03.12.2022 – 11.27 – Un episodio rimasto fortunatamente isolato, quello delle scritte antisemite del 10 novembre, eppure la guerra, le polarizzazioni d’opinione e la tendenza sempre più presente a esprimersi in toni violenti e a voler per forza cercare quel ‘contro’ ha spaventato, lasciando un fondo d’inquietudine. La comunità ebraica è presente a Trieste, sicuramente (quindi con l’attestazione di documenti ufficiali, ritrovati e conservati) dal 1200 ma con ogni probabilità da almeno mille anni; già fermarsi e riflettere con attenzione su quanto sia, riflesso sulla vita di un uomo, un millennio, può lasciare sgomenti di fronte a chi porta ancora dentro di sé un odio nascosto come la cenere viva ma mai spento. Parte attiva della vita della città, è una comunità nota, molto conosciuta soprattutto grazie alla presenza della grande sinagoga, e ben rappresentata, ma piccola in numero rispetto ad altre: meno degli anni di presenza, attorno alle settecento persone. L’intera comunità ebraica italiana, del resto, conta circa 30mila appartenenti, un numero che nel dopoguerra ha continuato a calare e che è ben lontano da quell’immagine dell’ ‘ebreo dappertutto con il suo cappellaccio in mano’ rimasta nelle bocche dopo la propaganda degli anni Venti e Trenta – la propaganda antiebraica ha in realtà anch’essa millenni di storia alle spalle, e però purtroppo è quella che ha portato alla Shoah quella più nota. Cercare di comprendere, per provare a risolverle e finalmente dimenticare, le ragioni che hanno portato all’antisemitismo è impresa in cui un numero molto grande di filosofi, storici e religiosi si è impegnato, e altrettanto grande è il valore della loro opera; cercando di rimanere all’interno della nostra realtà, abbiamo voluto parlarne con il rabbino capo della comunità ebraica di Trieste e del Friuli Venezia Giulia, Alexander Meloni.
Dopo la scritta sulla Sinagoga, c’è stato altro? La comunità ebraica triestina si sente in qualche modo minacciata?
“No, non sono questi gli atti di per sé minacciosi, e non ci si sente minacciati in generale. Anche perché non cambia niente: lo vediamo bene. Passato un po’ di tempo, i problemi che hanno preso il sopravvento e catturato l’interesse in città sono altri. La questione della scritta tornerà alla ribalta quando la persona che dovrà subire le conseguenze dell’atto sarà nota. Questo tipo di scritte ci ricorda però che dobbiamo tener conto della realtà, e non solo di quello che vogliamo vedere”.
È corretto parlare di antisemitismo, di fronte a questi atti?
“Tutto va contestualizzato. Partiamo dal principio. La questione dell’antisemitismo è sempre presente di fondo, ed è un substrato che è stato più o meno espresso a seconda dei periodi storici. Se guardiamo al passato, dall’alto medioevo, e anche un po’ prima, fino alla metà del ventesimo secolo, l’antisemitismo è un’espressione culturale che nasce dall’antiebraismo. È in origine chiaramente di matrice religiosa; evidentemente, anche cristiana. Con la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo, soprattutto con l’Illuminismo, si cerca di rendere il tema dell’antisemitismo più laico, più ‘scientifico’, spogliandolo dal suo aspetto prettamente religioso per farlo passare su un piano più oggettivo. Si cercano dati oggettivi volti a dimostrare che esistono gruppi differenziati, tra i quali c’è la razza ebraica, che, secondo la narrazione, sono inferiori rispetto a quelle razze considerate superiori, con una cultura e un’etica ritenute più ‘elevate’ e dominanti. Questo pensiero trova poi piena espressione nel regime fascista, che ha avuto una sua propria visione antisemita, e questo è un punto su cui insisto molto: l’azione dei fascisti italiani non dipende da quella nazista, in nessun momento Hitler chiese a Mussolini di promulgare le leggi razziali. Quindi la responsabilità italiana sulla questione va assunta appieno, completamente, e va fatta un’analisi su questo. Dopo questo periodo e quindi nel secondo dopoguerra, paradossalmente l’apparizione di uno stato ebraico, Israele, sposta l’antisemitismo su un piano politico e geopolitico, in modo artificioso: l’antisemitismo è stato camuffato da antisionismo, dicendo che non si è contro gli ebrei ma contro lo stato sionista. Se si guardano le argomentazioni antisioniste, sono però le stesse dell’antisemitismo, solo trasposte su un piano più politico”.
Dove e quando si manifesta di più questo fenomeno?
“È un substrato culturale di fondo radicato nella cultura europea. Da dieci secoli, ormai, è impregnata di questo elemento con più o meno forza: si manifesta di più quando ci sono dei periodi di crisi sociale, o di crisi d’identità o culturale, o economica. Questo è qualcosa d’intrinseco a qualsiasi società, soprattutto a livello popolare più che intellettuale: la crisi è un fattore scatenante. Ci sono due tipi di espressione di antisemitismo: quello intellettuale, ‘colto’, che riflette una crisi culturale, con l’espressione dell’antisemitismo attraverso testi e pensatori importanti che sono a loro volta antisemiti: poi c’è quella più “popolare”, legata alla crisi economica e sociale dove l’espressione dell’antisemitismo non si manifesta attraverso scritti o pensieri, ma attraverso atti, o spontanei o di gruppi populisti, che sfruttano la situazione usando la presenza dello ‘straniero’, del ‘diverso’, come capro espiatorio e causa della crisi”.
È ciò che sta accadendo oggi?
“Questo è sicuramente un periodo in cui questo fenomeno si manifesta di più. I due anni di Covid hanno spaccato e fratturato la società: pensiamo ad esempio alla questione ‘vax’ e ‘no-vax’. Per la prima volta, in una società che era estremamente portata alla comunicazione e al contatto con l’altro, le persone sono state costrette ad allontanarsi. Si sono ritrovate da sole, ed essere soli non è mai una buona cosa quando non si è abbastanza solidi psicologicamente. Questa è stata la prima frattura: ora siamo entrati in una crisi economica molto forte, con l’inflazione che inizia a farsi strada e con un’intera generazione di persone che oggi hanno quarant’anni e che, anche se adulte, non hanno mai conosciuto una crisi di questo tipo.”
Tenuto conto di tutto questo, quale potrebbe essere secondo lei allora la motivazione dietro alla scritta?
“È una scritta di tipo politico, che assomiglia molto a una scritta antisionista, che è poi antisemitismo. È una scritta che si rifà a un dato geopolitico: la chiara accusa che si fa a Israele è di essere uno stato razzista e fascista. Perché? Perché Israele è uno stato forte, che impone delle regole, e perché sembra che discrimini una parte dei suoi cittadini. Ecco allora che accostare questa visione su Israele agli ebrei, generalizzando, è uno slittamento assolutamente naturale, e la narrazione diventa che i nuovi razzisti e fascisti di oggi sono gli ebrei. Che nell’immaginario popolare non sono più come nel passato, cioè una minoranza indifesa senza una terra, ma sono gli israeliani, possessori di uno dei primi e più forti eserciti al mondo, più potenti di un tempo e oggi capaci di combattere, e quindi percepiti anche come ‘aggressori’ e non più come aggrediti”.
Pensa che possa esserci un velato rimprovero alla comunità ebraica di non essere abbastanza critica nei confronti della destra?
“Non capisco perché dovrei essere critico verso un governo di destra piuttosto che di sinistra. Se i governi lavorano bene, non vedo perché dovrei criticare; senza dimenticare che il governo di oggi è anche la scelta democratica degli italiani. Si può essere critici e condividere, o non condividere, ciò che dicono e i messaggi che la politica lancia su tutta una serie di temi: fra destra e sinistra si gioca anche su questo aspetto. Ma sulle grandi questioni, come ad esempio quella economica, o quella migratoria, che rispondono a dinamiche internazionali, non ci sono soluzioni facili, e dunque sia la destra che la sinistra di fatto cercano la stessa cosa. A volte ci sarà l’una e a volte l’altra: io cerco piuttosto di vedere la capacità e l’efficienza del governo che c’è. Poi, che ci sia una parte o l’altra, è questione di sensibilità: basta che questi governi mantengano proprio quello che è il dovere di un governo democratico, stando molto attenti ai loro estremi. Per quanto riguarda poi questo governo in particolare, io penso che Giorgia Meloni sia più un centrodestra che una destra estrema: non ha niente a che vedere con Mussolini o con il fascismo”.
Perché oggi ci si rifà ancora a concetti come “fascismo” e “comunismo”? Non siamo andati oltre?
“Perché è molto più facile accusare l’avversario di cose estreme, che affrontarlo sulle questioni logiche. Perché utilizzando quei nomi le argomentazioni saranno simili, e sarà quindi più difficile combattere l’avversario. Questa è politica. Permette, se si vuole, di non affrontare le cose in modo serio, e quindi anche più noioso per gli elettori”
Siamo nell’era della semplificazione?
“Siamo in un’era che è drammatica, perché stiamo formando delle generazioni che non hanno più cultura, che sanno a malapena leggere e scrivere. Siamo in un’era di impoverimento culturale, e questo malgrado ci sia pieno accesso alle informazioni. Ciò è legato anche alle scelte pedagogiche. Immagino una strada diversa, dove si vada di pari passo con una pedagogia molto più severa, coerente e strutturata: un bambino deve uscire dall’istruzione primaria sapendo leggere e scrivere perfettamente, cominciando a essere in grado di analizzare un testo, e iniziando ad avere una capacità critica verso le cose. Rafforzando poi questo nella seconda parte del suo percorso d’istruzione, fino ad arrivare all’università. Oggi abbiamo giovani che entrano all’università e la capacità di criticare un testo non ce l’hanno affatto, per cui c’è un problema”.
Il pieno accesso all’informazione, con Internet, è diventata un’arma a doppio taglio?
“L’eccesso di informazione senza pensiero critico… uccide l’informazione. Il problema di questo tipo di accesso all’informazione è che è molto positivo, a patto che nello stesso momento si sviluppi, appunto, anche la capacità di critica: saper mettere in discussione un’informazione o saperla confrontare con altre. Nel Talmud c’è l’episodio di un rabbino che attraversa la città dicendo: ‘Io ho tutte le risposte!’, e quando qualcuno gli chiede perché lo stia dicendo, il rabbino risponde che è perché bisogna che qualcuno gli faccia una domanda: l’importante non è avere le risposte, ma sapersi porre la domanda che c’è dietro la risposta, e che quindi permette di elaborare un pensiero critico. Nella società di oggi questo è sempre più un rischio, perché chiunque pensa di avere tutte le informazioni a propria disposizione e di poter far valere la sua opinione sempre: ora un medico non può dire più niente, perché ha di fronte un paziente che si sente preparato tanto quanto lui. Oggi tutti hanno voce; ma quando ci sono troppe voci non si sente più la parola”.
Guardando ai fatti di cronaca, Trieste è davvero una città così multiculturale?
“Bisogna essere molto onesti: la multietnicità e multiculturalità di Trieste, che c’è e oggettivamente esiste, c’è però solo in una fascia della popolazione. Non dobbiamo cadere nel tranello: come tutti, noi frequentiamo la gente che ci assomiglia. Quindi se ci si mette nel gruppo agiato e acculturato di Trieste, al suo interno sicuramente la multiculturalità e multietnicità è vissuta in modo sereno e molto positivo. Ma non dobbiamo dimenticare che la maggioranza della popolazione non appartiene a quella fascia: vive con delle preoccupazioni molto più concrete, in cui la multiculturalità interessa di meno, e non è neanche percepita sempre come una cosa positiva. Dunque Trieste è anche questo: è vero che come immagine e come volontà, a un certo livello politico e intellettuale, è una città che vive il multiculturalismo e lo tramanda bene, ma ricordiamo che quella non è la città pulsante, quella più povera, che lavora, che non ha il tempo di leggere, di andare a teatro o alle conferenze. Non dobbiamo vivere sempre dentro un mito: dobbiamo capire il contesto reale delle cose”.
Con l’arrivo di nuove comunità, spinte verso l’Italia dalle crisi umanitarie o semplicemente in cerca di lavoro, secondo lei cambieranno gli equilibri in città?
“Io non percepisco questa cosa, ma sono triestino da poco tempo. Tutto dipende da come si inseriscono e si integrano le popolazioni. Quasi mai una popolazione, in qualsiasi luogo, soprattutto negli ultimi anni, rimane etnicamente identica. Per esempio, di questo primo arrivo di ucraini, i primi mantengono la propria cultura e la propria lingua, ma già tra una o due generazioni, se si fermeranno, i loro figli parleranno e penseranno in triestino; è sempre una questione di tempo, e se dall’altra parte si mantiene una cultura forte allora difficilmente ci saranno problemi”.
C’è ancora spazio per Dio in Europa?
“Non vedo perché non dovrebbe esserci. Sulla questione del testo biblico, molti rigettano le scritture e la religione come fantasia, perché leggendo i primi capitoli della Genesi e conoscendo il darwinismo e l’evoluzionismo dicono che se uno è vero, l’altro è per forza falso. Ma è sbagliato. Io sono scientifico: sostengo il darwinismo e l’evoluzionismo, perché le prove ci sono, ma posso dire allo stesso tempo, in un modo totalmente sereno, che quello che è scritto nel Bereshit, il primo libro della Bibbia, è vero allo stesso modo. Bisogna rimettere in contesto le cose; la scienza ha uno scopo, dimostra le cose stesse e studia come funziona il mondo: la domanda scientifica è il ‘come’. Il libro della Genesi non è un libro né di storia, né di scienza: le sue risposte, pur partendo dallo stesso oggetto di studio, che è sempre il mondo, sono per un altro tipo di domande, che sono: ‘Perché esiste il mondo?’, ‘Perché è così?’, che sono domande metafisiche. Dunque non si può avere la stessa risposta avendo due domande diverse, e può essere perfettamente vero l’uno, e l’altro anche, perché uno è il come e l’altro è il perché. Una volta che si è capito questo, il posto per tutti c’è; anche per Dio”.
[n.p.][r.s.]


