5.8 C
Trieste
martedì, 29 Novembre 2022

La Ferriera che la gente non vuole. Giovanni Arvedi e Trieste

08.09.2019 – 08.25 – Ferriera di Servola, partita di questi giorni; quasi una finale di campionato. Il campo da gioco: Trieste. Le squadre, da una parte, Giovanni Arvedi, 82 anni, nato a Cremona, Cavaliere del Lavoro: “Un’esperienza amara, unica, molto sofferta, mai vissuta prima, malgrado i miei molteplici impegni assunti in sessant’anni di lavoro del nostro paese. Siamo orgogliosi di poter restituire alla città di Trieste un sito totalmente inquinato, ora totalmente risanato. Il mio sforzo non è stato capito”. Nell’altra metà campo, l’opinione dei cittadini: senza ritrovarsi per forza al Circolo Miani, o assieme a chi abita, e sono tanti, nei rioni di Servola, Chiarbola e Valmaura, basta leggere qualche recensione su Google. Perché, sì, ce ne sono (perché mai qualcuno dovrebbe recensire la Ferriera di Servola; eppure): “Certamente è un insediamento industriale che dà lavoro a molte persone, ma produce una tale quantità di inquinamento”; “Odore sgradevole e polvere in quantità enormi che riversano in tutto il rione di Servola e in tutta la città”. “Città che ha una incidenza di decessi dovuti a patologie polmonari elevatissima rispetto a qualsiasi altra”; “Fa schifo speriamo che la chiudano”. “Una acciaieria in una città, cosa c’è di più salubre?”; “Chiudete questo posto e riconvertitelo!”. Sono solo alcuni; negli articoli e sui blog si legge molto di più.

In mezzo fra i due – da una parte, gli affari; dall’altra, i cittadini – come arbitro, la politica; in vent’anni e più (venti sono una semplificazione: i fumi e le polveri della Ferriera di Servola arrivavano su via Svevo e via Baiamonti, per unirsi agli scarichi delle lunghe file camion e degli autobus iugoslavi di un tempo in cui la Grande Viabilità ancora non esisteva, già quando avevano iniziato a essere popolose da un bel po’, negli anni Sessanta e Settanta), nessuna amministrazione comunale finora era riuscita, nonostante le dichiarazioni pubbliche fatte durante più di una campagna elettorale, ad avviare la dismissione reale dell’area a caldo. Dismissione che improvvisamente, complici lo sviluppo portuale, la rete ferroviaria e l’interesse per Trieste del paesi del centro Europa e della Cina (sempre che le decisioni nazionali sulla tecnologia 5G non facciano ora da freno a mano), ha preso velocità e sembra in grado di trasformare in realtà quella che tutti avevano messo ormai da parte come fantasia: un panorama sgombro da architetture industriali vittoriane, senza altoforni, depositi di carbone, cattivi odori, fiaccole serali e fumi. La’, dove la politica, di qualsiasi colore, non è arrivata – e principalmente si è trattato di un problema di denaro, perché dismettere e bonificare costa tanto – può la Nuova Via della Seta.
Certo Arvedi e Siderurgica Triestina, in termini di sforzo ambientale, hanno fatto molto, e questo non si può negare: non fino a un ‘risanamento totale’ (oggettivamente, così non è) ma l’adeguamento e l’aggiornamento della Ferriera ci sono stati, e sono stati significativi. Come ha ricordato con chiarezza Sergio Razeto, presidente di Confindustria Venezia Giulia, a fronte dell’accordo fatto quattro anni fa con le parti sociali Siderurgica Triestina ha rispettato i parametri AIA, e il risultato dello sforzo per vincere una grande sfida è stato riconosciuto anche dalle istituzioni. Da qui la gratitudine di Confindustria stessa e del mondo imprenditoriale della Venezia Giulia, ora preoccupato per le ripercussioni che le decisioni che si prenderanno potranno avere non solo sulla Ferriera, ma anche sull’indotto.

Aspettarsi però che l’intera Trieste possa esser veramente grata a Giovanni Arvedi per l’aggiornamento degli impianti, forse, è un po’ troppo, per un motivo che da tanto tempo è già chiaro: la città, la Ferriera di Servola, non la vuole più. La Ferriera è qualcosa, per il triestino, che anche se è ogni giorno davanti agli occhi fa ormai parte del passato, della storia: c’è stata, ed è ora che scompaia. La Ferriera è viva, e sta per morire, perché la città così vuole. Anche se i numeri confermano che il miglioramento ambientale c’è, e i 500 posti di lavoro in meno non sono pochi, Trieste ha già fatto, nel suo sentire, un passo avanti: la prima risposta che si riceve parlando del lavoro in Ferriera, ripulita dalla politica (è al ragazzo e alla ragazza e alla signora anziana e al barista che si chiede, e non al rappresentante di un partito o dell’altro o a un sindacato o a un esperto di problemi dell’integrazione), è che tanto di triestini a lavorare, là dentro, ce ne sono forse un terzo. Che tanto, comunque, l’elettricità la prendiamo da altre parti, e da tempo. Che tanto, alla sua posizione importante in Europa per la produzione delle ghise e degli acciai l’Italia ha già rinunciato. Che tanto la Ferriera c’è ma non la consideriamo più cosa nostra, non è una cosa della città, è ‘lì’, un corpo estraneo, un tumore. Che tanto, comunque, per Trieste la Ferriera è diventata un peso, perché blocca sviluppi di quell’area in altre direzioni e impegnandosi su altro quei 450 o 500 posti di lavoro, anziché scomparire, potrebbero diventare anche di più, impegnati appunto nella logistica ma non solo, anche nel terziario, in industrie ad alta tecnologia, nel turismo fatta la bonifica e avviati gli investimenti di riconversione. Che i bambini, nei giardini, devono poter giocare senza il rischio di diventare casi di studio per la facoltà di medicina, e che si è stufi di aver paura delle spolverate rosse, degli odori strani e degli incendi ai trasportatori. Non c’è, nelle opinioni di chi vive in città, tanto di diverso da quanto si sente dire da chi vive a Taranto, di fronte all’Ilva: basta ascoltare la radio, leggere i giornali locali, ascoltare un tarantino.

Fra le molte voci, tolta la testa e la coda e cercando di andare al cuore del problema, e tolte anche le radici cristiane quale fondamento filosofico dell’ambientalismo nell’industria pesante (nel contesto di cui si sta parlando, forse non trovano una loro ragione di essere), non ci sono state accuse ad Arvedi. Trieste, molto probabilmente, Giovanni Arvedi lo ha capito benissimo, e la riconoscenza c’è; bisogna però, riprendendo le parole della sua lettera aperta, avere il coraggio di vivere nella verità. E la verità è quella di una Trieste che, in larghissima maggioranza, la Ferriera non la vuole. Non da oggi: ma da venti, trenta, cinquant’anni. E che poi non sia, di nuovo, ti dice la cameriera che lavora all’inizio della via, una questione di soldi: l’ultima presa di posizione all’indomani della nomina di Stefano Patuanelli, neo ministro triestino allo sviluppo economico che sulla Ferriera è stato sempre molto chiaro, riguarda infatti la volontà di recuperare gli investimenti fatti finora. Ora bisogna quantificare i valori delle aree interessate, far di conto, e parlare degli 80 milioni di euro spesi da Arvedi per mettere a norma gli impianti, e dell’area a freddo inaugurata da poco (che però, si era detto o così si era capito, avrebbe dovuto essere in grado di operare anche senza quella a caldo, arrivando i materiali speciali da fuori ed essendo la questione dismissione già ben nota). Insomma per chiudere serve mettere i soldi sul tavolo, e di mezzo naturalmente c’è il conteggio anche delle teste o più elegantemente risorse umane che rimarranno o perderanno il posto; una leva sempre importante per poter ottenere ammortizzatori, visto che l’Autorità Portuale guidata da Zeno D’Agostino ha già fatto chiaramente capire che i lavoratori non potranno essere recuperati tutti nella logistica, e ipotesi alternative alla Ferriera che fa fumo per ora sul tavolo non ce ne sono: Cgil, Cisl e Uil l’hanno fortemente sottolineato, ricordando come la ‘questione Ferriera’ abbia subito un’accelerazione rapidissima che ha di fatto di colpo bloccato il percorso di progressiva riduzione dell’impatto ambientale unito alla continuità produttiva e occupazionale. “Se si fa un serio processo di riconversione con gli investitori adeguati, con il coinvolgimento della proprietà, delle istituzioni e del Comune di Trieste, e dell’autorità di sistema portuale, penso che riusciremo a raggiungere l’obiettivo di chiudere l’area a caldo e garantire il lavoro a tutte le persone coinvolte”, ha dichiarato il governatore della regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga; “Arvedi ha di fatto ammesso che l’impianto inquina e che è disponibile a chiuderlo. Dopodiché non entro nel merito delle sue valutazioni personali. La regione sta lavorando”. In attesa di sentire anche la voce dei lavoratori si riparla quindi di soldi, quelli necessari per chiudere; in fondo, erano stati il punto di partenza. Niente di strano. Business is business.

[r.s.]

spot_img
Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

Ultime notizie

spot_img

Dello stesso autore