20.08.2022 – 11.19 – Due anni fa, estate 2020: Trieste intera si stringe attorno a Zeno D’Agostino. Sono i giorni della sentenza Anac, della decadenza di D’Agostino dalla presidenza dell’Autorità di Sistema Portuale dell’Adriatico orientale. Preoccupazione per il futuro del porto; per i posti di lavoro, per la città che sta affrontando la pandemia e vede il turismo azzerato. I presenti? Tantissimi. Gli animi? Caldissimi, tanto da motivare una scesa in campo diretta di D’Agostino sul palco, per ringraziare, per spronare alla lotta e – ed è palpabile, chiaro in quei giorni – per dare una mano a tenere sotto controllo una situazione che rischia di esplodere. Finì bene: il porto di Trieste, nella primavera del 2022, ha visto, certo anche a seguito del contributo in termini di lavoro e pianificazione strategica da parte di aziende e compagnie di navigazione, e di molte situazioni dipendenti dallo scenario della politica internazionale, un 45 per cento in più di traffico di container rispetto all’anno precedente (80mila TEU), e naviga a gonfie vele. Un sistema integrato porto-ferrovia-retroporto (che arriva fino a San Dorligo e allo stabilimento di Bagnoli) in grado di affrontare le crisi e di continuare a crescere muovendosi in cima all’onda, che a D’Agostino deve tanto.
Estate 2022, le settimane della Wärtsilä, di Bagnoli della Rosandra 334. Allo stabilimento di Bagnoli, Trieste deve tanto. Una decisione inaspettata, questa chiusura (non per chi Wärtsilä la conosceva e aveva già sentito i nomi di Zwolle, di Mulhouse; tout le monde è però rimasto, così dice, sorpreso), e i finlandesi con una guida svedese se ne vanno dopo quasi trent’anni. Avevano confermato, chiedendo i fondi del PNRR italiano, che Trieste sarebbe rimasta strategica nel piano industriale dell’azienda, e invece salutano l’Adriatico, lasciandoci solo un presidio (importante, ma un nulla in confronto allo stabilimento di Bagnoli e alla sua storia) per tornare a guardare il golfo di Botnia – un cambio di paradigma con una Finlandia un po’ più NATO e un po’ meno azienda d’Europa e ponte fra nord e sud, o così sembra, in un contesto di decisione motivata da parametri economici, si, ma anche dalla politica nel leggere fra le righe (politica italiana, politica finlandese). In Italia, parlando di politica, più che il tema Wärtsilä (e nordest in difficoltà) la colonna sonora è quella delle elezioni del 25 settembre, con chi andrà a Roma e chi resta o torna a casa sua; in Finlandia, più che Wärtsilä in prima pagina ci sono le vicissitudini di Sanna Marin e le serate al ritmo di musica. Niente di nuovo sul fronte occidentale. A Trieste, sulla stampa, invece, di Wärtsilä Italia si parla molto, e meno male; e si susseguono gli incontri, continua il sostegno delle istituzioni (una domanda d’agosto resta: ci sarà, l’auto, davanti ai cancelli, se l’ordinanza non si può fare?) e il presidio degli operai coraggiosamente regge, e lo fa proprio assieme al porto. E l’azienda, quella italiana, nel braccio di ferro fra Hakan Agnevall (la guida svedese dell’azienda finlandese), che più che di ferro sembra d’acciaio e non torna sulle sue posizioni neppure di un centimetro (non spiega però bene perché), e il MISE di Giancarlo Giorgetti (per quanto riguarda il braccio il MISE sembra averne uno di piombo: pesa, nel senso che è pesante da spostare, e si piega nelle pieghe della gestione delle sole cose ordinarie post Draghi) – l’azienda Wärtsilä Italia sembra non esserci. O meglio c’è, ma non si vede, si vede poco e forse il meno possibile. Agli incontri con i sindacati e le istituzioni, parla sottovoce, manda qualcuno, aspettando forse istruzioni e non avendo il permesso, magari uno spiraglio d’apertura ricordando Gustav Vasa, ma invece, da nord, niente. Per Wärtsilä Italia sono scesi in strada e in piazza, a manifestare, gli operai e gli impiegati (quelli di oggi e quelli di ieri, a fianco di amici e colleghi e anche soltanto del nome Grandi Motori, inseparabile da Trieste anche se cancellato, negli anni, dai cartelli stradali, chissà perché) e le sigle sindacali. Si sono mobilitati i manager, e i direttori delle aziende più grandi, comprese quelle che da Wärtsilä acquistano e anche tanto. Sono intervenuti i media e i sindacati della stampa. Dalla Finlandia, però, niente. Com’è possibile?
Per Wärtsilä Italia siamo in tanti. Trieste, però, non c’è; non sembra esserci, pare in vacanza. Mancano le facce, quelle di chi di Wärtsilä non è dipendente, parente o amico, come se per lo stabilimento di Bagnoli ci si stesse già preparando all’ineluttabile sorte. Con Wärtsilä Italia, Trieste non va a cena. Dopo le manifestazioni, batti e ribatti sulle cifre: “eravamo in tantissimi”, “eravate in meno”, “ma voi non ci siete stati”, “si che c’eravamo”. Eppure bastano le foto, e quello che ti racconta chi è passato per di là: le mobilitazioni, quelle vere, sono diverse. Uniti per qualcosa. Roba vecchia, la solidarietà, roba da veri comunisti, al massimo socialisti o cattolici cristiani, roba da diciannovesimo secolo? È fuori dal tempo chi dice ancora che dar supporto all’altro, credere in un gruppo, affrontare le difficoltà assieme per renderle meno dure siano concetti cruciali nella storia e nella cultura dell’Europa? Può essere; se con Wärtsilä Italia alla fine non ci siamo tutti, forse si. Solidarietà è una parola che non conosciamo più, immersi come siamo in un mercato del lavoro instabile e spesso spietatamente competitivo, nel quale un lavoro solo non basta per arrivare a fine mese in cui ci si chiede quale delle due sia la cosa impossibile a cui credere, il salario minimo o la Flat tax. Divisi come siamo dopo due interi anni di segregazione e situazioni personali precarie, disorientati come siamo da una scuola che non riusciamo più a comprendere e che sembra essa stessa in difficoltà di fronte a ragazzi che scelgono di non studiare o di farlo un tanto per. Impauriti, come siamo, da un’Europa in guerra nella quale investire in una vocazione personale e spostarsi in cerca della realizzazione di un sogno è diventato di nuovo impossibile. Prigionieri come siamo all’interno di quella forchetta fra chi è molto piccolo (e chi è un borghese più piccolo di prima), e chi invece ha tanto da non sapere neppure quanto (“questo basta”; “questo non basta”), che si è tremendamente allargata in pochi anni. Il patto sociale ereditato dagli anni Ottanta è definitivamente infranto: chi stava peggio ed era più debole, nel 2019 stava meglio di oggi, e il resto è ancora da affrontare.
La Trieste industriale è in crisi, e non da ieri; sappiamo bene che il porto e il turismo non basteranno e non possono sostituirla. Hakan Agnevall, classe 1966, presidente della Wärtsilä, viene da Volvo ed è in Wärtsilä dal 2021; del passato dello stabilimento di Trieste, di “quelli della Grandi Motori”, indubbiamente sa, compresa una certa conoscenza, da persona informata dei fatti, dei finanziamenti (rilevanti e non certo cancellabili come argomento con un tratto di matita – arrivati dal governo italiano, sia da Roma che dalla Regione), ma è un dirigente d’azienda che fa il suo lavoro, e chi c’è da poco fa ancora più fatica a dimostrare agli azionisti di saper fare i compiti e si spezza piuttosto che piegarsi anche se poi si perde in due. In epoca d’Unione Europea, della quale entrambi i paesi, Italia e Finlandia, sono membri (anzi tutti e tre: c’è anche la Svezia, per quanto non paese euro), difficile che un governo possa imporgli uno stop, o fargli cambiare idea, ed ecco che la fine di Wärtsilä Italia diventa ineluttabile per davvero. A meno che non si manifesti con chiarezza un interesse strategico italiano; a meno che non lo chieda una nazione che avanza una controproposta solida: prima di Wärtsilä, c’era Grandi Motori, domani ci può essere qualcos’altro senza toccare Bagnoli. Una nazione è fatta di cittadini. Se ai cittadini ciò che accade a casa loro interessa sì un poco, poi meno, poi fa caldo e poi nulla, anche la politica ne prende atto, e anziché fare, si rimette solo a parlare. E le decisioni già prese non cambiano mentre quelle nuove non arrivano.
[r.s.]


