12.09.2022 – 14:20 – Ci potrebbe essere un colpo di scena nella vicenda che ha visto coinvolto il 32enne dominicano, Alejandro Stefan Meran, accusato di aver ucciso gli agenti Pierluigi Rotta e Matteo Demenego tra le mura della Questura di Trieste, nella sparatoria dell’Ottobre 2019. Nel corso di un’udienza tenutasi presso il Tribunale di Trieste lo scorso Maggio, il Pubblico Ministero preposto all’esercizio dell’azione penale, Federica Riolino, aveva chiesto, “non a cuor leggero”, l’assoluzione di Meran per aver commesso il fatto in stato di non imputabilità in quanto compiuto in uno stato di “totale vizio mentale”. La richiesta era giunta al termine di una requisitoria di circa un’ora davanti alla Corte d’Assise del Capoluogo Giuliano. La PM, sottolineando la “grande pericolosità sociale” del dominicano, aveva quindi avanzato la proposta di applicare una misura di sicurezza “in una struttura idonea”, nello specifico una REMS, ossia una struttura sanitaria di accoglienza per gli autori di reati affetti da disturbi mentali e ritenuti socialmente pericolosi. La perizia psichiatrica richiesta dalla Corte, infatti, nelle scorse settimane, aveva escluso “totalmente la capacità di volere” dell’imputato. Ad ogni modo, tale accorgimento non potrà essere applicato in quanto in Italia, attualmente, non esiste alcuna struttura in grado di accogliere ospiti con precise misure di sicurezza; pertanto Meran, fino a quando non otterrà la possibilità di accedere all’apposito luogo di ricovero, nonostante l’ultima sentenza, resterà rinchiuso presso il carcere di Verona.
Nelle scorse ore, Roberto Mantello, legale dell’agente Cristiano Resmini il quale fu ferito a una mano il giorno della sparatoria, – come riporta il telegiornale RAI del Friuli Venezia Giulia – avrebbe depositato la richiesta di appello. La sua richiesta di revisione si dovrebbe basare su una serie di osservazioni del comportamento di Meran il giorno dell’omicidio e nel periodo successivo, eseguite da una perizia collegiale nel corso di diversi mesi e su numerosi incontri, che avrebbero individuato elementi in contrasto con l’incapacità di intendere e volere. Tra questi, la volontà di fuggire dopo aver ucciso, la dimestichezza dimostrata nel maneggiare una pistola e la resa volontaria, dichiarata dall’omicida dopo i delitti. A queste considerazioni si va ad aggiungere anche il cospicuo uso tanto di cannabinoidi quanto di oppiacei riscontrata nell’uomo, frutto di una scelta che potrebbe essere definita consapevole.