15.03.2023 – 09.00 – Gli automatismi sono una componente radicata nell’umano, fanno parte da sempre del corpo-macchina, caratterizzando alcune sue azioni. L’automatismo motore, in particolare, provocato da una ripetitività di esercizi, abitudini e ripetizioni, dà forma a una complessità di movimenti che finiscono per essere fuori controllo al cervello umano. La scrittura, ad esempio, è una di quelle attività a cui non si fa più caso a livello cosciente. È diventata parte del mondo infra-ordinario nominato da Perec, in quanto “banale, evidente, comune, un rumore di fondo”. Ma cosa accade se la stesura del testo viene affidata a qualcun altro, se le informazioni dipendono da ChatGPT? Quali sono le implicazioni sociali ed etiche che scardinano l’automatismo umano della scrittura, ad oggi nelle mani di un presunto non umano?
Un picco di popolarità sta colpendo l’applicazione ChatGPT (Generative Pre-Trained Transformer), un modello di intelligenza artificiale in grado di produrre dei testi a partire da una mole considerevole di dati di partenza. Lanciata da OpenAI, una startup cofinanziata tra gli altri da Peter Thiel ed Elon Musk, l’app è diventata ad accesso libero da novembre del 2022. Già nell’estate 2021 era diffuso un sentire comune verso gli algoritmi text-to-text e text-to-image quando OpenAI e Google avevano implementato degli strumenti basilari per convertire stringhe di testo (i cosiddetti prompt) in immagini generate da un’intelligenza artificiale, ma i recenti sviluppi, come l’introduzione di un’interfaccia a forma di chat per interagire con gli utenti e l’aggiornamento degli algoritmi – hanno permesso un salto di qualità rispetto al passato.
Nello specifico, ChatGPT è un Large Language Model (LLM): un tipo di intelligenza artificiale (di machine learning, o apprendimento automatico) addestrata da una grande quantità di dati di partenza che è “in grado di leggere, riassumere e tradurre testi, e di prevedere le parole future in una frase, consentendo loro di generare frasi simili a come gli esseri umani parlano e scrivono”. Questo modello, prototipo di un algoritmo di natural language processing, funziona rispetto ad un database di dati da cui attinge per restituire frasi compiute e di senso agli utenti. La versatilità di questi sistemi è indubbia per molte casistiche, dalla selezione di informazioni alla produzione di associazioni o sintesi. Uno dei punti di forza rispetto al vecchio modello, inoltre, è la capacità di creare contenuti su un argomento specifico, come la descrizione di un protagonista di un film, senza conoscerlo direttamente ma riuscendo a ricavarne informazioni dal contesto di riferimento. Altre volte, però, è bene non fidarsi troppo: la memoria espansa di cui dispone ChatGPT potrebbe trarre in inganno; risposte credibili ed articolate non sono sempre sinonimo di esattezza.
Attenzione anche all’euforia rispetto all’efficienza dimostrata da questi modelli: la strada è ancora tortuosa per parlare a tutto tondo di AGI (Artificial General Intelligence), un tipo di intelligenza artificiale sovrapponibile a quella umana in quanto a capacità cognitive. “L’algoritmo è ovviamente ancora lontano” scrive Sam Altman, CEO di OpenAI, in un tweet.
Lo stupore per una creazione testuale coerente e sensata ricavata da un’intelligenza artificiale si accompagna ad una necessaria riappropriazione della comunicazione come bene da riscoprire, un insieme di codici racchiusi tra le sfumature dell’incomprensione. L’errore in qualsiasi relazione è sintomo di comunicazione, ma se questo viene assorbito in un sistema efficiente ed ordinato di sintagmi, cosa succede? Rimane lo spazio per la creatività intesa come labile richiamo all’infra-ordinario? La bellezza dello scrivere può essere davvero soppresso da un sistema che tende alla perfezione e perde le sfumature del comunicare?
Intorno a questi modelli, inoltre, ruotano dinamiche poco etiche e molto controverse, che mirano al politically correct e all’esclusione di ciò che infastidisce. In un’inchiesta del TIME è emerso che OpenAI ha utilizzato lavoratori kenioti in outsourcing con un guadagno di meno di 2 dollari all’ora per rendere ChatGPT più presentabile. Commenti violenti, sessisti e razzisti a cui il sistema si appellava con naturalezza, dato l’addestramento su centinaia di miliardi di parole prese da Internet, dovevano essere tolti perchè rendevano l’app poco appetibile. “Gran parte dei testi sembrano essere stati estratti dai recessi più oscuri di Internet. Alcuni di essi descrivevano situazioni con dettagli crudi come abusi sessuali su minori, bestialità, omicidio, suicidio, tortura, autolesionismo e incesto”.
Il passaggio al risveglio delle coscienze umane è, quindi, quasi d’obbligo per una riattivazione del pensiero critico in un sistema socio-economico che spinge all’autoregolazione: un sistema integro, come tende ad essere definito ChatGPT, non lascia troppi spazi ad eventuali dubbi, all’incompreso e al margine. La direzione delle macchine non umane risponde ai nostri comandi, non è bene ripassare le fondamenta invece di nascondere termini densi di aggressività? A quali condizioni si adottano questi modelli di intelligenza artificiale, e si può davvero parlare di progresso se uno dei principi guida alla base è la pulizia di termini scomodi che sarebbero oggetto di giudizio? Le verità sono molteplici, uno strumento simile fa fatica a discostarsi dalla Verità di cui si fa promotore. Ma non è da solo, la sua guida ha tanti volti.
[m.p]


