Wärtsilä Italia, a che punto siamo? Impegno bipartisan di fronte a tempi troppo stretti

26.11.2022 – 12.44 – Politica bipartisan per la fabbrica di San Dorligo della Valle, e questa è la cosa ora più importante, però c’è da correre. Il grande stabilimento, oggi Wärtsilä Italia, di San Dorligo, pensato e realizzato nei primi anni Settanta per favorire la re-industrializzazione di un’area economicamente depressa dopo il secondo conflitto mondiale, l’occupazione degli abitanti di una Trieste allora molto più densamente popolata di oggi (anche per l’arrivo di chi era venuto dall’Istria e dalle aree passate alla Iugoslavia), e la conservazione di un know-how e di una tradizione cantieristica e motoristica molto forte nel capoluogo giuliano e ritenuta – più di oggi – strategica, si era arricchito a cavallo del nuovo millennio del marchio e della tecnologia svizzera di Sulzer e acquisito dalla Wärtsilä Corporation con Fincantieri in uscita da una proprietà travagliata dopo una serie di passaggi tecnici (prima Fiat, poi Fincantieri Divisione Motori Diesel, poi Grandi Motori per arrivare via via alla connotazione e proprietà attuale). La fabbrica è stata protagonista prima di importanti investimenti, attorno al 2000, che l’avevano portata a nuova vita e poi, in particolare nella seconda decade, di un progressivo depauperamento frutto dei mutati scenari economici e di un lento trasferimento di quello stesso know-how nel nord Europa. Wärtsilä Italia, nonostante le trasformazioni subite negli anni e la notevole perdita di superficie dello stabilimento stesso (che ha ceduto ad altri soggetti per attività non di produzione, in quindici anni, i due terzi di ciò che era un tempo in termini di strutture e capannoni – via via la progettazione in modo più lento, e prima la carpenteria meccanica, poi le piccole e medie lavorazioni), rimane un leader di mercato per quanto riguarda la fornitura di soluzioni per la propulsione navale e la generazione di energia elettrica, anche in termini di ecosostenibilità. Una combinazione quindi di capacità di studiare e realizzare soluzioni ingegneristiche sia per il settore marino (quei grandi motori per le navi che avevano dato il nome allo stabilimento e all’area stessa, oggi scomparso dai cartelli stradali) che per quello terrestre, che ha pochissimi concorrenti nel mondo. A dire il vero, i motori veramente grandi non ci sono più già da molti anni, trasferiti dalla Wärtsilä Corporation in stabilimenti di produzione soprattutto asiatici; rimangono però le attività di montaggio di alcuni motori medi e la fabbricazione di un ristretto numero di particolari strategici che di quei motori sono una componente fondamentale, fatta con l’uso di macchinari di produzione ad alta tecnologia.

Se la politica insiste sul fatto che la notizia del 14 luglio 2022, la chiusura della fabbrica triestina con il trasferimento della produzione in Finlandia e i licenziamenti sia stata una brutta sorpresa arrivata nottetempo dopo una riunione del consiglio di amministrazione (e questo nonostante la proprietà Wärtsilä avesse assicurato, negli anni e non ultimi all’ex ministro Giancarlo Giorgetti e al governatore del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga, il contrario, beneficiando di notevoli finanziamenti pubblici), i lavoratori e i sindacati ricordano come già da anni proprio quel depauperamento dei quali erano testimoni fosse un segnale di intenzioni della proprietà che non andavano nella direzione dello sviluppo di Trieste e delle altre sedi di Wärtsilä Italia (Genova, Napoli e Taranto). La realtà rimane quella di 451 dipendenti su circa 1000 che rimarrebbero senza lavoro (indotto escluso, ma anch’esso va considerato nel quadro economico, ed è rilevante e già in difficoltà), con procedure di licenziamento avviate immediatamente dopo la comunicazione della decisione. Il governo di Giorgia Meloni e l’opposizione, in particolare il Partito Democratico attraverso Debora Serracchiani, sottolineano quindi oggi come la fabbrica di San Dorligo sia da considerare inserita in un settore strategico, quello della produzione di una particolare tipologia di motori e generatori d’energia, al quale l’Italia non può rinunciare: strategico per il paese in termini di suo posizionamento fra le nazioni industrializzate, e strategico anche perché asse portante di un indotto fatto di centri di supporto operativo (erogato anche da remoto ai clienti in tutta l’area del Mediterraneo e dell’Africa), di fornitori di tecnologia inclusa quella ibrida che si trova – se pensiamo alla tipologia di applicazione – davvero da poche parti, di eccellenza nella ricerca e sviluppo e di formazione scolastica superiore, di ricerca dedicata alla logistica, all’ambiente e al mare che l’Italia non può perdere: è una buona notizia.

La notizia della chiusura della fabbrica di San Dorligo ha provocato una reazione fermissima nell’opinione pubblica, ed è sicuramente a essa che si deve un coinvolgimento della politica che ha pochi precedenti e, per quanto ancora estremamente parziale, un ripensamento dell’azienda a guida svedese, che ha deciso per un avvicendamento al vertice della sede italiana con il cambio di presidente – c’è chi dice già deciso in precedenza, e frutto delle normali dinamiche d’azienda, c’è chi pensa a causa della solidarietà con i lavoratori nella ricerca di un possibile futuro proprio in termini di attività di produzione a Trieste di fronte al veto della Wärtsilä di guardare a concorrenti nello stesso settore industriale. Reazione fatta di quasi tredicimila persone in manifestazione per le vie del centro giuliano, di sostegno unanime ai lavoratori stessi contro la chiusura da parte non solo del Comune, della Regione e delle istituzioni ma datoriale – con Confindustria e quadri aziendali, ex vertici e dirigenti, realtà importantissime come Fincantieri ed MSC fra le altre, giornalisti, l’Autorità portuale, associazioni, tutti i sindacati e tutte le rappresentanze politiche in piazza. Un coro unanime di biasimo nei confronti di chi ha deciso di chiudere e la richiesta di ripensare la strategia e fare marcia indietro, con un: “Wärtsilä Italia non si tocca”, perché quei capannoni di Grandi Motori, collegati alla linea ferroviaria e con la darsena al mare, sono parte del cuore di Trieste. All’inizio, un muro contro muro con l’amministratore delegato Hakan Agnevall; oggi, anche a seguito dell’intervento diretto dei ministri Andrea Orlando e Giorgetti in rappresentanza di tutto l’arco parlamentare e dell’annullamento dei licenziamenti deciso dal tribunale di Trieste per condotta antisindacale di fronte all’impugnazione, da parte dei sindacati stessi, della procedura avviata da Wärtsilä, c’è un terreno di trattativa più morbido, sul quale è possibile forse riprendere a gettare nuove basi e a costruire.

Wärtsilä Corporation, che ha dato incarico nelle recenti settimane a un consulente esterno di identificare soluzioni per una re-industrializzazione dello stabilimento con già delle proposte, otto, ricevute date l’attrattiva della fabbrica stessa e della logistica dell’area per chi volesse scommettere sul prossimo futuro già sapendo di vincere, deve rinunciare, così si chiede, alla chiusura dello stabilimento di Trieste. E, se per davvero non si può imporre a un’azienda di non ristrutturare (se è una nazione a chiederlo di fronte a solide ragioni, però, si può: non viviamo ancora in un mondo nel quale il privato detta per forza l’agenda alla ragion di Stato), deve agevolare la re-industrializzazione di ciò che non sarà più suo lasciando da parte completamente le pressioni e i veti (compreso il rifiuto di vendere a un compratore del settore marittimo, paletto inaccettabile che sembra ora essere caduto). Se l’allora Grandi Motori S.p.a. dalla Finlandia ha ricevuto indubbiamente tanto, la Wärtsilä ha ricevuto, dall’Italia, almeno altrettanto, e siamo a centro partita con la palla ferma; se Grandi Motori deve cambiare maglia, quindi, col rischio di vederla diventare un’avversario anziché il giocatore stanco messo prima in panchina e poi esonerato, si faccia in modo che una nuova proprietà possa arrivare. Un impegno non solo politico ma anche morale per tutto il paese (data la crucialità della sua cantieristica navale e della filiera che ne deriva, compresa Fincantieri fiore all’occhiello e vecchia proprietaria della fabbrica di San Dorligo), sul quale va ora costruita, attraverso le manifestazioni d’interesse di possibili acquirenti e con la supervisione dei competenti ministeri, una soluzione reale. In fabbrica, anche se molti (soprattutto chi aveva specializzazioni molto richieste sul mercato e qualche anno di meno, e questo – ovvero la perdita di qualità nel tempo che passa – è il rischio) hanno già iniziato ad andarsene, c’è un po’ più d’ottimismo, ma la produzione non è ripresa appieno e i tempi indicati sono troppo stretti. Cose come queste non si fanno nello spazio di un inverno e una primavera, e il tavolo di controllo del governo Meloni stesso e del MISE (oggi Ministero delle imprese e del Made in Italy) non potrà esaurirsi con l’estate 2023 stessa, soprattutto per evitare che la pausa dopo la decisione di chiusura della produzione non sia solo uno stop and go, l’occhio del ciclone, e tutto riprenda poi, compresi i licenziamenti e in una situazione di quasi congelamento della produzione, scaduta l’azione legale. Ci vuole il tempo necessario per esaminare le proposte arrivate, per decidere e per trasformarle in azioni concrete per la continuità aziendale. Grandi Motori sarà da ricostruire – non da zero, ma neppure come se nulla fosse accaduto – e l’impegno del governo, se si vuole salvare l’eccellenza triestina e proprio l’industria Made in Italy ora bandiera del nuovo governo, dovrà essere questo. Perdere, oggi, con una guerra in Europa e la fame d’energia che cresce, i grandi motori e la capacità di progettare e produrre anche quelli capaci di rendere il massimo alimentati da combustibili innovativi e rispettosi per l’ambiente, sarebbe, per l’Italia, un errore dalle conseguenze molto serie: alternative alla produzione dei motori a San Dorligo, con la tutela del sito e dell’occupazione e qualificazione professionale, andrebbero valutare solo se davvero nient’altro si può fare.

[r.s.]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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