10.1 C
Trieste
domenica, 4 Dicembre 2022

La nazione elvetica e Trieste, una storia (svizzera) di caffè e dolci

01.10.2022 – 07.01 – I primi svizzeri giunsero nella Trieste del 1700 attirati dall’esenzione dai dazi del Porto Franco istituito da Carlo VI, a conferma ancora una volta di come la golden age triestina fosse sempre legata ai destini portuali. Si preferisce parlare, a questo proposito, di “elvetici“, perché appartenevano tutti al protestantesimo riformato svizzero, il cui modello di riferimento era la Confessio Helvetica Posterior. Inizialmente questi “elvetici” provenivano dal Cantone dei Grigioni ed erano di umili natali; con qualche piccolo capitale faticosamente accumulato miravano ad aprire pasticcerie e caffetterie, i due negozi di cui erano maestri in tutta Europa, una vera “novità” all’epoca. Verso il 1751 le fonti segnalano l’arrivo in città dei primi svizzeri intenzionati ad aprire una propria impresa a Trieste e non a fare attività missionaria: erano Ignazio Bianchi e Gasparo Griot.

Un testimone triestino dei primi dell’ottocento così descrive questi primi, intraprendenti passi degli elvetici a Trieste: “Ignazio Bianchi, professante la confessione elvetica riformata, era il primo, che nel 1751, per godere i privilegi del Porto-franco si è stabilito in questa città, a cui nell’anno si associò Gasparo Griot, ed ambi vi stabilirono una caffetteria e scaleteria, ossia pasticceria, che tutt’ora esiste nella Contrada di Piazza Piccola [dietro la loggia municipale], indi vennero Gasparo Frizzoni, che eresse un’osteria, Cristoforo Jost, che aprì una piccola bottega da caffè, al quale ultimo si unì Emmanuelle Battaglia, tutti Svizzeri“.
Inizialmente i triestini, tanto la borghesia, quanto il patriziato, preferivano le osterie; poi, con lentezza, si diffuse la moda del “brodo indiano”, ovvero della cioccolata, come veniva chiamata all’epoca. Il caffè seguì a ruota, complice la progressiva crescita economica della città. È interessante a questo proposito come lo sfortunato Giovanni Winckelmann avesse mangiato la colazione il giorno della sua morte (1768) proprio in uno di questi caffè svizzeri, prima di venire pugnalato.

Gasparo Griot si trasferì a Trieste tra il 1751 e il 1752: la sua “bottega del caffè” pertanto risulta tra i locali più antichi della Trieste teresiana. Sorgeva un tempo in Piazza Piccola e funzionava anche come luogo della colazione per la Locanda Grande. Un locale all’epoca lussuoso e arredato con gusto: tavoli con il pianale di marmo bianco, fragili merletti dell’Engadina e specchi dal Belgio. Il gioco vi era proibito e il locale chiudeva immancabilmente alle dieci di sera esatte. Il “Caffè Griot” si trasformò presto nel raduno della borghesia triestina, paradossalmente cattolica, ma cosmopolita; sorseggiavano un “nero” i Sartorio, Gadolla, Reyer, Rossetti, Brigido… Famiglie chiave nella storia triestina che ritroviamo quali membri del Consiglio dei patrizi nel 1808.
Il locale, verso i primi dell’ottocento, era però anche ritrovo dei protestanti luterani, così come degli elvetici: banchieri e grandi commercianti quali i Dumreicher von Osterreicher, i Ganzoni, gli Escher, i Bois-de-Chesne.
Griot divenne un uomo ricco e potente nella Trieste del tempo e contraccambiò l’ospitalità della città con una donazione di tremila fiorini per l’acquisto del grano nel 1764, quando una grave carestia minacciava di far morire di fame la popolazione. Morì nel 1783, impegnato nella gestione del suo amato caffè.

Locanda Grande nella Piazza S. Pietro. (Trieste). Das grosse Gasthaus auf den (!) S. Peters Platz (Triest) | Broili, G.; Viola, Tommaso (Europeana Collections)L’immigrazione, dapprima sporadica, degli elvetici, divenne massiccia quando la vicina Repubblica di Venezia ruppe l’alleanza con lo Stato Libero delle Tre Leghe (1765), revocando da un giorno all’altro i (tanti) privilegi di cui avevano goduto gli svizzeri dal Cantone dei Grigioni. Basti riflettere come fossero tremila gli elvetici residenti a Venezia e come su 48 caffetterie, 38 fossero di loro proprietà. Molti di questi guardarono alle fortune di Trieste, le confrontarono con la decadenza e stagnazione dei Dogi e non esitarono a trasferirsi sotto il mantello protettivo di Maria Teresa e Giuseppe II.
Verso i primi dell’ottocento la “nazione” elvetica contava a Trieste 21 botteghe di caffè sulle 37 totali; gran parte degli svizzeri grigionesi erano maschi; spesso, una volta accumulati i necessari risparmi, preferivano tornare nella terra natia e ritentare la fortuna lì. Gli storici hanno addirittura parlato di un “pendolarismo” degli elvetici.
La prima ondata di svizzeri era composta da pasticceri (o “pistori” che potrebbe anche indicare i panettieri), liquoristi e bottegai di caffè. Giunsero poi calzolai e spazzacamini. I più parlavano il romancio, ma preferivano usare con gli stranieri un italiano venato di veneto. Gli elvetici provenienti da altri cantoni erano assai pochi; tuttavia ricordiamo da Mannheim, nel Palatinato tedesco, Giovanni Enrico Frohm e Giovanni Giacomo Gaddum. Il primo gestiva una ditta di commercio all’ingrosso, il secondo era console di Baviera. Mannheim, sul corso del Reno, era a sua volta il luogo di raccolta dei profughi calvinisti.

G. B. Bison, Piazza Vecchia a Trieste, 1820

Nell’ambito delle pasticcerie, a cavallo tra l’Illuminismo e i primi anni della Restaurazione, ricordiamo la ditta elvetica Bishoff che produceva vini e liquori, con succursali anche nel Friuli, a Udine. Sempre dei Bishoff ricordiamo Antoni Baldi che gestiva il “Caffè della Casa Rossa” in Piazza Ponterosso che era particolarmente antica, risalendo a prima della bonifica delle saline e della creazione del borgo.
Il “Caffè all’Austria“, nato in Piazza della Dogana, oggi la deserta Piazza Vittorio Veneto, era gestito da tre famiglie svizzere, rispettivamente i Danzi, Gilli (o Hilli) e Giacometti. Il locale disponeva di sale da gioco e bigliardo ed era tradizionale raduno della “nazione” tedesca. Altrettanto attrezzato per divertire i suoi clienti era il “Caffè ai Cappuccini” (via San Sebastiano) gestito dallo svizzero Giovanni Dorta.
Luogo invece di ritrovo dei bosniaci era il “Caffè all’Europa Felice” (via Pescheria, vicino alla Borsa), fondato dai Cloetta e rilevato successivamente dai Casparis. Alloggiavano tanti artisti del tempo, così come sembra vi avesse pernottato Napoleone, alla fine dell’aprile 1797.
I Casparis gestirono negli anni una “rete” di caffè notevoli, rilevando il “Caffè Commercianti” (ora Caffè Tommaseo), aprendo il “Caffè della Minerva“, luogo di ritrovo degli sloveni, e trasformando in un bar il “Caffè alla Borsa“, orma a fine ottocento.
La famiglia svizzera dei Dolfi arrivò a Trieste con poco o nulla, ma dopo i primi decenni a lavorare come garzoni, aprirono una propria attività: una pasticceria con annessa fabbrica di canditi, verso i primi dell’ottocento. Un bell’esempio di self made man in salsa elvetica.
Il luogo di ritrovo preferito degli svizzeri era però il “Caffè Pitschen“, in via Dogana (ora via Roma), aperto a fine settecento. I Pitschen saranno anche proprietari di un “Caffè all’Adriatico“, in via Caserma, e cederanno il Caffè Pitschen ai soliti Casparis, ormai a inizio ‘900. Un altro secolo, un’altra storia.

[z.s.]

spot_img
Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

Ultime notizie

spot_img

Dello stesso autore