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domenica, 25 Settembre 2022

Mamme e papà che si separano, a Trieste li ascolta AMPS. Un centro d’incontro per ritrovare il dialogo

07.08.2022 – 09.51 – Hanno formato l’associazione di volontariato (Odv) AMPS, Associazione Mamme e Papà Separati del Friuli Venezia Giulia, quasi trent’anni fa, fra il 2006 e il 2007: sono papà e mamme che hanno dovuto affrontare una separazione, e sono i professionisti che li supportano gratuitamente e che cercano di aiutarli ad affrontare una delle esperienze più difficili della vita. All’inizio, c’erano solo i papà, più in difficoltà (a quel tempo; oggi le cose sono molto diverse) a trovare risposte e una strada giusta sia nel consenso che davanti a un giudice; “Ci siamo resi presto conto, però”, ci accoglie così, in via Imbriani 5 in pieno centro a Trieste, Paolo Falconer, psicologo, impegnato con tutto il cuore nei progetti dell’associazione, “che, solo con gli uomini, non poteva funzionare. E che non era giusto”. L’esperienza delle donne andava assolutamente inclusa nelle attività di AMPS. “Né donne, né uomini, quindi, ma donne e uomini assieme. Negli anni, ci siamo resi conto di aver fatto la scelta giusta. Noi cerchiamo di favorire la trasmissione delle esperienze di genitori che hanno già un vissuto e l’hanno elaborato ad altri che non ce l’hanno ancora e hanno bisogno di consulenza”. “Lavoriamo qui”, spiega Roberto Bartole, socio già dai primi anni e da maggio presidente di AMPS, associazione riconosciuta, “in questa sala che ci è stata messa a disposizione gratuitamente, dal Centro servizi volontariato del Friuli Venezia Giulia. È una grande facilitazione”.

I soci di AMPS incontrano le mamme e i papà due volte al mese, il secondo e il quarto giovedì, e sono sempre presenti uno psicologo e un avvocato, in alternanza fra i professionisti che hanno aderito all’iniziativa. “Si è provato”, continua Bartole, “ad aumentare la frequenza degli incontri a una volta a settimana; a volte due settimane sono un tempo troppo lungo – sono sette, dieci giorni di attesa. Di fronte a una situazione che si è appena concretizzata, a un problema serio, possono essere tanti”. I limiti sono proprio quelli che si ritrovano molto spesso nel volontariato, la difficoltà a trovare le risorse, soprattutto umane, per fare di più. “Nel corso della pandemia, con i lockdown, la situazione era molto peggiorata. C’era stata anche disaffezione: gli incontri fatti via Internet, da remoto, non avevano avuto buon riscontro. Parlare con gli altri dell’esperienza che sta trasformando la tua vita con uno schermo davanti non coinvolge, non porta quel conforto o confronto di cui si ha bisogno. Sostituire con Internet il contatto umano, il racconto della vita vissuta non è possibile. La forza del gruppo, quando ci incontriamo, è proprio il gruppo. Spessissimo, quando si arriva in associazione e si parla della propria separazione, del proprio divorzio, si pensa di star vivendo la peggior situazione possibile al mondo, e invece non sempre è così e chi è seduto accanto a te ne ha vissuta una peggiore. Reciprocamente, si trova più forza”.
Ad ascoltare i papà e le mamme in via Imbriani c’è lo psicologo, c’è chi ci è già passato e ha tanto da raccontare, e c’è il professionista: l’avvocato. Un angelo, o un demonio in una separazione, a seconda di chi sta dall’altra parte e lo guarda; eppure, non è né l’uno né l’altro, è un uomo o una donna che lavora e che le cose che si sente raccontare, tante volte, le conosce molto bene. “Da un punto di vista legale”, ci racconta l’avvocato Carmine Pullano, vice presidente dell’associazione, “chi sta affrontando una separazione e arriva al nostro centro d’incontro si è già fatto, nella sua mente, una sua idea. Cerca di prepararsi ripetendosi: ‘farò questo, farò quello’. A volte pensa di volere o potere fare chissà cosa. Poi ascolta le esperienze degli altri e ciò che dicono i professionisti; ascolta chi ha già fatto, ha già subito o ha già vissuto, e tante volte cambia idea. Trova una strada migliore. Forse accetta di separarsi con un accordo consensuale, una firma che sembra una resa ma è spesso meglio o molto meglio di altro. E aver aiutato a trovare la miglior strada possibile è stata, ed è, una delle ricchezze di questa associazione; una delle cose più belle”. E Trieste? Una città che le statistiche etichettano come disgraziata, dal punto di vista delle separazioni e divorzi, un po’ come il suo tram, quello della canzone. Una città fatta non solo di tanti anziani e già sarebbe difficile, ma di coppie, anche giovani, che si separano: tante. Se oltre alla coppia ci sono i figli, le cose sono, naturalmente, molto più complesse. “È abbastanza così”, continua Falconer. “Trieste è, per davvero, abbastanza disastrata. Le separazioni, e la bigenitorialità, sono ormai un problema della vita di ogni giorno. Tutti ormai sanno, anche le istituzioni e i giudici, che entrambi i genitori, per il bene dei figli, ci devono essere; sanno che anche il papà è molto importante, l’orientamento automatico verso la madre ha fatto il suo tempo. Ma questa consapevolezza istituzionale non basta. Se i due genitori continuano a essere in conflitto e si odiano, a soffrire non possono essere che i figli. È proprio per questo che cerchiamo di favorire la risoluzione dei conflitti”.

I genitori – le mamme e i papà – agli incontri di AMPS vanno da soli. Se sono in coppia, tutti e due assieme nello stesso momento, l’associazione non gli accoglie pregando loro di organizzarsi diversamente. “Vogliamo che siano liberi di poter parlare. E se vogliono parlare tutti e due con noi, certamente li ascoltiamo, ma uno alla volta. Perché, anche se non vengono mai qui, i protagonisti sono i figli, e per i figli esistono una mamma e un papà. Ai quali, se non sono intervenute situazioni particolari, vogliono bene allo stesso modo. Se questo viene a mancare le conseguenze psicologiche nei figli sono spesso importanti e si verificano molto frequentemente. Per fortuna non si arriva quasi mai a conseguenze psichiatriche, ma per i figli l’esperienza, è scontato dirlo, è un trauma. Una separazione, di per sé, è sempre un motivo di sofferenza: la famiglia c’era, e ora non c’è più; adattarsi a questa nuova realtà, in particolare per un bambino o una bambina che non sono ancora adolescenti, è terribile”. Si cerca di aiutare ad elaborare la rabbia: c’è chi agisce, nella separazione, e chi subisce – due punti di vista molto diversi. “Non è facile lasciare”, spiega Falconer, “anche se spesso è meno doloroso c’è poi il senso di colpa che ritorna; non è facile essere lasciati, non si trova una spiegazione o non la si accetta e quando si subisce una decisione vengono a mancare la razionalità e l’alternativa, e si soffre di più”. Con la pandemia la situazione è peggiorata? Il lockdown ora è finito, ed è ‘tutto risolto’? Sugli adulti, gli effetti si vedono già: le separazioni, accompagnate a volte dalla ricerca di un nuovo che è spesso reazione e non porta a legami di lunga durata o a stabilità – rendendo ancora più difficile la situazione delle coppie di genitori con figli – si moltiplicano; e i bambini, i ragazzi? “Noi sappiamo che la pandemia ha alimentato fortemente una serie di difficoltà sul piano psicologico che si sono poi riflesse sul piano relazionale e su quello legale. Credo però che quello che stiamo vedendo sia solo l’inizio, purtroppo: ci aspettiamo che i problemi emergano da qui a cinque anni. Ai ragazzi, con il lockdown, è stato proibito di socializzare e fare dello sport, anche all’aperto. E questo si rifletterà su di loro con forza. E i bambini? Vedremo che cosa succederà. Non lo sappiamo ancora, ma ci aspettiamo situazioni molto difficili”.

Negli incontri dell’associazione, di un’ora e mezza (dalle 20.30 alle 22, 22.30 al massimo, su appuntamento per poter dare a tutti il tempo giusto), aperti anche a chi non ha possibilità economiche, ci sono quindi l’aspetto legale, quello psicologico e quello di confronto con chi ha già attraversato un’esperienza simile; al centro i genitori, i padri e le madri che stanno affrontando un momento così difficile della loro vita raccontano la loro storia. L’associazione li tutela anche nella riservatezza. “Chi partecipa agli incontri” spiega Bartole “viene chiamato sempre solo per nome: non viene chiesto un riconoscimento. A volte, chi si avvicina a noi lo fa, perlomeno inizialmente, senza voler rivelare nulla di sé o del proprio lavoro o della propria famiglia e rete di amicizie. A venir rivelati, laddove serve, sono i nomi dei professionisti, in particolare degli studi legali che seguono o hanno seguito le situazioni più delicate; null’altro esce dagli incontri né viene raccontato ad altri in alcun modo”. Ed è tenuta sempre lontana, inammissibile in alcun modo, la violenza di qualsiasi tipo, anche quella verbale. “L’emotività è comprensibile, ma non giustificabile. E qui non si giudica: chi viene qui racconta la sua storia, e riceverà supporto per quello che è possibile, ma nessuno darà un giudizio sull’altro”. “In studio”, aggiunge Pullano, “riceviamo, come professionisti, solo in via eccezionale, quando c’è un impedimento o c’è un’emergenza e non si può aspettare o non è possibile per il genitore venire al centro d’incontro. È una cosa molto importante, e diversa, perché teniamo a sottolinearlo: il nostro lavoro e la nostra esperienza vengono messi a disposizione di chi ha bisogno, la nostra intenzione non è quella di cercare clienti”. I professionisti che affiancano i separati negli incontri dell’associazione si attengono alla regola di dare pareri generalizzati, evitando di trattare casi singoli e specificità. “Noi cerchiamo di spiegare come funziona la legge, che cosa prevede in termini generali, parliamo di esperienze e invitiamo poi le persone a ragionare e riflettere”.

“Due generazioni fa un uomo e una donna separati erano l’eccezione; oggi non è più così”. La separazione porta solitudine personale, e sociale: prima, la coppia ha una cerchia di amicizie, esse stesse in coppia con qualche eccezione; quando la coppia non c’è più, chi è di nuovo single non ha modi facili per legare con altri, e si rifugia troppo nel lavoro, o cerca in tutti i modi di trovare subito un nuovo compagno o una nuova compagna per riempire un vuoto. “Questo cercare di sconfiggere la solitudine riguarda sia chi ha figli che chi non ne ha, ed è un disequilibrio”. “Pericoloso”, aggiunge Bartole, “è anche il fenomeno dello schieramento: i familiari e i nonni che stanno solo con il padre, o solo con la madre, mettendo pressione in più sui figli. I bambini hanno sempre bisogno, anche dopo la separazione, non solo di tutti e due i genitori, ma anche dei loro nonni”. “Riuscire a ricreare la comunicazione in una coppia separata”, aggiunge Falconer, “soprattutto nei casi in cui è stata eretta una barriera e ci si rifiuta di comunicare o ci si ignora, è un grande successo. Non è ottenibile subito, ma i tuoi figli devono vedere che ci stai provando, che cerchi di fare, e quella è la cosa importante. I nostri figli ci guardano, e capiscono”.

Com’è cambiato il lavoro accogliendo le donne? “È stato fondamentale. La presenza delle donne ha permesso ai papà di sentire l’altro punto di vista: che cosa significa, per una donna, un padre che non paga gli alimenti? Che cosa vuol dire, per un figlio, per una figlia, un padre assente? Cosa succede dall’altra parte? Se io ti odio, odio tutto ciò che sei: odio anche i figli. Accade anche che sia una madre a odiare, ma è più raro; quello del padre spesso è un abbandono voluto”. E le donne vengono ad ascoltare i casi degli uomini, come quello del papà che desidera fare il papà ma non ha il tempo per poterlo fare perché questo tempo, quel venti per cento del tempo che una volta il giudice riconosceva al padre o il fine settimana alternato con la madre e poi ciao, non è sufficiente. “Oggi le cose sono molto cambiate”, spiega Pullano, “e siamo quasi sempre al cinquanta per cento. È un piccolo, grande successo che abbiamo avuto: un cambio di cultura e mentalità, riconosciuto anche da quegli psicologi che un tempo sottolineavano la necessità di privilegiare assolutamente la madre. Così come è fondamentale non fare il balzo dall’altra parte, e ricordare che un figlio, in particolare se piccolo, non può stare un mese solo col papà: ha bisogno di mamma. Affidamento condiviso non vuol dire ‘metà tempo’, vuol dire avere la responsabilità condivisa dei figli: responsabilità di decidere, di gestire, di curare assieme”.

[r.s.]

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Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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