14.9 C
Trieste
lunedì, 3 Ottobre 2022

Fratelli d’Italia e il voto. ‘Governare sarà molto più difficile che vincere’

20.09.2022 – 08.02 – Un voto, e un nuovo primo ministro e orientamento di Governo che dal voto del 25 settembre prossimo emergeranno, cruciale per il futuro del paese fra politiche economiche tutte da costruire, morsi del debito pubblico oltre il 150 per cento e una guerra nel cuore dell’Europa. Letta contro Meloni, con alleati più di contorno che di primo piatto; programmi e temi importanti da far diventare azione concreta oltre la carta. Per parlare d’elezioni, senza dimenticare Trieste, incontriamo di nuovo Claudio Giacomelli, capogruppo regionale di Fratelli d’Italia in Friuli Venezia Giulia. E partiamo da
Wärtsilä.

Un veto all’ingresso di qualsiasi concorrente a Trieste è ammissibile, nel momento cui si parla della sopravvivenza di uno stabilimento di produzione?

“Non c’è niente di accettabile in ciò che ha fatto la Wärtsilä. Ha saputo muoversi come un serpente attraverso le normative dei precedenti governi sulle delocalizzazioni, rivelatesi estremamente inefficaci per gli interessi italiani”.

Cosa si può fare?

“In questa fase e con questa normativa, molto poco. È chiara, e non è un caso, la necessità di presentarsi davanti ai giudici; è necessario interpretare le norme, e lo sta facendo anche la Regione Friuli Venezia Giulia con il presidente Fedriga. Lo stanno facendo i sindacati da un punto di vista giuslavoristico. La situazione è senza precedenti e io credo non ci sia niente di giustificabile nella posizione dell’azienda”.

Per Wärtsilä, intervento dello Stato piuttosto che nazionalizzazione: una prospettiva oggetto di dibattito. Come, e in che modo?

“Proprio perché ci possono essere interessi nazionali italiani su determinate produzioni dello stabilimento Wärtsilä Italia di Trieste, può essere necessario investire come paese su questo tipo di manifattura: non ci vedo niente di male, se parliamo di un settore strategico, e lo Stato può intervenire. La Wärtsilä ha annusato la questione e si è opposta, facendo muro”.

Possiamo sbloccare la situazione?

“Ora dobbiamo aspettare la decisione dei giudici. Vediamo cosa dice il giudice anche sul ricorso della Regione FVG, che comprende una domanda incidentale coinvolgente la scorsa norma anti-delocalizzazione e la sua costituzionalità di fronte a una supposizione di inefficienza in materia di protezione dei diritti dei lavoratori”.

Come si è giunti a questo?

“La verità è che abbiamo costruito, soprattutto negli anni Novanta, un sistema nel quale un certo tipo di proprietà privata era in grado di sfruttare le leggi per privatizzare gli utili e pubblicizzare le perdite. Poteva prendere i contributi pubblici e poi scappare delocalizzando in luoghi dove il costo del lavoro è inferiore. Anche a Trieste. Credo che la proprietà Wärtsilä abbia dimostrato di non tenere in alcun conto la posizione di cittadini, istituzioni e persino dello Stato italiano; temo che la battaglia giudiziaria sia l’unica cosa che li possa mettere alle corde”.

La questione Wärtsilä coinvolge diversi paesi europei: Italia naturalmente, Finlandia, ma anche la Svezia, che di fatto controlla l’azienda, oltre a Corea e oriente. Relazioni che s’intrecciano con il cambiamento attuale della politica europea e delle sue relazioni internazionali.

“In questo caso credo siano decisioni prese negli interessi di entità private che si considerano, nel loro potere, addirittura superiori agli Stati. Per questo è una cosa buona che su Wärtsilä tutti i partiti, non solo a Trieste ma in tutta Italia, si siano uniti per cercare di fare qualcosa e di proteggere una realtà strategica. Nel post pandemia che stiamo attraversando, e con la guerra fra Russia e Ucraina in corso nel cuore dell’Europa, l’intervento pubblico diventa sempre più importante”.

Trieste è colpita da diverse crisi: Wärtsilä è solo l’ultima in ordine temporale. Dal punto di vista industriale, sul territorio non c’è quasi più niente. Cosa si può fare? Una re-industrializzazione dell’area è ipotizzabile?

“È un problema che non è solo triestino, né solo del Friuli Venezia Giulia, ma di tutto il paese. Era già molto serio, e si fa per il settore industriale italiano ancora più grave oggi con l’aumento dei costi delle materie prime e dell’energia. Per Trieste dobbiamo cercare di reagire: con insediamenti fuori dalle aree più densamente abitate e compatibili con l’ambiente, ma in modo deciso. In mente ho la battaglia storica di Fratelli d’Italia, per noi centrale, sulle zone franche e l’extra doganalità, che porterebbero significativi vantaggi proprio al settore della manifattura, permettendoci di ripartire”.

Sblocco della zona franca, attualmente di nuovo impantanata. Perché è successo?

“La comunicazione, da parte dell’Italia, all’Unione Europea sul fatto che le zone franche di Trieste debbano essere extra doganali non in virtù di una cortese richiesta, ma di un diritto sancito dalla legislazione dell’immediato dopoguerra che proprio alla situazione di Trieste aveva guardato con attenzione, deve essere inviata nella forma giusta, e portata avanti con fermezza. Diventa, lo è già da tempo, una questione che il Governo non può trascurare. C’è stato un momento su cui tutta Trieste, sui punti franchi, si è unita proprio su richiamo di Fratelli d’Italia assieme a tutto il Consiglio regionale, al presidente Zeno D’Agostino e all’Agenzia delle dogane; poi si è arrivati fino a Roma, come doveva essere, e poi purtroppo – e lo avevamo detto – la partita non si è chiusa”.

Che cosa è mancato?

“Avevamo detto che la risoluzione della commissione del Senato promossa dalla, pur volonterosa, senatrice Rojc sull’extra doganalità dei punti franchi di Trieste – una risoluzione mandata direttamente all’Unione Europea casomai anche con l’appoggio del Governo italiano, ma non una risoluzione del Governo italiano – sarebbe stata troppo debole. E l’Unione Europea l’ha rimandata al mittente. Spiace constatare che da novembre del 2021, con questa risoluzione che è stata respinta dall’Europa pur richiamando un diritto di Trieste – respinta però proprio con il commento che è il Governo italiano a doversi muovere, e non una commissione – non si sia fatto più nulla. Il colpo teatrale del Partito Democratico della campagna per le elezioni comunicali nella nostra città si è rivelato la fine del dibattito politico su una delle questioni più importanti per la città stessa. È ferma intenzione di Fratelli d’Italia riaprire la partita a Roma”.

E Fratelli d’Italia potrà fare qualcosa di diverso?

“Assolutamente sì. È il governo italiano che deve mandare la comunicazione all’Unione Europea. Fino a poco tempo fa si riteneva che ci dovesse essere anche una norma di legge, magari un emendamento in legge di bilancio; in realtà ora l’interpretazione giuridica più in voga è quella che debba essere l’Italia a comunicare all’UE, senza emendamenti alle leggi, esattamente come fu l’Italia a comunicare all’epoca che Campione d’Italia e Livigno in Lombardia erano zone extra doganali. Ci sono già le motivazioni giuridiche per un intervento governativo, ed è quello che avevamo detto dall’inizio: purtroppo da dicembre il dibattito si è arenato, ma è nostra ferma intenzione farlo ripartire, sia con l’azione dei nostri deputati che con quella dei nostri ministri”.

Sono intervenute, però, anche situazioni imprevedibili: una guerra.

“Si, però vede, una guerra è una cosa assolutamente indipendente da questo. Una guerra può comportare lo slittamento di un programma, di un ordine del giorno, ma non l’inazione, non una situazione in cui tutto è fermo. Non credo che il Ministero delle finanze non abbia avuto il tempo per istruire una pratica ferma da almeno cinquant’anni proprio a causa della guerra in Ucraina”.

Lo sblocco dei punti franchi vuol dire volgere lo sguardo, e se n’era già parlato, al mercato asiatico, che tra l’altro era di interesse primario proprio per Wärtsilä. Vuol dire Serbia e Ungheria, vuol dire Europa dell’est e quindi, chissà, un domani di nuovo Russia; vuol dire India, vuol dire Cina e dall’altra parte Brasile. Quanto può pesare su questo la posizione, l’eventuale opposizione, degli Stati Uniti?

“Se parliamo di punti franchi a Trieste la nostra idea è che i vantaggi fiscali possano riflettersi primariamente sul manifatturiero italiano. Il Made in Italy è il marchio più conosciuto al mondo: vogliamo riportare il vantaggio che ne deriva nel nostro paese. Per quanto riguarda la trasformazione delle merci, questo può interessare l’est Europa e l’Asia così come il centro Europa e altri mercati. Non vedo un rischio o una necessità di un intervento asiatico. Certamente siamo in una fase geopolitica estremamente difficile: ci ritroviamo con due nuovi blocchi, oggi sono l’Est e l’Ovest così come ieri erano USA e URSS. La Cina però non è più un partner essenziale per noi”.

USA e Russia. I rimproveri a Giorgia Meloni continuano, e arriva l’accusa di aver cambiato posizione: prima, solo pochi anni fa, molto critica verso gli Stati Uniti e molto vicina alla Russia, oggi atlantista e contro Putin in maniera inequivocabile.

“Non è del tutto vero. Innanzitutto, l’Italia non sceglie di stare nell’Occidente avendo la possibilità di scegliere di stare a Oriente: l’Italia nell’Occidente c’è, e immaginarla con la Cina è irrealistico. Innanzitutto, tra il periodo del prima e il periodo dell’oggi, c’è qualcosa che ha cambiato tutto: i carri armati russi che attraversano il confine con l’Ucraina. E poi la nostra critica non è mai stata rivolta agli Stati Uniti in sé e per sé: abbiamo sempre criticato i presidenti del Partito Democratico degli Stati Uniti, e ben prima di Fratelli d’Italia. Penso a Bill Clinton, che è stato nel 2000 l’artefice, assieme a Romano Prodi in Europa, dell’entrata della Cina nel WTO, le conseguenze della quale sono quelle con cui ci confrontiamo oggi. Penso a Barack Obama e alle Primavere arabe che hanno causato di fatto l’esodo in massa di quello che è diventato un popolo di migranti. Fu Clinton a togliere la distinzione fra banche d’affari e di deposito e si arrivò alla crisi del 2008 con ripercussioni mondiali, e fu poi Biden a gestire determinati capitoli di questa crisi. Fratelli d’Italia si oppone a un certo modo di essere America, perché l’America ha tutte le sue contraddizioni. Come Fratelli d’Italia continuiamo a dire, a tutt’oggi, che ci deve essere un interesse europeo primario rispetto agli altri, e all’interno di questo interesse europeo ci debba essere qualcuno, un Governo forte, che pensi agli interessi dell’Italia”.

È il sovranismo di Fratelli d’Italia?

“Non mi sembra una visione particolarmente sovranista o populista. È esattamente la visione che da vent’anni sta avendo la Germania. La Francia. E fanno bene, perché portano avanti il loro interesse nazionale. Non si capisce perché l’Italia non possa farlo”.

La Russia potrà mai riavvicinarsi all’Unione Europea?

“La Russia incarna valori culturali estremamente importanti per l’Europa. La Russia di Putin, oggi, no. Dopodiché dobbiamo dircelo: sono perfettamente consapevole, e comprendo perfettamente, chi dice: ‘Quando arriva la bolletta cinque volte più alta, a me dell’Ucraina non importa niente’. Però, pur comprendendo, sollevo due obiezioni: la prima è che, se vince Putin, non finirà tutto con l’Ucraina. La seconda è che il gas in Italia non può essere considerato comunque una fonte d’energia sulla quale basare la nostra economia, perché ha ancora una componente materiale geografica: per arrivare in Italia, deve passare per l’Europa o per il mare. La Russia era un partner molto importante dell’Italia, anche per le nostre esportazioni, ma parliamo di pochi punti percentuali, molto meno del venti; il resto dell’Occidente pesa per l’ottanta”.

Il vignettista disegna però Giorgia Meloni e Matteo Salvini distanti e intenti a guardarsi male, anche se seduti allo stesso tavolo. La guerra in Ucraina e le sue conseguenze sull’economia stanno dividendo la destra italiana?

“No. Io non lo credo. Ricordo che tutti i partiti, Lega compresa, hanno votato i provvedimenti che riguardano le sanzioni contro la Russia. Bisogna essere, su questa questione, estremamente realisti: ci possono essere sensibilità diverse e anche opportunità politiche diverse ma il centrodestra italiano non ha divisioni. Se volessimo cercare divisioni guarderei piuttosto al centrosinistra”.

Ungheria e Serbia, molto vicine alla Russia. Trieste e la Serbia; la Serbia e Fratelli d’Italia?

“Partiamo dalla base: Giorgia Meloni è il presidente dei Conservatori riformisti europei. L’Ungheria governata da Viktor Orban non sta in questa formazione politica. Ci sono delle cose su cui si è potuti essere d’accordo, altre no. Viktor Orban è stato eletto democraticamente, e Fratelli d’Italia non tifa per l’uno o per l’altro: simpatie e antipatie e tutto quello che fa parte della nostra politica sono cose subordinate all’interesse dell’Italia, e l’Italia, nel rispetto delle regole, deve perseguire il suo interesse nazionale. Come fanno tutti gli altri”.

E la Serbia?

“La Serbia è un paese che ha avuto molte difficoltà, e ne ha trovate, oggettivamente, di enormi anche guardando a Occidente. Nei prossimi anni si svilupperà una nuova geopolitica e vedremo come”.

La guerra riapre la questione immigrazione, con la Turchia di Erdogan che tiene il piede in più scarpe.

“Torniamo indietro, e precisamente a quando gli Stati Uniti, con il democratico Obama, decidono di dar supporto alle Primavere arabe con la complicità di alcuni paesi europei che avevano forti interessi economici in alcune nazioni del nord Africa. Tutta quella regione è oggi completamente nel caos; ci siamo ritrovati con Erdogan che stava per riuscire a controllare addirittura la Rotta mediterranea davanti alla Libia e a conquistare il controllo della valvola dei profughi verso tutta l’Europa. Per ciò che riguarda i migranti della Rotta balcanica la cosa è semplice: i governi di Roma non se ne sono mai occupati. In un prossimo futuro, oltre al problema dell’attraversamento di un paese che è già Schengen come la Slovenia, ci sarà quello della Croazia, che sta per entrare. Che l’Unione Europea trascuri questi problemi è inammissibile. Contiamo che con Fratelli d’Italia al governo non sia più così e che non facciano più notizia solo i barconi. Non siamo il primo paese Schengen che i migranti raggiungono nel loro cammino; l’Italia affronta, senza aiuti, la migrazione via mare, sulla Rotta mediterranea, non si capisce perché appunto non essendo il primo debba affrontare da sola anche la questione della Rotta balcanica”.

L’influenza della Russia, sui partiti italiani, c’è? C’è stata veramente?

“Gli Stati Uniti hanno chiarito che l’influenza c’è stata su alcuni paesi europei; elementi sull’Italia non ne sono emersi, a oggi non c’è nulla sui partiti italiani. Su Fratelli d’Italia, l’unica influenza che c’è stata, e ci sarà, è quella degli italiani”.

Non è un’ingerenza, questa degli Stati Uniti, nel momento in cui si esce con affermazioni potenzialmente così pesanti e in campagna elettorale, negli affari interni di una nazione sovrana?

“Certo. E non mi sconvolgo, nel momento in cui, in una direzione o nell’altra, arrivano pressioni anche da altre nazioni e anche dagli Stati Uniti. Se pensiamo alla campagna del PD, non abbiamo visto altro che Enrico Letta andare all’estero per dire: ‘Se vince Giorgia Meloni crollerà l’Italia’, premurandosi di farlo scrivere anche ai giornali esteri. Viviamo in un momento di grande incertezza e di grandi cambiamenti, ma le elezioni degli italiani sono degli italiani. L’interesse è degli italiani. Non possiamo pretendere che gli altri paesi stiano zitti; gli altri paesi non possono pretendere di influire, in alcun modo”.

Se il gas mancherà, la classe media italiana riceverà un’altra martellata. Come pensate di proteggerla?

“La priorità in questo momento dev’essere bloccare le speculazioni. Considerare in due modi diversi il gas e l’elettricità, cosa che si può fare a livello nazionale. Sostenere la misura relativa al tetto del prezzo sul gas a livello europeo. I contributi a pioggia servono solo su un periodo estremamente breve, e soprattutto vanno a finire anch’essi nella speculazione. Fratelli d’Italia chiede già da mesi solidarietà non solo europea, ma di tutto l’Occidente, verso i paesi che subiscono più danni a seguito delle sanzioni che proprio il modo Occidentale impone”.

Sembra un controsenso: difendersi dalle sanzioni contro la Russia, che noi stessi però imponiamo.

“Non lo è. Guardiamo all’Europa e all’Occidente nel suo complesso: ci sono nazioni europee che con le sanzioni stanno guadagnando: l’Olanda più di tutti, la Norvegia. Gli stessi Stati Uniti. In occasione della Brexit, l’Unione Europea ha creato un fondo di compensazione, miliardario, per aiutare i paesi che dalla Brexit subivano più danni: il primo paese a trarne beneficio fu l’Irlanda ed era comprensibile, ma subito dopo vennero Francia e Germania. Ora è l’Italia ad aver bisogno di compensazione e questa è una richiesta forte di Fratelli d’Italia. Non ci può essere un blocco Occidentale a più velocità dove a causa della guerra qualcuno perde e qualcuno guadagna”.

Esiste ancora, in Italia, la destra sociale?

“Sempre. Il nostro modello sociale si basa sulla comunità e sull’aiuto a chi non è in grado di farcela perché non può. Attenzione, questo è un concetto che travalica completamente l’assistenzialismo e cose come il Reddito di cittadinanza. Chi non può correre va aiutato; a chi può correre va trovato un lavoro, non va dato un sussidio. E se a un giovane che non lavora diamo settecento euro, e la pensione minima è cinquecento euro, siamo molto lontani da una giustizia sociale”.

Italia in calo demografico da tempo, e le politiche di sostegno alla famiglia sembrano non bastare. Cosa c’è che non va?

“In realtà Fratelli d’Italia non ha mai governato e quindi le nostre politiche non sono mai state messe alla prova: se parliamo di politiche di oggi, stiamo parlando di politiche di altri. Esiste un problema oggettivo: i bambini sono diventati beni di lusso, che la famiglia media non si può permettere, soprattutto quando non ha l’aiuto della colonna portante della società odierna: i nonni. L’inverno demografico che stiamo affrontando è pesante. Fratelli d’Italia si pone sul quoziente familiare, ovvero sul calcolo del reddito della famiglia insieme ai figli per la detassazione, ricetta che ha funzionato già in Francia. In Francia, una famiglia con tre figli nei primi anni 2000 pagava il 5 per cento di tasse; in Italia, nello stesso periodo, il 27 per cento. Il beneficio per la famiglia con figli deve essere fiscale, reale e unico – non un contributo a pioggia. C’è poi il modello del nord Europa, che si basa sui servizi: la questione economica è infatti importante, ma non è la sola, in Italia c’è anche una mancanza di servizi di supporto alle donne che lavorano. Non è possibile pensare a una famiglia in cui la donna e l’uomo siano costretti a lavorare per potersi pagare una tata che stia con i figli; i servizi ci devono essere”.

Trieste potrebbe diventare la prima città in cui diventa reale un problema di cui si sta parlando di anni: il gap che si crea con l’uscita dal mondo del lavoro della generazione del Baby boom, e la crisi di vocazione nei giovani, che disertano alcuni percorsi di studio.

“Siamo in un momento particolarissimo: abbiamo carenze enormi, ad esempio nelle professioni sanitarie e in quelle tecniche, e molti posti di lavoro anche ben retribuiti restano vacanti. Dall’altro, per poter trovare sbocco in quelle professioni ci vuole la formazione, e ogni settore fa storia a sé. Il mondo dell’istruzione deve incontrare ancora di più il mondo del lavoro proseguendo in un percorso già iniziato e non bisogna assolutamente fermarsi. Poi c’è la questione del: ‘certi lavori gli italiani non li vogliono più fare’; da che mondo è mondo, da tremila anni a questa parte, quando non si trovano più persone che vogliono fare un certo tipo di lavoro vanno aumentati i diritti e le paghe. Il meccanismo è andato in cortocircuito quando proprio per la disponibilità dell’immigrazione c’è stato chi si è messo a disposizione per una paga più bassa di prima. Queste persone, a causa della loro condizione sociale, non hanno alcun diritto e possono lavorare per pochissimo pur di sopravvivere. Non è vero che gli italiani non vogliono fare certi lavori: non vogliono farli a determinate condizioni. Al loro posto c’è chi accetta; ricorrere a queste risorse a basso salario e senza diritti è diventato un meccanismo sistematico e questa è una battaglia che da un certo punto in poi le organizzazioni sindacali più grandi hanno perso oppure hanno preferito non combattere. E ci hanno rimesso gli italiani”.

Con Fratelli d’Italia al governo, vedremo Giorgia Meloni a Trieste ancora più spesso?

“Io non mi rivolgo a Giorgia Meloni per Trieste; mi rivolgo a lei per tutto il paese. Per Trieste e per tutta la regione ho molta fiducia nei deputati del Friuli Venezia Giulia, in particolare in Nicole Matteoni. Loro sì, loro dovranno lavorare fortemente per Trieste. E dovranno farlo senza nascondersi: siamo nel momento più difficile della nostra Repubblica dal dopoguerra a oggi, con avversari che hanno fatto della denigrazione il cuore stesso della loro campagna elettorale, una campagna quasi odiosa. Il presidente Sergio Mattarella non è certamente quello che abbiamo sostenuto noi; in Corte costituzionale prevalgono un certo tipo di orientamenti… insomma è molto difficile. Governare sarà molto difficile, sarà molto più difficile che vincere le elezioni. Però quando passa il treno della storia ci si deve prendere le proprie responsabilità”.

[r.s.]

spot_img
Avatar
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

Ultime notizie

spot_img

Dello stesso autore