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giovedì, 6 Ottobre 2022

Ferriera, fine di un’epoca del lavoro. L’abbattimento inaugura un nuovo capitolo per Trieste

19.09.2022 – 11.27 . Un abbattimento in musica e con i fuochi d’artificio, momento culminante di un incontro con ministri e autorità, e una parte di cittadini davanti alla televisione. Un panel d’eccezione quello presente frontemare ieri sera, che ha ripercorso assieme alla stampa, ai media e agli invitati nell’area chiusa per ragioni di sicurezza i momenti più importanti del cammino fatto dalla decisione dello spegnimento (frutto dell’attenzione all’ambiente e alla salute, ma contrassegnato anche da una forte crisi industriale) a oggi: introdotti da un video sulla storia dello stabilimento presentato da Vittorio Petrucco di ICOP hanno parlato nell’ordine il presidente dell’Autorità portuale Zeno D’Agostino, il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza, l’Assessore all’ambiente Fabio Scoccimarro, il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga, il ministro ora all’Agricoltura ma precedentemente al MISE Stefano Patuanelli.

Modello, quello d’azione unita fra politica (non tutta), città e imprese, che ha potuto consentire il superamento delle resistenze della proprietà Arvedi e consentire di arrivare al risultato dello spegnimento dell’area a caldo che solo pochi anni fa veniva considerato non ottenibile. Un’operazione tecnicamente perfetta: 300 chilogrammi di dinamite e 500 esploditori controllati dal moletto delle autorità, alle ore 20 di domenica 18 settembre 2022, hanno chiuso definitivamente e in pochi secondi e senza alcun rischio o disagio, dinamite preceduta e seguita dai fuochi d’artificio e dal drone di rito per le riprese aeree, la storia dello stabilimento che ora non c’è più. Fuochi d’artificio che la cittadinanza triestina ha accolto in luci e ombre: da un lato l’indubbia soddisfazione per la fine di un’epoca di fumi e di polveri e una Servola rinata, con una cerimonia che apre la porta a un futuro certamente di sviluppo per la logistica, per il porto e per tutta l’area; dall’altra, l’incertezza (ad oggi) sulle reali prospettive occupazionali e, qualcuno così ha detto, l’inopportunità di chiudere festeggiando, senza cittadini, una distruzione e una parte di storia comunque importante (chiusura, quella della Ferriera, approvata sì dai lavoratori, ma con una maggioranza risicata – il 58 per cento). Belle però le parole di Petrucco, che ha spiegato come la festa fosse una festa per quello che sarà il futuro e non per ciò che si andava demolendo, non quindi una cancellazione del passato.

La Ferriera era Trieste dal 1895, anno in cui la Società Industriale della Carniola (Krainische Industrie Gesellschaft, KIG) scelse di fondare nell’allora periferia della città (più propriamente, alle pendici di un villaggio, proprio quello di Servola) uno stabilimento per la produzione di ghisa e acciaio. L’ente aveva la sua sede a Lubiana, e la nuova industria pesante triestina rispondeva a necessità di produzione di ghisa e ferro tanto per l’esportazione, quanto per soddisfare la fame crescente di materiali dell’industria navale-meccanica dell’Impero. La Ferriera di Trieste negli anni ante guerra divenne rapidamente il centro nevralgico dell’industria siderurgica del litorale austriaco; produceva in particolare i laminati per la marina militare del Kaiser e per i cantieri navali di Trieste e Monfalcone. La prima guerra mondiale ne congelò l’attività, e i primi anni del passaggio all’Italia accrebbero le difficoltà burocratiche ed economiche. Nel 1924 vennero creati poi la Società Stabilimento di Servola e il Consorzio Siderurgico per gli Alti Forni ed Acciaierie della Venezia Giulia; quest’ultimo a sua volta venne inglobato dall’ILVA di Genova – società di proprietà dell’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale), e la Ferriera riprese allora a crescere tra gli anni Trenta e Quaranta, vedendo la sua produzione a ciclo continuo interrotta solo dai bombardamenti aerei degli Alleati. Il trentennio dal 1960 al 1990 testimoniò difficoltà di gestione, seppure all’interno di una crescita costante: la Ferriera passò dapprima alla Italsider (1961), poi alle Acciaierie di Terni (1982), al gruppo friulano Pittini (1988) e ai gruppi Lucchini e Bolmat (1995). Verso il 2005 vi fu il passaggio alla russa Severstal e nel 2015 infine all’attuale Arvedi, all’interno però di un processo di rigetto da parte della cittadinanza di un’industria altamente inquinante nonostante i molti, ed efficaci, interventi fatti, e ormai fuori dal tempo, che Trieste non voleva più. Chi ci lavorava e ha visto i suoi edifici cadere ieri sera non ha potuto nascondere l’emozione, mista a quel po’ d’inquietudine che porta a riflettere, mentre in copertina c’è l’ultima crisi, quella Wartsila, su come potrà veramente essere il futuro dell’area dopo il lungo lavoro di bonifica: su quale possa essere l’effettivo sviluppo economico, su quali saranno i mercati ai quali rivolgersi in un momento in cui lo scenario geopolitico internazionale sta profondamente cambiando quanto tutto sarà pronto. Per gli altiforni neri e la polvere di carbone e di ghisa nell’aria altrimenti tersa del mare e dei quartieri triestini non ci sarà alcun rimpianto; sui posti di lavoro, occorrerà aspettare e vedere.

[r.s.][z.s.]

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Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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