Globalizzazione, re-shoring e re-shuffling

03.04.2023 – 09.00 – Molti pensano che la globalizzazione sia ormai morta. Non è così. Le grandi multinazionali hanno radicato fortemente negli scorsi decenni le loro catene globali del valore. Inoltre si stima che una de-globalizzazione delle economie (meglio forse chiamarla frammentazione), stando a una stima del Fondo Monetario Internazionale, avrebbe costi rilevanti per l’economia globale, almeno pari al 7% del prodotto globale lordo, una cifra immensa, pari alla somma dei PIL di Germania e Giappone, per intendersi. La tentazione di celebrare anzitempo i funerali della globalizzazione, insomma, sembra prematura. Difficile dare un colpo di spugna rapidi a oltre trenta anni di catene globali del valore, innescando un ritorno a casa di tutte le produzioni del globo. Il re-shoring, quindi, sembra ancora lontano. Per re-shoring (o rilocalizzazione) si intende, infatti, la scelta volontaria, attuata da un’azienda, di spostare in tutto o in parte le proprie attività produttive, o le forniture, in un Paese diverso rispetto a quello in cui le stesse erano state precedentemente delocalizzate. In pratica il fenomeno economico che consiste nel rientro a casa delle aziende che in precedenza avevano delocalizzato. Quanto meno nel breve termine non è pensabile mettere in discussione investimenti, relazioni rodate e qualità delle produzioni che le multinazionali hanno radicato nel loro sistema di business.

Se per il re-shoring, pertanto, ci vorrà ancora del tempo, è invece già percepibile il re-shuffling, ovvero il rimescolamento dei fenomeni economici globali. Ad esempio, la Cina con la crisi finanziaria non ha smesso con la globalizzazione, ma ha investito proporzionalmente di più per investimenti interni. Oppure, il fatto che già oggi si conteggino flussi commerciali più intensi fra paesi europei rispetto a quelli con l’Asia. O anche il fatto che i prodotti italiani possano puntare a incrementare le quote di mercato negli Stati Uniti in quanto per gli americani siamo più friendly rispetto a quanto non lo siano i produttori tedeschi. Ancora, i tentativi per fare in modo che l’economia a zero emissioni non sia completo appannaggio della Cina oppure per riportare l’industria di semiconduttori sul suolo americano. Anche le imprese del Friuli Venezia Giulia possono puntare ad essere più competitive sul mercato come possibile destinazione di una parziale rilocalizzazione. La nostra regione, infatti, grazie alla sua posizione geografica, alla sua marcata vocazione manifatturiera e alla sua grande capacità nell’export, può giocare in questo nuovo scenario (in cui la globalizzazione, almeno così come l’avevamo conosciuta negli ultimi trenta anni, entra in crisi e le alternative sono molte) un ruolo da protagonista.

di Federico Barcherini
Consulente di management, temporary manager

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