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lunedì, 27 Giugno 2022

15 giugno 2022, il Covid-19 è finito. Quel che resta della coperta di Linus

16.06.2022 – 08.24 – Fu. Anziché il 5 di maggio, il 15 di giugno, e per niente immobile, ma anzi soggetto al continuo mutamento di vento che è l’essenza stessa della politica: tanto che ci trascineremo dietro, fino a settembre, l’obbligo di mascherina nei mezzi di trasporto (ma in aereo no, per adeguarci al resto del mondo), mentre i datori di lavoro privati dovranno ancora prevederne in qualche modo l’uso e i pubblici no. È il Covid-19, mandato in esilio a Sant’Elena già da due mesi abbondanti, relegato ai box laterali dei quotidiani online e tolto dalle prime pagine di quelli di carta per esser sostituito dalla guerra fra Ucraina e Russia (da Big Pharma la colonna sonora del complotto si sposta agli insetti ingegnerizzati geneticamente nei laboratori sotterranei del centro Europa; a dire il vero, Hunter Biden un laptop l’ha perso sul serio, e cosa ci sia dietro non si sa ancora). La pandemia è finita (non proprio), e l’epidemia in Italia anche (e non proprio), tranne per qualcuno, soprattutto per gli Over 50 fino a ieri ancora non vaccinati che dovranno (forse) pagare le sanzioni già emesse (dopo il 15 giugno, il vaccino per i cinquantenni “non serve più”, e quindi non ci sono neanche più sanzioni). Resta ancora qualche regola che di scientifico, per davvero, non si sa cosa possa più avere: la coperta di Linus del ministro Roberto Speranza. Che proprio il 15 giugno, giorno in cui le restrizioni (a cui praticamente nessuno, di fatto, più badava) cadono, risulta positivo al Covid-19, assieme ad Anthony Fauci (un gemellaggio da qui agli Stati Uniti). Entrambi vaccinati secondo protocollo, hanno sintomi lievi, e sono in isolamento; del resto, proprio Fauci, per il quale la sciarpa davanti alla bocca era comunque “meglio di niente”, aveva detto a inizio di quest’anno che “alla fine, l’Omicron ci raggiungerà tutti”, senza spiegarsi meglio e restando sul pathos un po’ da Hollywood.

I contagi, in Italia, come vanno? Non bene, se proprio proprio volessimo parlarne. Proseguono, e la curva, che ha sfidato tutte le previsioni trovando sempre strade nuove da percorrere e sbeffeggiando matematici ed esperti di statistica, ci mostra una media settimanale sui 430 casi, un po’ meno che a novembre scorso e molto di più del giugno dello scorso anno, 2021, in cui si era quasi a zero. Le persone come stanno? Bene, decisamente; il numero di casi di Covid-19 attivi nel nostro paese risulta di circa 600mila, dei quali 190 sono persone in condizioni serie o critiche. Statisticamente, in pratica lo 0 per cento, nell’augurio che tutti quei 190 si riprendano bene. Finora, dall’inizio della pandemia, sono guarite dal Covid-19, in Italia, quasi 17 milioni di persone; i decessi sono stati 167mila e 500, l’1 per cento. Gli esiti sono favorevoli e i decorsi con rischi molto minori, già da un anno, per merito del vaccino? È possibile, così com’è altrettanto possibile che assieme al vaccino, che è stato importante, abbiano contato moltissimo l’esperienza fatta in corsia e lo sviluppo di protocolli d’assistenza e terapie corrette; lo sapremo, però, terminati gli studi più strutturati, che richiederanno ancora tempo, presumibilmente tre o quattro anni. Contagi ancora in corsa a causa delle varianti? È probabile, così come è probabile che le varianti stesse siano quel fenomeno alla fine positivo, e non negativo, del quale gli studiosi avevano già parlato: emerge la variante che ci contagia, ci fa stare poco bene per qualche giorno, e non ci uccide, ed è essa a diventare quella stabile e a vincere su altre, questa del resto è la natura e uccidere l’ospite, autodistruggendosi, è una strategia che l’uomo è spesso capace di mettere in atto – ma la natura non lo fa. Le mascherine all’aperto servono? Come coperta di Linus, rispettando le opinioni diverse di direttori di giornali e presidi, e di qualche politico col lanciafiamme, senza dubbio.

Le vaccinazioni? In Italia (dati del Sole 24 Ore), fra gli ammalati di Covid-19 poi guariti, il 4,45 per cento aveva fatto il vaccino e il 4,8 per cento no. I vaccinati sono l’84 per cento, ma solo il 66 per cento ha fatto la terza dose, e la quarta è scesa a 1,88 per cento – in pratica (nel contesto degli effetti sanitari) nessuno. Da aprile l’impulso a vaccinarsi è sceso rapidamente: non ci si vaccina più. Colpa degli effetti avversi? No, certamente no; ci sono e anche quei dati andranno analizzati con attenzione per capire bene che cosa sia successo, ma non è quello. È che tanto il Covid te lo prendi lo stesso, ti avevano detto di no ma non è stato così; ti fidi del medico, e quindi meglio vaccinarsi e prenderlo in forma lieve che ammalarsi gravemente, ma il vaccino spesso non è una passeggiata e poi il vicino di casa, che non era vaccinato, si ammala e sta meglio di te, e allora non ci capisci più molto e perdi la fiducia anche nel medico, specie quelli della televisione. Così come già l’avevi persa nei giornali. Altri dati da analizzare, da capire; sui quali riflettere. In Friuli-Venezia Giulia, 798mila persone hanno fatto la terza dose; quasi il 73 per cento dei residenti, non così male anche se si sperava di più; però esistono le enclave di irriducibili, come un pezzetto di Trieste, rese purtroppo granitiche da imbonitori e fake news – certo – ma anche da obblighi mal spiegati, da chi i manifestanti li ha usati per un posto al sole o per qualche voto in più e poi lasciati perdere, da forzature ai limiti della violenza e certamente, a volte, oltre. Un giorno, chi ha vent’anni oggi di quello che è successo, e che si porterà dietro, ci chiederà di pagare il conto.

E la Svezia, quelli del ‘no lockdown’? Due milioni e mezzo di casi da inizio pandemia, 19mila morti. Quasi l’1 per cento; come noi, anzi un po’ meno. Da marzo 2022 in Svezia i nuovi casi si sono ridotti a zero (da noi no); ci sono ancora sei persone in condizioni serie. Gli andamenti relativi delle curve di contagio? Come i nostri. In Svezia, la colpa dei contagi non è stata dei bambini che andavano a scuola o dei ragazzi e ragazze più grandi che volevano, poveri incoscienti, ballare; da quelle parti, nessun fotografo si è appostato col teleobiettivo per rubare l’immagine di qualcuno che beveva un caffè al bar senza allontanarsi dal bancone, e nessun giornalista web ha montato video spiando le persone dalla finestra. Dal primo d’aprile 2022, la Svezia ha ufficialmente dichiarato che il Covid-19 non è più pericoloso per la società, e l’ha tolto dalla classificazione di malattie considerate un rischio generale per il pubblico. Il tracciamento dei contagi nelle comunità considerate a rischio è proseguito; da noi è saltato per aria nonostante le App nate morte. La vaccinazione, consigliata sopra i 12 anni, è raccomandata, non obbligatoria, e a chi non vuole vaccinarsi non arriva una multa, viene chiesto di prendersi seriamente le sue responsabilità e prestare attenzione all’igiene e soprattutto ai luoghi chiusi e affollati, e qui sì, è raccomandata anche la mascherina. Le raccomandazioni sono per gli adulti; potremmo leggerle anche come suggerimenti adatti alla classe politica italiana, la quale un po’ di scuse, alla Svezia, e di nuovo assieme a presidi e direttori di giornali, dovrebbe farle. Così come ai cittadini, quelli italiani però, dovrebbe farle chi ha detto che “sono svedesi, prova tu a farlo con gli italiani”; gli italiani non sono la serie B del mondo (sono però maestri nel farsi del male da soli).

L’era del Covid-19 si conclude (virgolette d’obbligo) dopo aver ripercorso, nel suo andamento, la storia di altre epidemie. Altrettanto pericolose, ma sviluppatesi e richiusesi allo stesso modo, nella stessa finestra di tempo, in epoche che non erano di post verità, e nelle quali Facebook non esisteva; il virus è mutato, è diventato endemico, e resterà con noi, forse cambiandoci in un modo che scopriremo fra vent’anni. Quando finirà, la pandemia, ufficialmente? OMS non ha stabilito regole, ha solo detto già tempo fa: “finirà quando il mondo vorrà che finisca, perché gli strumenti per tenerla sotto controllo ormai li abbiamo tutti”. Rivediamoci quindi a ottobre, e speriamo che sia proprio così; le buone premesse ci sono tutte, e le capacità per affrontare il rischio sanitario in maniera consapevole questi due, e più, anni pieni di follia (e spessissimo, d’irrazionalità) ce le hanno date tutte. E i click sul sito del giornale, e gli introiti che arrivavano dalla pubblicità nei tempi della pandemia se si sparavano in homepage tabelle di contagi e decessi, quando tutti erano a casa e non avevano altro che Internet e la tivù locale per sapere se Giuseppe Conte avrebbe emesso un nuovo decreto? Tornano a essere, anche loro e per fortuna, un ricordo, come sembra diventare, fuori dall’urna, anche Conte stesso. Attorno a chi ha perduto una persona cara, ci stringiamo, nel rispetto e nell’affetto che solo chi ha vissuto la stessa esperienza, seppur in condizioni diverse e come conseguenza e non ragione, può dare. Ed è per questo che graffiamo scrivendo: il virus è morto, lunga vita al virus. Poche parole.

[r.s.]

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Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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