profilati di ferro annegati nel calcestruzzo), di un utilizzo senza brevetto, pura sperimentazione. La solidità di queste strutture ha, col tempo, dato ragione al Politecnico di Vienna e alle imprese che scelsero di utilizzarle. Si susseguono i progetti di recupero delle amministrazioni comunali, cambiano i nomi, ma i magazzini di fine ottocento rimangono lì, immobili e duraturi.
La zona che presenta le maggiori criticità è quella dei muri di sponda del mare; nonostante infatti fosse stato svolto un lavoro di fino attraverso i palombari, il muro presentò sin dall’inizio cedimenti e deformazioni. Il dragaggio del fondale disgregava il muro di sponda, mentre il rafforzamento dello stesso sottraeva profondità al mare circostante. A ciò si aggiunse la disgregazione della malta idraulica, corrosa dalle acque in movimento delle navi; già nel 1910 si dovette intervenire con iniezioni subacquee di cemento.
La pausa della Prima guerra Mondiale risultò ancor più rovinosa; nel 1918, dopo anni senza manutenzione, interi tratti del muro di sponda erano crollati. Si riuscì solo a fatica, negli anni Venti, a stabilizzare il muro di sponda con una massiccia iniezione di calcestruzzo, tale da ricoprire la malta idraulica del vecchio muro di fine ottocento.
In quest’ambito meriterebbero maggiore spazio le imprese che, in Porto Vecchio, applicarono i brevetti del cemento armato, tanto dalla Germania (Weiss & Freytag), quanto dall’impero austriaco (Melan e Matrai) e dalla Francia (Hennebique, Monier, Cottancin).
In quest’ambito è ancora tutto da studiare l’utilizzo dei cosiddetti ‘pali Franki‘ grazie a cui si poté stabilizzare e porre le fondamenta di ampie aree del Porto Vecchio di Trieste. I pali Franki furono una rivoluzionaria invenzione dell’imprenditore francese Francois Hennebique; nell’ambito triestino ne deteneva il brevetto l’impresa Porcheddu di Torino, a sua volta rappresentata nello scalo giuliano dalla Ing. Odorico & C.  Il sistema Hennebique venne utilizzato con profitto per molti magazzini del porto; tra gli ultimi il magazzino 27b, afferente all’area della fabbrica Ford, ultima a essere stata posta sotto tutela.
L’utilizzo dei pali Franki è testimoniato da diverse foto, dove chiaramente vengono utilizzati tanto nelle aree interne del Porto Vecchio, quanto in mare; rappresentavano all’epoca la versione 2.0, tecnologica se vogliamo, dei classici pali di legno quali fondamenta ed elemento portante delle case. Un esempio? Il palazzo Carciotti.

Come si piantavano i pali Franki? Il catalogo di fabbrica della Hennebique descrive l’utilizzo dei pali Franki; si tratta delle stesse tecniche costruttive che è lecito ipotizzare vennero utilizzate per i magazzini della Odorico & C, dal 1910 in poi.
In sintesi “i pali Franki appartenevano alla categoria dei pali gettati direttamente nei terreni. Si eseguivano affondando dapprima nel terreno una camicia metallica costituita da uno o più tubi di acciaio; vi si versava in seguito del calcestruzzo di cemento che si batteva e comprimeva energicamente contemporaneamente al ritiro dei turbi. Quando il lavoro era terminato, nel terreno restava il palo gettato direttamente nel suolo mentre la tubazione veniva completamente estratta”.

Posa in opera di pali Franki, dal volume Punto Franco Vecchio

Nel caso dei terreni paludosi e/o ancor più nel caso di terreni marini, qual era il caso di Trieste, si affondava dapprima nel terreno uno, due o tre tubi telescopici da tre a sei metri di lunghezza; il tubo terminava con una punta di acciaio che veniva successivamente ritirata, lasciandolo solo il tubo. Al suo posto veniva iniettato beton (cemento) per evitare infiltrazioni d’acqua. Si formava così un pozzo incamiciato in metallo, asciutto all’interno. Si versava poi il beton a piccole quantità, comprimendolo con un maglio di 2000 kg; lo scopo era di fornire un solido basamento, lasciando che il terreno si comprimesse e assorbisse completamente il cemento. Infine si versava il beton nei tubi, alzandoli di volta in volta per tratti di 25/30 cm, fino a estrarli completamente. Era possibile inserire, nella parte finale, delle armature di barre di acciaio sulle quali poi edificare la struttura desiderata.

La storia dei pali Franki rientra, come col cemento Portland e la terra di Santorini, all’interno di una storia di eccellenza tecnica, di utilizzo all’avanguardia di tecniche costruttive che verranno poi applicate con profitto in molti edifici storici di Trieste; dalle fondazioni del Palazzo del Lloyd, al Tempio israelitico. Il Porto Vecchio fu in tal senso il ‘paziente’ sul quale sperimentare ardite tecniche architettoniche, specie strutturali, poi utilizzate con profitto nei palazzi civili.

Fonti: Antonella Caroli, Punto Franco Vecchio. Tecnologie – sistemi costruttivi – opere professionali e normativa nel porto di Trieste, Trieste, La Mongolfiera, Italia Nostra, 1996

[z.s.]

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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