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martedì, 28 Giugno 2022

Palazzo Carciotti: una (fragile) bellezza neoclassica in rovina

27.04.2019 – 08.15 – La bellezza dell’architettura neoclassica deriva più di quanto ammettano i suoi architetti dalla corretta collocazione in un ecosistema urbano congeniale: i singoli palazzi del Borgo Teresiano di Trieste sarebbero allora assai meno belli se considerati singolarmente. È l’insieme delle parti, l’“omogeneità” a rendere bello il Borgo. Da questa constatazione la miopia di chi desidera salvare o un singolo edificio, o un singolo monumento, trascurando la sua collocazione nella città. Palazzo Carciotti, col suo corroso, ma impavido profilo verso il mare, conferma la regola. Il Palazzo non attirerebbe lo sguardo dei passanti se non fosse per la sua posizione davanti all’acqua, sulle Rive: un perfetto complemento, pure con la sua facciata in rovina, all’altro grande edificio neoclassico di Trieste, ovvero la Chiesa di Sant’Antonio Nuovo di Pietro Nobile.

E fu proprio dove farlo costruire, il Palazzo Carciotti, a crucciare inizialmente il commerciante greco Demetrio, consapevole di come sarebbe stata una componente chiave dell’ormai fiorente borgo costruito grazie alle riforme e all’agire inesausto di Maria Teresa d’Asburgo. Demetrio desiderava infatti “una grandiosa fabbrica senza risparmio di spesa alla riva del mare in fianco del Canal grande, che riuscirà di abbellimento e decoro a questa città” (1799).
Tuttavia proprio la zona poneva grandi difficoltà, perché sorgeva su un‘area instabile e paludosa, ovvero le vecchie saline, i cui tracciati in realtà non corrispondono alla pianta razionale del Borgo, riflesso piuttosto dei principi illuministi dell’epoca.
Demetrio Carciotti, dal quale il Palazzo prenderà poi nome, affidò allora il progetto a un forestiero, l’architetto milanese Matteo Pertsch: “un uomo di abilità e di gusto”, come lo descrive la polizia austriaca, famoso per altro proprio quel gusto neoclassico che cercava Demetrio.
Il “protocollo di stima volontaria” (1861) illustra bene gli accorgimenti di Pertsch per porre le fondamenta dell’imponente edificio: “pietre di cava” poggianti su “rasti e palafite”.
Mentre oggigiorno ciascuno si specializza solo nel suo campo, all’epoca non ci si disdegnava di sporcarsi le mani e se Palazzo Carciotti risultò così solido fu grazie all’interesse di Pertsch per gli aspetti più pratici dell’edificazione. Giuseppe Righetti nell’opera “Cenni storici, biografici e critici degli artisti ed ingegneri di Trieste” (1865) scrive come fosse considerato un punto di riferimento per gli artigiani triestini, un uomo molto rispettato proprio per il suo pragmatismo. Righetti loda infatti la “profonda pratica nelle costruzioni che dava ai suoi lavori quella conveniente solidità, senza eccedere ad inutili e grandi spese”.
E le fondamenta non sarebbero state che l’inizio: Demetrio Carciotti progettava infatti una “fabbrica grandiosa” con una facciata di 40 metri e un lato lungo di 100, il tutto impreziosito dallo stile neoclassico.

Sebastianutti & Benque, Riva Carciotti, [1890]
Solidità, economicità e sobrietà: questi furono i tre principi cardine per Matteo Pertsch quando si approcciò alla costruzione dell’edificio vero e proprio. Lo stile neoclassico, nelle intenzioni di Demetrio, avrebbe dovuto garantire un ritorno d’immagine, ma l’intero fabbricato doveva essere agibile e dai costi contenuti, specie considerando le enormi dimensioni.
Palazzo Carciotti pertanto non può essere compreso senza considerare quale peso ebbero i ragionamenti economici: la facciata in pietra, ad esempio, venne approvata da Demetrio solo quando Pertsch seppe dimostrare che avrebbe aumentato i suoi guadagni tra il 7 e l’8 per cento.
L’edificio, all’interno, era addirittura scomponibile e modificabile con una rapidità oggigiorno impossibile, a seconda di quali vani e magazzini vi fosse bisogno. Il clima turbolento e fragile della Trieste settecentesca, dove spesso il fato giocava a dadi con le fortune dei mercanti, si rifletteva nelle loro costruzioni, pratiche e pronte a essere trasformate a seconda dell’andamento dei traffici. Il pianterreno di Palazzo Carciotti non fa eccezione: le volte del soffitto sono limitate ai punti principali, in modo da poter aumentare lo spazio a disposizione abbattendo le fragili mura divisorie interne. In questo modo, i diciotto magazzini all’interno del palazzo “ridurre si possono in poche ore a due soli grandi, abbattendo i muri che sono sotto gli archi senza che per ciò si rechi detrimento alla solidità dell’edificio, nonché servirsene a qualunque altro uso”.
Qui affiora la mentalità del mercante pronto a ogni capovolgimento della sorte, positivo o negativo, financo ad abbattere intere porzioni del suo stesso palazzo, pur di trarne profitto. Non a caso la studiosa Diana Barillari lo definisce “condominio pensato in orizzontale”.
Questo non sarebbe stato possibile senza la tipologia di costruzione dell’epoca, ovvero la muratura, evitando quel calcestruzzo armato che avrebbe reso difficoltosa l’opera di demolizione interna.
Sullo stesso filone Demetrio fu d’accordo con Pertsch di utilizzare marmo di Carrara nel vano scala principale e nel salone d’onore dell’appartamento della famiglia, ma solo perché economicamente conveniente in quel periodo.

Verrebbe allora da chiedersi, specie considerando le condizioni pericolanti dell’edificio, se valga la pena chiamarlo Palazzo. Una domanda retorica, perchè Palazzo Carciotti è bello, proprio perchè funzionale, perchè un tempo edificio non solo d’arte, quanto di commerci e attività economiche, perfetto simbolo della città-porto.
Lo status di Palazzo viene conferito dalla facciata di pietra che presenta i motivi aulici, conferiti dalle sei colonne ioniche, collocate su basi attiche. Queste sono posizionate sulla balaustra che percorre la terrazza del piano nobile. Tutti elementi che ritroviamo non a caso nella Milano settecentesca, frequentata da Pertsch fino al 1796: palazzo Ducale e palazzo Belgioioso a Milano di Piermarini, villa Olmo a Borgovigo di Cantoni e villa Belgioioso a Milano di Leopoldo Pollack. Edifici (o meglio, prospetti) che presentano tutti un avancorpo centrale con colonne ioniche e una balaustra a coronamento, tale e quale Palazzo Carciotti. A volte ritroviamo invece un timpano e il pensiero corre alla vicina Chiesa di Sant’Antonio Nuovo.
La solidità della costruzione traspare dalla profondità della muratura, che si può intravedere a pianoterra grazie all’utilizzo di archi e piattabande profondamente incassate nella facciata, tali da diventare vere e proprie “nicchie”. Le statue destano sempre grande curiosità e andrebbe osservato come oltre a essere allineate perfettamente alle colonne siano 6 sulla facciata del mare e 4 su quella posteriore. Tuttavia in quest’ultimo caso abbiamo altre due anfore in pietra che controbilanciano i numeri della statuaria. Il Palazzo è infatti caratterizzato da un’estenuante simmetria, dove nessuna sezione appare sbilanciata rispetto all’altra.
Se si confronta la facciata di Palazzo Carciotti con la veduta laterale, si rimane sorpresi da quanto siano profondamente differenti i due lati dell’edificio: sembra quasi di ammirare due diversi fabbricati. Quanto permette l’unitarietà all’intero fabbricato è la posizione a lato del Canale, prospiciente al mare, capace di trasformarlo dall’ennesimo palazzo neoclassico, a una classica “icona cittadina”.
Lo studioso Giovanni Righetti scriveva infatti come il merito andasse tutto al “prospetto verso il mare che rimane tuttora l’unica opera architettonica d’un privato, rimarchevole per sontuosità, per bellezza, per ricchezza e pel movimento prospettivo che trovasi in Trieste, la quale faccia giustamente dare al tutto il pomposo nome di palazzo”.

Come con il Palazzo Artelli, anche un patrimonio della città quale Palazzo Carciotti è da tempo in vendita: dapprima offerto a 22,7 milioni lo scorso settembre 2018, in seguito ribassato a 19,9 milioni a novembre 2018, approdando infine all’umiliazione dei 15 milioni di quest’aprile 2019.
Se Palazzo Artelli era un luogo di rappresentanza, caratterizzato dagli interni sontuosi e difficilmente riutilizzabili, Palazzo Carciotti nasce e prospera quale edificio sì artistico, ma pratico e funzionale come il commerciante greco che lo commissionò. Considerando come il Friuli Venezia Giulia sia la quinta regione con il più alto consumo di suolo d’Italia e come i prezzi delle case e degli affitti a Trieste siano notoriamente vertiginosi, è lecito domandarsi il senso di vendere una tale icona della città. L’edificio rimane sì un patrimonio artistico notevole, ma dalla sua nascita aveva anche una funzione “popolare” e pratica, legata alle fortune della città-porto.
Intanto, il palazzo continua a resistere all’incuria, nonostante nei due secoli dalla sua costruzione sia visibilmente sprofondato nel terreno, rispetto all’attuale piano stradale delle Rive. Un elemento di fascino decadente, che non può non ricordare i palazzi della vicina Serenissima.

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Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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