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sabato, 28 Maggio 2022

Ucraina, ci siamo. Guerra ufficialmente in stallo, e i rischi per l’UE aumentano

10.05.2022 – 21.15 – Con oggi si può ufficialmente dire, senza più timore di vedersi infilato in testa un cappello di “putinista”, che l’Ucraina, nonostante l’enorme aiuto economico e militare ricevuto finora da Stati Uniti e Unione Europea, non sta rovesciando le sorti della guerra; e che non sta per nulla ricacciando Putin oltre i confini dei territori conquistati con le due aggressioni militari del 2014 e di febbraio 2022. Sono stati infatti due ufficiali di alto livello della sicurezza statunitense, Avril Haines direttrice della National Intelligence e Scott Berrier, direttore della Defense Intelligence Agency militare, a riferire sulla situazione dei rischi globali di fronte al Senato degli Stati Uniti e a dichiarare che le loro valutazioni portano a ritenere Vladimir Putin pronto a un conflitto prolungato che potrà durare anni. Nel corso di questo lungo conflitto, la Russia potrebbe anche decidere di ‘mettersi alla finestra’, consolidando le conquiste finora fatte e stando a vedere se la determinazione dell’Occidente di fronte alle forti crisi energetica e alimentare in arrivo, e all’inflazione che sta già montando, rimarrà la stessa di oggi, o se al contrario le crepe che inevitabilmente si creeranno fra i paesi europei, anche sotto le spinte delle carestie in paesi più deboli e del conseguente arrivo in Europa di altri migranti economici (che si uniranno ai rifugiati dall’Ucraina) avranno ragione dell’apparente solidità dell’edificio politico creatosi in queste settimane (chi li accoglierà, questi migranti, e a quali verrà data precedenza?). Anche le situazioni politiche interne degli Stati Uniti e del Regno Unito non sono così stabili come Joe Biden e Boris Johnson vorrebbero: il primo è ora alle prese con il raddoppio del prezzo del carburante alla pompa e con la minacciata cancellazione della legge sull’aborto che tutela da cinquant’anni i diritti delle donne americane, e il secondo – oltre che con le code di camion a Dover – con gli scandali delle feste a Downing Street durante il Covid e la vittoria del movimento indipendentista in Irlanda.

I due nemici, Russia e Ucraina, sono arrivati, sul campo, a una situazione di impasse militare. A volerlo analizzare meglio, questo stallo, non sarebbe proprio definibile così: certo a caro prezzo, ma la Russia, all’inizio dell’estate, potrebbe aver finito di conquistare circa 100mila chilometri quadrati di territorio ucraino, quasi l’intera Italia settentrionale, senza che esista possibilità materiale per l’esercito di Kiev di riprendersi il territorio perduto. Vladimir Putin non ha preso Kiev stessa: è possibile che la rapida avanzata verso la capitale ucraina fosse un obiettivo più politico che militare e avesse lo scopo di far cadere il governo di Volodymyr Zelensky in pochi giorni, e che di fronte all’inattesa resistenza, al mancato consenso nei suoi confronti da parte degli ucraini filorussi di Kiev e al compatto sostegno dell’Unione Europea, Putin abbia riconsiderato strategicamente le sue mosse – un fallimento sì, quindi, ma non totale, dato che la parte di Ucraina conquistata è quella più ricca e produttiva del paese, la stessa sulla quale l’occhio di più di un attore economico americano ed europeo si era posato. Il grosso dell’esercito ucraino rischia ora di essere racchiuso, come nei racconti di guerra di ottant’anni fa, in una sacca proprio di fronte al Donbas, dalla quale non uscirebbe senza controffensiva esterna – che l’esercito di Kiev non potrebbe mettere in atto per mancanza di risorse, considerato anche che la sua elite combattente, il controverso battaglione Azov ma non solo, è stata cancellata a Mariupol. Nonostante i colpi a effetto come quello dell’affondamento (con una probabile “manina” da parte di un convitato di pietra) del Moskva, che certamente hanno incrinato l’immagine di Putin in Russia (si parla però di Russia e i modelli di reazione dell’opinione pubblica non seguono quelli occidentali, non essendoci di fatto libertà di stampa), non è Putin stesso che sta perdendo la guerra, ma Zelensky, che lo sa, così come lo sa l’Europa.
I russi però, che resistono alle sanzioni economiche con il sostegno della Cina e il non intervento di paesi globalmente rilevanti come India e Brasile, non vincono in maniera decisiva, e gli ucraini sostenuti dall’Occidente e dal gigante d’argilla UE non perdono: stallo. Uno scenario che era tutt’altro che impossibile da immaginare, nel contesto del quale ormai non si sente più parlare di tregua ma solo di possibili situazioni di escalation: le uniche che potrebbero (e non per il meglio) riprendere a far muovere i pezzi sulla scacchiera, prima che gli Stati Uniti (dopo) e l’Unione Europea (prima) esauriscano le risorse economiche stanziabili per il proseguimento del sostegno a Zelensky. Vladimir Putin non ha menzionato l’Ucraina neppure una volta durante il suo discorso nel Giorno della Vittoria sulla Piazza Rossa, il 9 maggio; una vittoria, del resto, per Putin, per ora non c’è. Da Kiev arriva oggi un monito (definirlo in modo diverso è impossibile) all’Unione Europea con la richiesta di “portare a casa l’Ucraina assegnandole lo status di candidato all’adesione”, questo però dopo che Emmanuel Macron ha ricordato che il processo di adesione non potrà durare meno di qualche anno, e che (anche se questo a Ursula von der Leyen non piace) più di un paese UE, ad esempio l’Ungheria nella quale Orban appena rieletto è solidissimo, potrebbe opporsi (e c’è la Turchia, che ha ricordato come da molto tempo si aspetti di essere un partner privilegiato, visto anche il suo ruolo di mediatrice nella crisi ucraina e quello di contenimento dell’immigrazione, anche dalla Siria dove la situazione a causa della crisi in Europa sta peggiorando e rapidamente). Se l’Europa non accoglierà però l’Ucraina al più presto, ciò significherà, secondo Kiev, “un inganno, e l’Ucraina non lo inghiottirà”, ed ecco che l’Unione Europea si trova di fronte non più a una decisione libera e legittima di sostegno politico e materiale all’Ucraina stessa, maturata a febbraio, ma – se le parole restano queste – a un ultimatum politico, che può diventare un’inopportunità, pena la perdita di consenso elettorale nei paesi ai quali l’ultimatum viene rivolto.

Di fronte a una guerra in stallo che non vede – è un fatto – nessuna seria iniziativa di pace da parte dell’Unione Europea che non siano le telefonate di Macron e le parole di Papa Francesco, per Mario Draghi, al rientro dagli USA dove ha incontrato Joe Biden, potrebbe essere arrivato il momento di riferire nuovamente in Parlamento, per chiedere la conferma politica e non tecnica (di tecnici alla guida di un paese, ne abbiamo ancora una volta abbastanza: poco di buono hanno portato in questi vent’anni) di una delega, quella sull’emergenza ucraina, che più di un esponente politico, anche di maggioranza, ormai ritiene diventata troppo ampia, in quanto concepita all’inizio per la difesa di un paese aggredito ma nella ricerca della pace, così come detta la nostra Costituzione, e non per sostenere a oltranza le ostilità con l’invio di armi pesanti in una guerra non dichiarata fra Unione Europea e Russia.

[r.s.]

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Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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